Finanza etica

Norvegia: la Cina brucia 32 miliardi

Meno 4, 9%, ovvero il peggior risultato degli ultimi quattro anni. È la performance fatta registrare dal fondo sovrano norvegese, il più grande veicolo finanziario del mondo nella ...

Di Matteo Cavallito
Lo skyline di Oslo. Il governo norvegese controlla il più grande fondo sovrano del mondo. Foto: Tim Adams Attribuzione 3.0 Unported (CC BY 3.0)
Lo skyline di Oslo. Foto: Tim Adams Wikimedia Commons
Lo skyline di Oslo. Foto: Tim Adams Wikimedia Commons

Meno 4, 9%, ovvero il peggior risultato degli ultimi quattro anni. È la performance fatta registrare dal fondo sovrano norvegese, il più grande veicolo finanziario del mondo nella sua categoria, nel terzo trimestre 2015. Lo rendono noto gli stessi gestori del fondo in una nota ufficiale. La perdita complessiva ammonta a 273 miliardi di corone, equivalenti a 32 miliardi di dollari al cambio attuale. A pesare sul risultato è soprattutto la flessione dei titoli azionari. Il comparto equity, che compensa da solo il 59, 7% del valore del portafoglio, ha perso l’8, 6% nel periodo in esame. Un rendimento negativo che contrasta con il +0, 9% del fixed income (le obbligazioni) e il +3% del settore immobiliare.

Determinante, ha ricordato Yngve Slyngstad, CEO di Norges Bank Investment Management, il calo registrato dalle borse cinesi che si affianca alla contrazione generale del comparto che, nota Bloomberg, sconta l’attesa di un prossimo rialzo dei tassi Usa. Il rallentamento dei mercati emergenti e il trend negativo delle commodities, osserva ancora l’agenzia, avrebbe fatto il resto contribuendo così al risultato negativo: nel dettaglio, il fondo norvegese ha perso il 21, 3% sui titoli delle borse cinesi e il 16, 6% su quelli dei mercati emergenti nel loro complesso. Cresciuto di 6 volte nell’ultimo decennio grazie al boom del petrolio, il fondo norvegese sconta oggi il ridimensionamento del prezzo del greggio. Il prossimo anno, rileva ancora Bloomberg, i gestori dovranno liquidare asset in portafoglio per 440 milioni di dollari per compensare il calo delle entrate petrolifere nel bilancio dello Stato.

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