Obbligazioni verdi, la parola al mercato

I collocamenti sono cresciuti del 1080% negli ultimi due anni. Cruciali la sensibilità degli investitori e le nuove strategie delle imprese. Sugli allori, i servizi finanziari ...

Di Matteo Cavallito

In un tweet:
[bctt tweet=”Crescita esponenziale dei green bond. Sugli allori servizi finanziari per rinnovabili e tutela forestale”]

Il numero è ovviamente da record. Ma la certezza, a questo punto, è che il primato sarà presto polverizzato. Nel corso del 2014, dicono i dati di Climate Bonds Initiative, una Ong di base a Londra, i mercati finanziari hanno accolto emissioni di green bond – i prodotti di credito per le iniziative dedicate all’ambiente e al contrasto al cambiamento climatico – per 36,6 miliardi di dollari, circa il triplo rispetto all’anno precedente. Nei primi mesi del 2015, i collocamenti accertati di obbligazioni verdi sono stati pari a 14 miliardi circa ma le stime rese note a luglio da Climate Bond Initiative ipotizzano per la fine dell’anno il raggiungimento di quota 70. La previsione è condivisa dagli analisti di Skandinaviska Enskilda Banken (Seb), un istituto di credito svedese attivo da tempo in questo promettente comparto di mercato. Bloomberg New Energy Finance (Bnef), da parte sua, ha espresso ulteriore ottimismo: alzando l’asticella a 80 miliardi. In attesa dei dati definitivi, in ogni caso, c’è già una certezza: il mercato sta dilagando, e nulla, al momento, sembra poterlo fermare.

Una nuova direzione

Per capirlo basta guardare ai numeri. Tra il 2007 e il 2012, pur tra alti e bassi, il volume annuale dei collocamenti obbligazionari verdi è aumentato del 284%.
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Nel biennio successivo, il tasso di crescita ha raggiunto il 1080% (che diventerebbe il 2157% su base triennale se le previsioni 2015 dovessero essere confermate). Quello che per anni è stato semplicemente un settore marginale in forte ascesa, in altre parole, è diventato oggi qualcosa di radicalmente diverso: il segnale, verrebbe da dire, di un’autentica rivoluzione. «La sostenibilità ambientale è una vera e propria “market transition”, un fenomeno che coinvolge molteplici settori industriali ma anche il comparto finanziario» spiega Stefano Pogutz, Professore PhD di Green Management and Corporate Sustainability e docente del Master in Green Management, Energy and CSR dell’Università Bocconi di Milano. «I green bond rappresentano uno strumento chiave per il finanziamento dei nuovi investimenti nei processi di riconversione sostenibile e riguardano in particolare il passaggio dal fossile alle rinnovabili». La crescente attenzione dei grandi fondi per i temi ambientali, ben rappresentata dal fenomeno dei disinvestimenti nel settore fossile, contribuisce ad accelerare la transizione che, da parte sua, si lega sempre di più alle stesse strategie corporate. Lo evidenziano, in particolare, i piani di molte grandi imprese come Enel (che «ha presentato un piano industriale per il prossimo quinquennio che prevede investimenti complessivi per oltre 18 miliardi la metà dei quali per le fonti rinnovabili»), le società tedesche dell’energia (impegnate a «dismettere la produzione di carbone per riposizionarsi nei settori verdi»), soggetti come Unilever, Nestlé e Barilla («sostenibilità delle materie prime») e Tesla, già focalizzata «sulle nuove tecnologie fossil-free e sulle rinnovabili». Tutte strategie premiate dal mercato e che, traducendo in cifre e rendimenti, determinano «riduzione dei rischi legati all’investimento». Non è un caso, in questo senso, che gli stessi osservatori tendano a includere nel computo del mercato le obbligazioni non direttamente collegate a “progetti verdi” specifici (i cosiddetti unlabelled green bonds) ma emesse comunque da imprese e società che hanno avviato una qualche forma di transizione verso le fonti rinnovabili. Secondo questo criterio, il controvalore dei green bond attualmente presenti sul mercato sfiorerebbe i 600 miliardi di dollari.

Capitale naturale

Lo sviluppo delle fonti rinnovabili e il conseguente abbattimento delle emissioni non costituiscono, in ogni caso, l’unica direttrice di diffusione dei servizi finanziari verdi.
A garantire prospettive al mercato, infatti, sembra essere oggi anche un altro settore particolarmente promettente: quello della protezione delle foreste e degli ecosistemi. Un segmento sempre più interessante che, sostiene ancora Stefano Pogutz, «rappresenta la nuova frontiera degli investimenti». Al momento, precisa il docente, si tratta ancora di «un mercato fortemente protetto che coinvolge soprattutto operatori come la Banca mondiale o le istituzioni sovranazionali in genere» e in cui «lo scarso coinvolgimento degli investitori privati si lega oggi alla difficoltà di attribuzione di un valore preciso al capitale naturale, un problema su cui si sta ancora lavorando».
Quello della valutazione degli ecosistemi resta un tema particolarmente complesso, ma la logica di fondo, al momento, appare già piuttosto chiara. «Il concetto chiave – spiega Pogutz – è il cosiddetto “pay-for-ecosystem-services”, l’idea cioè che si possa e si debba sostenere un costo per la preservazione di quelle attività “gratuite” che sono svolte dall’ecosistema: il servizio di impollinazione da parte delle api, ad esempio, o l’attività di purificazione dell’acqua esercitata dalle foreste. Una volta calcolato il costo è possibile prezzare uno strumento finanziario, come un’obbligazione ad esempio, e immetterlo sul mercato per attrarre gli investitori e cercare di preservare gli ecosistemi e la loro funzionalità». La strada, per lo meno in teoria, sembra già tracciata.


Valori su Non con i miei soldi!
Questo articolo compare nel numero di novembre 2015 della rivista Valori.
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