Ambiente

Onufrio: l’Europa sul clima è meglio senza Trump

Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, commenta per Valori l’esito del recente G7 di Taormina, la decisione di Trump di puntare dichiaratamente sulle fonti ...

Di Redazione
Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo Greenpeace Italia

Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia, commenta per Valori l’esito del recente G7 di Taormina, la decisione di Trump di puntare dichiaratamente sulle fonti fossili e le prospettive politiche e di politica ambientale per l’Europa e il pianeta.

Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia

L’annuncio del ritiro statunitense dall’Accordo di Parigi da parte di Donald Trump era atteso da tempo. La piattaforma “America First” per il settore energetico è chiara: tutta su fossili e nucleare. Nonostante l’opposizione di buona parte dei settori economici e di diversi stati, primo tra tutti la California, gli USA si apprestano ad abbandonare un Accordo che è stato possibile, in buona parte, all’impulso della Presidenza Obama e a un sostanziale accordo con la Cina sugli obiettivi da raggiungere.

Al di là delle modalità con cui verrà rotto l’Accordo di Parigi, la vera novità emersa con chiarezza al G7 di Taormina è la compattezza dell’Europa, che ha portato sulle sue posizioni anche Canada e Giappone, oltre che al Regno Unito: un esito non scontato.

Sul piano pratico la decisione di Trump non potrà modificare alcuni elementi fondamentali: i costi delle tecnologie rinnovabili continuano a scendere, così come i costi delle batterie. Continuiamo a registrare record di bassi costi dell’elettricità da rinnovabili da varie parti del mondo, e persino per tecnologie relativamente più costose come l’eolico offshore.

La partita della salvaguardia del clima globale è anche una partita per stabilire un quadro politico e istituzionale necessario – pur se non sufficiente di per sé –  a garantire la pace promuovendo una cooperazione internazionale finalizzata a salvaguardare la stabilità del pianeta. E, a questo fine, a prevedere un ciclo di investimenti per ricostruire progressivamente su basi rinnovabili il sistema energetico su scala globale. Non è chiaro ancora che fine farà l’accordo USA-Cina da 1000 miliardi di dollari di cooperazione tecnologica, uno dei principali “sottostanti” dell’Accordo di Parigi; è invece chiaro che l’Europa a guida tedesca si è candidata – e con successo, pare – a diventare il partner della Cina.

Le conseguenze di questa svolta che forse è epocale – in attesa di vedere l’evoluzione politica negli Stati Uniti – devono tradursi in una accelerazione delle politiche di decarbonizzazione e dunque nel vincere le resistenze interne di quei settori che hanno investito meno nella direzione di efficienza e rinnovabili. Il clima del pianeta e dello sviluppo economico oggi si gioca nella “grande trasformazione” tecnologica necessaria a uscire dall’Era del Petrolio e entrare decisamente nell’Era delle Rinnovabili. Esistono le tecnologie – e altre ne arriveranno – esistono le risorse finanziarie, l’unica risorsa scarsa è il tempo. La scelta disastrosa di Trump può farci perdere tempo prezioso, proprio per questo bisogna accelerare.

Una forte cooperazione internazionale sulle tecnologie pulite è forse l’unico antidoto oggi in campo per evitare le conseguenze potenzialmente disastrose di una globalizzazione (giustamente) in crisi. L’approccio neoliberista alla globalizzazione – libero mercato prima di tutto – è andato in crisi: anche il mondo anglosassone che lo ha promosso su scala globale alla fine ne paga le conseguenze sociali con gli esiti politici paradossali, con la Brexit da una parte e Trump dall’altra che vorrebbe mettere i dazi consistenti anche a Canada e Messico. Ma se la crisi della globalizzazione si risolve in nazionalismi e “sovranismi” – di qualunque colore siano – non solo non risolve i problemi ma rischia di avviare una fase densa di rischi potenzialmente disastrosi.

Se non si includono i diritti sociali e gli obiettivi ambientali – salvaguardia del clima anzitutto – non ci sarà una globalizzazione accettabile e per questo c’è bisogno di politiche attive a livello internazionale e di trattati commerciali che mettano al centro questi obiettivi.

Cosa che non succede per il CETA, l’accordo UE-Canada che ricalca lo schema del TTIP: il parlamento italiano lo respinga e si apra un dibattito su un modello di accordo diverso, che incorpori la difesa dell’ambiente e della società.

 

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