Ambiente

Petrolio: l’equilibrio al ribasso tra USA e Ryad

Nel 2017 le importazioni di petrolio saudita negli USA si sono attestate a 943 mila barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni.

Di Matteo Cavallito
Ryad, Arabia Saudita. Foto: B.alotaby wikimedia commons

Nel 2017 le importazioni di petrolio saudita negli Stati Uniti si sono attestate a 943 mila barili al giorno, il dato più basso degli ultimi 30 anni. Lo rende noto CNN Money citando le statistiche ufficiali del governo americano. Il trend, rileva l’emittente statunitense, si è intensificato negli ultimi mesi dell’anno: a dicembre, secondo i dati dell’Energy Information Administration (EIA), il volume è sceso a 690 mila barili al giorno, facendo così registrare un calo del 32% rispetto al medesimo periodo del 2016. Le cifre, in altre parole, sembrano confermare in pieno la persistenza di due strategie complementari messe in atto da Washington e Ryad che sembrano convivere oggi in un equilibrio dall’esito incerto.

Lo scorso mese di maggio, ricorda CNN Money, l’Arabia Saudita ha deciso di tagliare le esportazioni negli Usa in linea con la strategia di riduzione della produzione nei Paesi OPEC: una scelta pensata per favorire la risalita dei prezzi. I risultati non si sono fatti attendere più di tanto spingendo il barile in territorio 60 dollari. La decisione saudita, però, non sembra contrastare con i piani di Washington, sempre più intenzionata a puntare sulla produzione nazionale – soprattutto nel settore dello shale oil – riducendo così la dipendenza dai Paesi del Cartello. Lo scorso anno, riferisce l’EIA, le importazioni di greggio negli USA sono state pari a 7,9 milioni di barili al giorno, circa il 20% in meno rispetto a dieci anni fa.

La riduzione dei volumi di export saudita negli Stati Uniti, verrebbe quindi da aggiungere, sembra aver favorito al momento entrambi i Paesi: gli USA, impegnati a promuovere l’industria locale, e Ryad, intenzionata a favorire una crescita dei prezzi a beneficio delle proprie casse pubbliche e di quelle degli altri Paesi esportatori (le nazioni OPEC, ovviamente, ma anche la Russia). Resta difficile, però, valutare la stabilità dell’attuale equilibrio: in un’intervista al New York Times concessa durante la campagna elettorale, ricorda ancora CNN Money, Trump aveva difeso le ambizioni di indipendenza energetica utilizzando toni piuttosto forti nei confronti dei Paesi arabi. E le sue parole – “Senza di noi l’Arabia Saudita non potrebbe sopravvivere a lungo” aveva dichiarato nel marzo 2016 – avevano prontamente provocato la reazione del Regno inducendo il ministro dell’energia di Ryad, Khalid Al-Falih – interpellato dal Financial Times a margine del vertice sul clima di Marrakech – a difendere pubblicamente i benefici del “libero mercato” nel settore petrolifero. Un tema, quest’ultimo, che potrebbe aver caratterizzato l’incontro di ieri tra il presidente Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, tuttora in visita negli Stati Uniti.

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