Parte 7

Populisti e scalatori. Il lato oscuro dell’azionariato attivo

Da Hollywood al cinema d'autore, dallo showtime al fondo speculativo. Un "altro" azionariato attivo è possibile. Purtroppo. Un esempio? Le strategie del fondo Elliott

Di Emanuele Isonio

L’azionariato attivo ha il suo lato oscuro. Lo impone il capitalismo, aperto e partecipativo quanto basta per spianare la strada ai finanzieri d’assalto. E lo consentono le regole, alla base di un mercato in perenne agitazione. Figure emblematiche, epigoni, personaggi chiave di un mondo reale molto cinematografico. Già, perché anche il cinema – si sa – ha dato il suo contributo narrativo. Dove nemmeno immaginate. Vi ricordate Pretty Woman, la sfiancante commedia campione d’incassi del lontano 1990? Un fumettone melenso stracarico di buoni sentimenti eccetera eccetera, giusto? Sbagliato.

La redenzione? Solo a Hollywood

Trattasi in realtà di parabola finanziaria. E se non ci credete farete meglio a ripensare alla trama. Ricapitolando: uno speculatore incallito (Richard Gere) passa il tempo a scalare società non quotate per poi smembrale e rivenderle sul mercato con tanti saluti al vecchio management e ai lavoratori.

Un giorno entra nella sua vita una prostituta (Julia Roberts), poco propensa alle logiche della speculazione ma molto sensibile alle leggi dell’economia reale. È l’incontro fatale degli opposti: mean street e Wall Street, il popolo e l’élite, la pars construens e la destruens. E scatta la scintilla. Anzi, la redenzione. Nel giro di una settimana il protagonista cambia radicalmente visione del mercato, abbandona la finanza speculativa e si tramuta in imprenditore. Applausi. Ma poco credibile. Almeno nel mondo degli scalatori finanziari, l’altro azionariato attivo, appunto.

La celebre cena “di lavoro” di Pretty WomanIl lato oscuro dell’azionariato attivo

«Io sto parlando della realtà, se vuole un lieto fine vada a vedere un film di Hollywood» dice Martin Landau a Woody Allen nell’ultima scena di Crimini e Misfatti, una delle opere più pessimiste del regista newyorchese. Insomma, c’è bisogno della Grande Mela, oltre che di un certo sano realismo, per fare da sfondo a una storia più bella, appassionante, istruttiva e ovviamente credibile. Esatto, proprio quella.

Wall Street, il capolavoro di Oliver Stone datato 1987, esce nel pieno della frenesia yuppie, incarnata al suo meglio dal protagonista della vicenda: il cinico broker Bud Fox. All’inizio della storia, il giovane Bud (Charlie Sheen) aggancia il leggendario finanziere d’assalto Gordon Gekko (Michael Douglas), specializzato in abuso di informazioni privilegiate e grandi scalate di compagnie da smontare. Sogghigna, azzanna, conquista e fa un mucchio di soldi: come dire, l’azionariato attivo che abbraccia il lato oscuro della forza. Fantastico.

Il celebre monologo di Gordon Gekko (Wall Street, 1987): «L’avidità è giusta» «L’avidità è giusta»

Non è un caso che la scena madre rappresenti proprio un’assemblea degli azionisti. Gekko ha preso di mira un’azienda in difficoltà, «indebitata – ammette il consiglio d’amministrazione – come un qualsiasi cimicioso Paese sudamericano» (Sic). I dirigenti provano a dissuadere i piccoli risparmiatori lanciando l’allarme sui biechi interessi del predatore. Ma quando lo squalo prende la parola è subito showtime.

È il celebre apologo dell’avidità («Greed is good», appunto), la trascinante retorica del pifferaio di successo che attacca l’élite – il CdA inefficiente che incassa bonus ingiusti – per compiacere il “popolo”, l’esercito dei piccoli azionisti ormai in estasi. «Io non sono un affossatore di compagnie, ne sono piuttosto un liberatore» afferma Gekko. La standing ovation che segue è il preludio al suo trionfo. E, con ogni probabilità, allo smantellamento della compagnia. Ma questa è un’altra storia.

Retorica vincente

La lezione cinematografica sull’altro azionariato attivo, alla fine, è tutta qui. E le connessioni con la realtà sono spesso impressionanti. Inciso doveroso: nessuno di noi, ci mancherebbe, ha intenzione di paragonare gli esempi che seguiranno alla parabola del protagonista. Gekko è un furfante, braccato dalla SEC e infine incarcerato. Gli azionisti attivi sui generis di cui daremo conto, al contrario, non hanno fatto nulla di illecito. Eppure i richiami non mancano. Non tanto nelle azioni, quanto nell’atmosfera, nel rumore di giubilo che rimbomba in assemblea. È una questione di retorica. E non è una questione da poco.

Il consenso dei piccoli azionisti

Nel maggio 2018, per dire, il fondo Elliott ha conquistato il CdA di Tim dopo una sfida (quasi) all’ultimo voto (49,8% Vs 47,2%) con l’altro pezzo grosso in corsa: la Vivendì di Vincent Bolloré. Un successo sui cui pesa il voto favorevole dei piccoli azionisti riuniti nell’associazione Asati. Una vittoria, scriveva il quotidiano La Stampa, «accolta in sala con un boato da curva calcistica», tanto per chiarire il tono della questione. C’è un’analogia nell’atmosfera, un tripudio della convergenza di interessi tra il grande e i piccoli azionisti. Funzionerà?

Elliott assicura di sì, parlando di una nuova fase volta «alla massimizzazione della creazione di valore per tutti». I piccoli azionisti si augurano che il fondo « non sia il solito esempio di investimento mordi e fuggi». Chissà. Se lo chiedono anche i tifosi del Milan e gli azionisti di Hyundai. Gli argentini hanno smesso invece di farsi domande. Tutto regolare, per carità. Resta tuttavia un senso di incertezza, un dubbio, un disagio irrisolto. O forse un déjà vu.

 

Grillo Vs TelecomUn déjà vu comico

Capita ogni volta che la sala ribolle d’entusiasmo, con quell’ebbrezza un po’ demagogica che pervade l’aria. Tornano alla mente altre assemblee del colosso telefonico quando un comico genovese, forte delle deleghe dei piccoli azionisti, prendeva la parola tra appalusi e risate. Lanciava profezie («Il telefono è morto»), invocava le dimissioni del CdA e soprattutto la cessione della compagnia a una società straniera.

In seguito avrebbe cambiato idea; chissà cosa ne pensano i piccoli azionisti che per anni lo avevano scelto come rappresentante. Resta l’eco dello show teatrale, azionariato attivo che diventa spettacolo e fa da trampolino per un terremoto politico che si nutrirà della stessa retorica. Difficile capirlo, in quel momento, tra espressioni paradossali, battute e smorfie da palcoscenico. Visto da fuori lo trovavamo persino divertente. Poveri ingenui. Noi.

Un’azione, un voto. Di protesta. Già 14 anni fa

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