Attualità

Le previsioni sul petrolio mettono nei guai l’OPEC

Cresce l'offerta di greggio dai Paesi non-OPEC e i prezzi puntano al ribasso. Problemi in vista per l'Arabia Saudita e il cartello degli esportatori

Di Matteo Cavallito
L'Arabia Saudita, leader dell'OPEC, cerca un accordo con la Russia, partner privilegiato ma esterno al cartello, per una politica di sostegno ai prezzi. Foto: Kremlin.ru Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Alla vigilia dell’imminente vertice di Vienna in programma dal 5 dicembre prossimo i numeri del mercato globale del petrolio agitano il sonno dei Paesi OPEC. Le stime diffuse nei giorni scorsi dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (International Energy Agency, IEA) delineano infatti uno scenario problematico per il cartello degli esportatori, chiamati a fare i conti con l’espansione della produzione “esterna”. La produzione dei Paesi non-OPEC, sottolinea il rapporto dell’agenzia, dovrebbe crescere sensibilmente passando dagli attuali 1,8 milioni di barili al giorno ai 2,3 del prossimo anno. A guidare l’impennata – seguendo un trend in atto da tempo – saranno principalmente gli Stati Uniti, insieme al Brasile, alla Norvegia e alla new entry Guyana.

La quota di mercato in mano al gruppo dei grandi esportatori guidato idealmente dall’Arabia Saudita, in altre parole, è destinata a ridursi.

E le prospettive offerte dalle dinamiche dei prezzi non sono certo incoraggianti.

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La domanda globale di petrolio, rileva l’agenzia, è cresciuta di 1,1 milioni di barili/giorno su base annuale nel terzo trimestre del 2019. Una forte accelerata rispetto al ritmo di crescita dei tre mesi precedenti (+435 mila barili rispetto al medesimo periodo del 2018). Determinante – e figuriamoci – il contributo di Pechino. Tra inizio luglio e fine settembre gli acquisti cinesi sono aumentati di di 640mila barili al giorno. Nell’ultimo trimestre dell’anno, stima ancora la IEA, si prevede un’ulteriore crescita pari a 1,9 milioni di barili giornalieri. Tirando le somme l’espansione quotidiana media per l’anno in corso si colloca a quota 1 milione; quella prevista per il 2020 dovrebbe salire a 1,2 milioni.

Pechino. La Cina continua a offrire il principale contributo alla crescita della domanda globale di petrolio. Foto: Li Yong Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

I produttori non-OPEC spingono i prezzi al ribasso

Ad approfittare della crescita, si diceva, saranno soprattutto i produttori esterni al cartello e l’OPEC, va da sé, ne pagherà il prezzo. In quote di mercato, innanzitutto, visto che Sauditi e soci, rileva la IEA, risponderanno alla domanda globale con un contributo più basso: 28,9 milioni di barili al giorno, un milione in meno rispetto ai loro livelli produttivi attuali. Ma il vero problema, in realtà, sembra essere relativo ai prezzi particolarmente bassi. Il valore di mercato del barile WTI registrato nell’ultima settimana di novembre si colloca sotto la soglia dei 60 dollari, un livello decisamente inferiore alle media decennale.

Il prezzo del petrolio negli ultimi dieci anni. West Texas Intermediate, dati in dollari per barile. Fonte: TradingEconomics

Alla fine di ottobre la stessa IEA aveva sottolineato il peso dell’offerta statunitense in un mercato, ricordava qualche osservatore, che registrava un calo dei prezzi in doppia cifra percentuale (-12%) a sei mesi. E lo spauracchio, a questo punto, è costituito proprio dall’espansione produttiva dei Paesi extra cartello che, storicamente, si associa a un calo del valore del barile sul mercato.

La crescita della produzione dei Paesi non-OPEC è storicamente associata a un calo dei prezzi sul mercato. Fonte: U.S. Energy Information Administration

Tensione tra Russia e Arabia Saudita?

A differenza dei produttori non-OPEC, costituiti prevalentemente da grandi multinazionali private che prendono decisioni in autonomia, i Paesi del cartello operano congiuntamente elaborando una strategia comune che coinvolga, possibilmente, anche esportatori esterni all’organizzazione. A partire dalla Russia. Dall’inizio dell’anno Mosca e Riyad hanno raggiunto un accordo insieme ad altri produttori per un taglio di 1,2 milioni di barili al giorno con l’obiettivo di sostenere i prezzi al rialzo. L’accordo è stato successivamente rinnovato fino al marzo del 2020.

Il futuro però resta incerto. L’Arabia Saudita, ha riferito in particolare il Wall Street Journal, avrebbe intenzione di promuovere una linea dura invocando ulteriori tagli alla produzione. Ma la Russia, riferiscono alcune fonti citate dalla Reuters, non sembra disponibile ad accogliere la richiesta. Frattura in vista?

Il re saudita Salman bin Abdulaziz Al Saud e Vladimir Putin. La Russia non sembra disposta a tagliare ulteriormente la sua produzione di petrolio. Foto: Kremlin.ru Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

Aramco minaccia l’OPEC

Difficile prevederlo, almeno per ora. Ma una cosa è certa: gli equilibri tradizionali, al momento, sono già n discussione. Il 5 dicembre prossimo non sarà solo la data di avvio del vertice di Vienna ma anche il giorno dell’annuncio più atteso da parte di Riyad: la comunicazione ufficiale del prezzo fissato sulle azioni del colosso petrolifero statale Saudi Aramco. Sempre secondo il Wall Street Journal, proprio l’ingresso in borsa della compagnia – con tutte le irrisolte perplessità del caso – sarebbe alla base del pressing saudita per il sostegno ai prezzi. Ovvero a favore di nuovi tagli.

Già, peccato però che gli auspici della Casa Reale e degli azionisti di Aramco contrastino con le posizioni di altri Paesi OPEC, a partire da Iran e Nigeria che, in barba all’accordo in vigore, hanno continuato ad incrementare la produzione. Nell’attuale scenario, sottolinea tra gli altri Cyril Widdershoven, analista e direttore della società di consulenza olandese Verocy, il vero rischio è che le esigenze della compagnia saudita finiscano per spingere quest’ultima «in rotta di collisione con la strategia del cartello». Creando una frattura sempre più profonda tra i suoi membri e il Paese leader dell’organizzazione.

«Il futuro appartiene ai produttori low cost»

Scommettendo sul potenziamento della loro compagnia, d’altra parte, i sauditi hanno fatto i loro calcoli. In un mondo destinato a sperimentare un calo della domanda – e quindi dei prezzi – nel medio-lungo periodo, complici le politiche di decarbonizzazione, il petrolio a basso costo di alta qualità di Riyad conserva, in teoria, un vantaggio competitivo sul greggio dei concorrenti. A partire dallo shale oil USA, caratterizzato da costi di estrazione molto più alti. «Il vantaggio a lungo termine sarà dei produttori a basso costo», ha dichiarato il direttore della divisione ricerca dell’OPEC Ayed al-Qahtani. Difficile immaginare che la previsione possa essere smentita.

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