Ambiente

Rinnovabili: Calenda fa infuriare l’eolico (mentre Eni gongola)

La nuova bozza di Decreto Rinnovabili penalizzerà i piccoli e medi produttori, che dovranno competere con i “grandi”. Per molti è un regalo all’Eni.

Di Matteo Cavallito
Foto: Rudy Massaro wikimedia commons CC BY-SA 4.0
Pale eoliche a Collarmele (Abruzzo). Foto: Rudy Massaro wikimedia commons CC BY-SA 4.0

Per ora è solo una versione preliminare che rischia, come se non bastasse, di non vedere mai la luce. Ma tanto basta al momento per creare più di una preoccupazione al settore eolico, che della normativa si sente oggi vittima designata. La bozza del Decreto Rinnovabili che il Ministro dello Sviluppo Carlo Calenda ha inviato al dicastero dell’Ambiente ha confermato le indiscrezioni circolate nelle scorse settimane facendo arrabbiare, e non poco, l’industria del vento. In prima fila, in questo senso, ci sono soprattutto i piccoli e medi produttori, quelli, per intenderci, con una capacità compresa 1 e 5 MW. Fino ad oggi le loro operazioni passavano attraverso la graduatoria dei Registri; le nuove norme, invece, li obbligherebbero a partecipare alle aste dove la pressione concorrenziale dei grandi, dicono, finirebbe per spazzarli via dal mercato. «È un regalo all’ENI», protesta qualcuno. E il malessere – si dice – sarebbe ampiamente condiviso.

 

Iter incerto

Le perplessità, per altro, potrebbero non essere confinate al comparto eolico. Lo stesso Ministero di Via Cristoforo Colombo, riferiscono fonti vicine alla questione, avrebbe manifestato il proprio scetticismo sul taglio delle tariffe indicato dal MISE.  In questi giorni, in particolare, ha iniziato a circolare un documento attribuito allo stesso dicastero dell’Ambiente in cui si avanza una proposta alternativa basata su cifre in linea con il Decreto 2016, quello attualmente in vigore. Valori è riuscita a visionarne una copia ma non ha potuto verificarne l’autenticità. Contattato per una verifica sulle indiscrezioni emerse, il Ministero dell’Ambiente, per ora, non commenta.

 

L’ultima parola sui numeri, in ogni caso, spetta al MISE che al momento attende ancora di raccogliere i pareri dell’Autorità per l’Energia (ARERA) e della Conferenza unificata oltre a quello di Bruxelles, chiamata a verificare la compatibilità con i piani energetici della UE. «Premesso che il Decreto del MISE, atteso per la fine del 2016, appare del tutto inadeguato anche rispetto agli obiettivi sin troppo timidi per la decarbonizzazione previsti dal Strategia Energetica Nazionale per il 2030, è evidente che allo stato attuale l’eolico rischia moltissimo», commenta Francesco Ferrante, ex direttore generale di Legambiente (1995-2007) e attuale vicepresidente di Kyoto Club. «Quanto alla sua approvazione – aggiunge – è difficile fare previsioni. Il testo deve ancora passare al vaglio della UE e i precedenti indicano che la cosa potrebbe richiedere molto tempo: l’ultimo Decreto sul biometano, per dire, ha impiegato oltre un anno per ottenere il via libera di Bruxelles». E se arrivasse prima un nuovo esecutivo? «È probabile che un nuovo ministro possa rimettere mano a questo testo. Ma allo stato attuale dubito che un nuovo governo possa nascere in tempi rapidi».

 

Cambio di rotta

Carlo Calenda. Foto: World Trade Organization wikimedia commons CC BY-SA 2.0

Il Decreto Calenda elimina l’accesso diretto agli incentivi per gli impianti di piccola taglia e consente la selezione per i registri ai soli progetti di capacità inferiore a 1 MW. Tutti gli impianti più potenti dovranno passare attraverso le aste dove se la vedranno, tra gli altri, anche con i concorrenti esteri che esportano verso l’Italia. Ma non è tutto: oltre a tagliare drasticamente le tariffe, il piano del Ministero prevede l’istituzione delle cosiddette gare “tecnologicamente neutre”, aperte cioè a produttori di categorie differenti. A partire dal 30 novembre prossimo sono previsti 7 bandi diversi che metteranno all’asta 5.535 MW di potenza. 4.800 di questi vedranno gareggiare insieme le aziende del fotovoltaico e i produttori dell’eolico. Con il rischio, è lecito supporre, di penalizzare soprattutto questi ultimi.

 

Di recente, le PMI del vento hanno iniziato a condividere tra loro i numeri sul tavolo analizzando i pericoli all’orizzonte e contestando, in particolare, la tesi che le vedrebbe in grado di competere con i colleghi del solare. Il MISE ne è convinto, ma agli imprenditori dell’eolico i conti proprio non tornano. Negli ultimi dieci anni, è noto, i costi del fotovoltaico sono crollati un po’ ovunque. Non così quelli del vento, cresciuti negli anni a causa di tre macro fattori:  la disponibilità limitata di spazio; la crescente complessità dello sviluppo dei progetti; l’inadeguatezza della rete di distribuzione che ha costretto più volte i produttori a intervenire per rinforzare la magliatura della medesima. Nel 2003, sostengono oggi alcuni produttori citando uno studio pubblicato l’anno successivo, il costo medio dell’investimento in un impianto eolico installato oscillava tra i 900 mila e gli 1,1 milioni di euro per ogni MW di potenza. Nel 2016, suggeriscono paradossalmente gli stessi dati ministeriali, per gli impianti fino a 5MW di potenza la cifra unitaria era salita a 1,35 milioni; per quelli di capacità superiore il costo era di 1,225 milioni.

 

E il taglio delle tariffe? Insostenibile, dicono i produttori. Il Decreto 2016 fissava una tariffa di riferimento per gli impianti over 5 MW di 110 euro (incentivo compreso) per ogni MWh riducibile del 40% con l’asta al massimo ribasso. Nell’attuale bozza del MISE si scende a 70 euro per tutti gli impianti di potenza superiore a 1 MW che diventano 21 in caso di massimo ribasso, fissato come noto al 70%. Considerando i valori medi del prezzo dell’energia elettrica sul mercato italiano il rischio di operare in perdita appare particolarmente elevato.

 

Assist per ENI?

A creare forte risentimento, infine, è anche la modifica dei cosiddetti criteri di priorità. I produttori che dal 2012 attendono ancora l’avvio dei bandi previsti ma non ancora indetti ufficialmente si vedrebbero ora scavalcati dalle aziende del fotovoltaico in grado di soddisfare il primo criterio della lista: la realizzazione di impianti in aree dismesse o soggette a bonifica. Una norma, accusano dal settore, che sembra cucita su misura attorno a Progetto Italia, la maxi iniziativa dell’ENI che coinvolge partner di primo piano come Enel, Terna e soprattutto Syndial, la bad company ex EniChem che si occupa delle bonifiche.

Con 4000 ettari di proprietà da destinare al fotovoltaico, sostengono i produttori eolici, il cane a sei zampe e i suoi alleati – favoriti dalle economie di scala – rischiano di ritrovarsi virtualmente privi di concorrenti. «La promozione del recupero delle discariche e delle aree bonificate può essere condivisibile», commenta ancora Ferrante, «ma il favoritismo nei confronti di alcuni grandi gruppi è evidente. Una grande azienda come ENI, che possiede questi terreni in prossimità di quelle aree in cui opera, può facilmente soddisfare il proprio autoconsumo di energia ritrovandosi, al tempo stesso, a incassare un incentivo piuttosto generoso».

 

A certificare il difficile momento dell’eolico, infine, sono anche le cifre rilevate a inizio anno. Nei primi due mesi del 2018, ha segnalato in questi giorni ANIE Rinnovabili, le nuove installazioni di fotovoltaico, eolico e idroelettrico hanno sfiorato i 107 MW con una crescita del 3% su base annuale. I dati disaggregati evidenziano però una significativa accelerazione del fotovoltaico (60,1 MW totali, +17% rispetto allo stesso periodo del 2017) e un forte rallentamento dell’eolico (23,1 MW, -45% sul primo bimestre dello scorso anno). I dati sono ancora più impietosi per gli impianti micro-eolici: a gennaio ne è stata installata una potenza complessiva pari ad appena 10 kW con un fortissimo calo (-92%) delle unità di produzione.  In ascesa, da parte sua, l’idroelettrico: 23,4 i MW complessivi installati tra gennaio e febbraio 2018 (+133% rispetto ai primi due mesi del 2017).

@mcavallito

(Questo articolo è stato aggiornato il 27 marzo 2018)

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