A ROMA 34 SQUADRE PER LE OLIMPIADI DI PEDIATRIA

Il conto alla rovescia sta ormai per finire: il dipartimento di pediatria dell’Università La Sapienza di Roma ospiterà, dall’8 all’11 giugno, i “Pediatric simulation ...

By Nevit Dilmen (Own Photograph) [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], via Wikimedia Commons

Il conto alla rovescia sta ormai per finire: il dipartimento di pediatria dell’Università La Sapienza di Roma ospiterà, dall’8 all’11 giugno, i “Pediatric simulation games”, le prime olimpiadi italiane di pediatria, evento che vedrà coinvolte 34 squadre da tutta Italia, rappresentative di altrettante università, per un totale di 204 specializzandi, giudicati nelle procedure di pronto intervento pediatrico da una giuria di tre esperti internazionali. I giovani medici sono stati allenati e “capitanati” da primari e docenti che siamo andati a intervistare per carpire i segreti di un mondo – quello del primo intervento che salva la vita ai bambini – sconosciuto persino agli addetti ai lavori, ma caratterizzato, in Italia, da un particolare livello di eccellenza.

“Fondamentale il lavoro di squadra”. “A sorprendermi, nei ragazzi, ogni volta che li vedo impegnati in una simulazione, sono l’impegno e la motivazione che dimostrano sia nell’apprendere le procedure rianimatorie che nel lavoro di squadra”, spiega Giovanni Federico, professore associato della Scuola di Specializzazione di Pediatria dell’Università di Pisa. “Certo, ogni tanto si fa qualche errore, non tanto nell’esecuzione delle procedure quanto, soprattutto all’inizio, se c’è scarsa armonia nel team e quindi la tendenza a lavorare ognuno per sé. Ma nel complesso i risultati sono ottimi. La maggior parte delle simulazioni sono state eseguite su un manichino neonatale ad alta fedeltà, Nina. Potenza dell’informatica, dell’elettronica e soprattutto dell’immaginazione: Nina, si è trasformata in un diciassettenne, tatuato, reduce da un rave party, in coma per overdose da oppioidi. Generalmente il medico italiano non è abituato a lavorare in team. Come già detto, le difficoltà maggiori, soprattutto all’inizio, sono derivate proprio da questa mancanza. Nella gestione dell’emergenza (ma anche nel lavoro quotidiano), capirsi al volo, riconoscere i propri limiti e compensarsi vicendevolmente è essenziale per assistere il paziente nel modo migliore. L’esecuzione di corsi PBLS-D e PALS sono parte integrante del percorso formativo dello specializzando in Pediatria, come stabilito dal decreto ministeriale n. 68. Questi giochi sono molto di più, poiché con il loro effetto coinvolgente e aggregante, stanno diffondendo la cultura della simulazione in modo più profondo. Esercitarsi con continuità utilizzando una metodologia ragionata, secondo linee guida internazionali, sta modificando nella realtà l’approccio clinico all’urgenza/emergenza del personale della struttura. Questo grazie all’impegno di giovani medici in formazione.

“In corsia, la vera differenza è nella capacità di saper affrontare l’emergenza” “Gli specializzandi si sono allenati molto in maniera autonoma, si sono organizzati simulando i casi inseriti nel programma dei giochi. In alcune occasioni abbiamo tenuto dei briefings con i seniors che rispondevano alle loro domande e sono stati molto presenti nel pronto soccorso del Santobono dove hanno vissuto la “vita reale” dell’emergenza…. e questo non è male!”, spiega Vincenzo Tipo, professore di pediatria dell’università Federico II di Napoli. “Un episodio in particolare mi ha sorpreso, ma anche lasciato un po’ di amaro in bocca: un pomeriggio i ragazzi sapevano di avere disponibile una auletta ed i relativi manichini nella Clinica pediatrica della Università. Invece, raggiunta l’auletta, hanno trovato tutto chiuso poiché il custode, dimenticandosene, era andato via. Gli specializzandi, senza perdersi di animo, sono andati nella saletta giochi del Day hospital, dove c’erano alcuni peluches e bambole, ed hanno utilizzato questi come manichini. Nello stesso momento i loro colleghi di Padova hanno inviato una foto della loro preparazione in un’aula con i manichini/simulatori avanzati. Tutto è finito in una grande risata. Il napoletano è così: pur tra mille difficoltà arriva fino in fondo e, spesso, meglio degli altri”. Gli studenti di Napoli, racconta ancora il professore, sono entusiasti. “Non me lo aspettavo. Studiano, chiedono, partecipano, sono presenti in pronto soccorso h24. Tutto questo entusiasmo ha coinvolto anche noi ed è stato un bene poiché ha stimolato l’aggiornamento e il ritorno allo studio intensivo. E’ straordinario vedere lo scambio di informazioni tra “giovani” e “meno giovani”, dove ognuno impara e trasmette qualcosa all’altro. I ragazzi sanno benissimo che è una competizione dove non si vince nulla ma è l’occasione per acquisire le competenze “sul campo” che non vengono insegnate in nessuna università: si impara a superare la paura del “box codici rossi”, anche se non bisogna dare mai nulla per scontato. A me, ancora oggi e dopo 27 anni di servizio, entrare in shock room mi mette ansia….e deve essere così! In sintesi, definirei la nostra una squadra di giovani medici straordinari. Giovani di età ma grandi professionisti. Lungimiranti e intelligenti. Hanno perfettamente capito che, in corsia, la vera differenza tra due medici sta nella capacità di saper affrontare l’emergenza: chi l’affronta con decisione, sangue freddo e competenza sarà il “bravo medico” e chi, invece, si nasconderà e farà trasparire le sue difficoltà e indecisioni rimarrà sempre il “mediconzolo”. E, oramai, ci sarà spazio e futuro soltanto per i “bravi medici” “.
“Lavorare in gruppo implica l’aiutarsi reciprocamente, senza un effettivo team leader”
“Una situazione che mi ha colpito – spiega Marcello Lanari, professore associato di pediatria, Università di Bologna – si è verificata quando, durante una delle prime esercitazioni di simulazione di un gruppo di giovani specializzandi, una di loro ha simulato per la prima volta il ruolo della mamma di un bambino in insufficienza respiratoria. La “mamma”, in relazione alla situazione critica del figlio, era molto agitata e cercava di sollecitare il team di medici a prendere decisioni rapide, mettendo in difficoltà l’organizzazione della squadra di specializzandi, assolutamente impreparati nella gestione del genitore. Quando le manovre ventilatorie sono fallite, la “mamma” è scoppiata a piangere. L’affiatamento della squadra è fondamentale, proprio come insegna il CRM (Crisis Resource Management): il lavorare in gruppo implica l’aiutarsi reciprocamente, senza un effettivo team leader, ma semplicemente essendo parte di una squadra in cui ciascun componente ha un ruolo ben definito, di assoluta rilevanza e peso di contributo per l’esito positivo nella gestione dell’evento critico. Ognuno infatti è libero di esprimere il proprio autorevole parere in quanto l’Event Manager è un coordinatore e non un capo. Per la vostra struttura partecipare ai giochi significa tanto: verificare le capacità formative della nostra Scuola in questo nuovo ambito, cimentandosi in una sportiva competizione con le altre scuole, incentivando da un lato un senso di appartenenza e di orgoglio nel rappresentare in una leale competizione la propria Istituzione, e dall’altro la condivisione di quelle competenze e di quei valori che sono un bagaglio emotivo e culturale indispensabile per chi ha scelto di fare una professione così bella e complessa quale quella del Pediatra”.

@lamarty_twi