Parte 7

Scarsa formazione continua. Bomba a orologeria per l’Italia

L'Italia è arretratissima sui programmi di Lifelong Learning. E appena il 14% degli imprenditori è laureato. Il circolo vizioso fa perdere opportunità e posti di lavoro

Di Emanuele Isonio
Foto di Jan Kosmowski da Pixabay

Utile, anzi indispensabile per dotare i lavoratori di nuove competenze da potersi spendere su un mercato del lavoro che cambia a ritmo vorticoso e per fornire ai cittadini le capacità di leggere con occhio critico i fenomeni quotidiani. Eppure praticamente sconosciuto nel nostro Paese: sul lifelong learning si consuma un altro dei pericolosi gap che minano la possibilità di crescita italiana.

Secondo gli obiettivi che la Ue si è data per il 2020, i programmi di formazione “durante tutto il corso della propria vita” dovrebbero coinvolgere almeno il 15% dei lavoratori. La media Ue – che considera le persone tra i 25 e i 64 anni – si è attestata nel 2018 a un tasso di partecipazione dell’11,1%. In lieve crescita anno dopo anno (+0,2% sul 2017 e + 0,4% sul 2015). Ma le disparità fra gli Stati membri sono enormi. L’Italia, ad esempio, arriva a stento alla metà dell’obiettivo 2020: 8,1%.

Formazione continua adulti lifelong learning 2018
Il tasso di partecipazione della popolazione adulta a programmi di formazione continua in Europa – Anno 2018. FONTE: Eurostat

I virtuosi? Tutti al Nord

Il gruppo dei virtuosi che ha già ampiamente superato il target del 15% è – ancora una volta – rappresentato da Paesi che si affacciano sulle fredde acque del Mar Baltico e del Mar del Nord: Svezia (29,2%), Finlandia (28,5%) e Danimarca (23,5%). E poi Estonia, Olanda e Francia tra 18 e 19%. Per i Paesi mediterranei, un pianto: Spagna e Portogallo attorno al 10,5%. E lo stesso discorso vale per l’Europa orientale.

UNESCO: La situazione della formazione continua nel mondoIl problema principale, che impedisce di superare il gap, è legato a un sistema formativo nazionale che appare impreparato ad affrontare le nuove sfide che le tecnologie digitali impongono.

Per evitare la cronaca di un disastro annunciato, sono necessari investimenti e ragionamenti che partano dalla messa in discussione del nostro modello educativo. «Non c’è formazione continua senza istruzione» spiega Enrico Giovannini, presidente dell’Associazione Sviluppo sostenibile (ASVIS) ed ex presidente dell’Istat. «Altrettanto necessario favorire l’accesso e la gestione consapevole della tecnologia, del digitale e dell’informazione che sono ormai pervasivi e la cui ignoranza non è più tollerabile. Il primo investimento da fare è, quindi, sul valore e le competenze delle persone».

Solo un imprenditore su 7 è laureato

Ma aggiornare i canali educativi non basta. L’Italia soffre per la carenza cronica di investimenti in ricerca e sviluppo e per la mancanza di percorsi di formazione messi a sistema.

Oltre a ciò, c’è una mentalità che fatica ad aggiornarsi e, quel che è peggio, riguarda chi dovrebbe guidare il tessuto produttivo: solo il 14% degli imprenditori italiani è laureato, tende a non assumere personale laureato e non investe in formazione e aggiornamento, né per sé, né per i suoi dipendenti o collaboratori. Una tendenza legata a filo doppio con la realtà industriale italiana fatta soprattutto da PMI.

Peso occupazionale piccole e medie imprese
Peso occupazionale delle PMI in alcuni Stati Ue. FONTE: Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Eurostat.

«Quello delle piccole imprese italiane è un modello fatto di sapere tecnico limitato, caratterizzato da una protezione e una chiusura che non permettono l’inserimento di nuove grammatiche aziendali» spiegava al Festival dell’Economia di Trento Giuseppe Croce, docente di Politica economica dell’università La Sapienza.

Rischio disuguaglianza crescente

C’è poi un altro aspetto da non sottovalutare. I lavoratori che vengono coinvolti in programmi di formazione continua sono per lo più quelli con alte qualifiche. Quelli meno specializzati, che avrebbero bisogno di aggiornare e ampliare le proprie competenze per rimanere al passo con le esigenze del mercato del lavoro, sono invece ai margini.

«Il problema accomuna l’Italia a tutti i Paesi OCSE. Il gap tra persone con alte e basse qualifiche è di 1 a 3. In media nei PAesi OCSE una persona altamente qualificata ha una probabilità tra 60 e 80% di ricevere formazione in un anno. Per chi ha basse qualifiche, la probabilità crolla al 10-20%. Questo divario va assolutamente ridotto» spiega Stefano Scarpetta, direttore della Direzione occupazione, lavoro e politiche sociali dell’OCSE.

Scarpetta (OCSE): «Urgente fornire formazione continua ai lavoratori meno qualificati»Il pericolo è evidente: assistere a un aumento del divario tra lavoratori specializzati e lavoratori meno specializzati. Questi ultimi sono infatti più a rischio di essere sostituiti, nel medio periodo, da tecnologie e automazione. «Più o meno sappiamo quali sono le categorie e i comparti produttivi più in bilico: sono quelli con bassi livelli di competenza dei settore della manifattura, dell’agricoltura e alcuni servizi perché le loro mansioni saranno più facilmente automatizzabili» aggiunge Scarpetta. «C’è bisogno di definire dei programmi di formazione mirati a tali categorie, soprattutto nelle aree geografiche del Paese dove sono più concentrate».

Laurearsi? In Italia (quasi) inutile per trovare lavoro e aumentare il reddito

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile