Siria: la regina del cemento francese complice dell’Isis?

La corporation transalpina Lafarge incriminata per aver finanziato il terrorismo in Siria. È la prima incriminazione per un'azienda. Esultano le Ong: «Passo avanti storico»

Di Matteo Cavallito
Azaz, Siria. Foto: Scott Bob, dominio pubblico Public Domain Mark 1.0

La multinazionale francese del cemento Lafarge è stata formalmente accusata di complicità in crimini contro l’umanità per avere finanziato il terrorismo e aver messo in pericolo la vita dei propri dipendenti in Siria. Il provvedimento è stato assunto nei giorni scorsi dai tre giudici istruttori di Parigi incaricati di seguire il caso.

Fondata nel 1833, la Lafarge è una delle principali aziende di materiale edilizio al mondo. Nel 2015 ha completato la fusione con la svizzera Holcim. Il gruppo opera in 80 Paesi e impiega circa 80mila dipendenti.

Corporation in tribunale

A prescindere dagli sviluppi, la vicenda segna già due importanti precedenti. Mai, nella storia giudiziaria francese, una casa madre era stata chiamata a rispondere delle azioni commesse da una propria sussidiaria all’estero. È la prima volta in assoluto, inoltre, che una corporation privata è chiamata in tribunale per questo genere di reati.

In passato, ricorda il Guardian, diverse aziende si erano già trovate di fronte ad accuse di favoreggiamento di crimini contro l’umanità ma i casi erano stati successivamente archiviati. Nel 2013, la Corte suprema locale aveva respinto le istanze presentate da dodici cittadini nigeriani contro la multinazionale del petrolio Royal Dutch Shell. La società anglo-olandese era stata accusata di complicità nelle torture e nelle violazioni dei diritti umani nel delta del Niger negli anni ’90.

Lafarge accusata di aver finanziato l’ISIS e di crimini contro l’umanità

13 milioni per far funzionare uno stabilimento in Siria

All’inchiesta sulle attività siriane, in corso da tempo, si è aggiunta una denuncia presentata lo scorso mese di maggio da due Ong: l’associazione francese Sherpa e lo European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR).

Gli attivisti, con il sostegno di 11 ex dipendenti della Lafarge, accusano la multinazionale di aver pagato quasi 13 milioni di euro ai gruppi armati della zona con l’obiettivo di mantenere in funzione l’impianto produttivo di Jalabiya, attivo nel nord del Paese tra il 2011 e il 2014.

Oltre un terzo della somma, cinque milioni, sarebbe finito nelle casse dell’Isis. I vertici dell’azienda, argomentano i querelanti, non potevano non sapere che il denaro versato avrebbe contribuito a finanziare i crimini compiuti dallo Stato islamico nell’area.

«L’incriminazione della Lafarge è un passo avanti storico nelle battaglie che la nostra organizzazione conduce da 17 anni contro l’impunità delle multinazionali» ha dichiarato la direttrice di Sherpa, Sandra Cossart, in una nota congiunta diffusa dalle due Ong. «Questo caso deve creare un precedente per tutte le corporation che alimentano i conflitti armati. Da questo dipende la possibilità di accedere alla giustizia per migliaia di vittime nei Paesi devastati dalla guerra». Secondo Miriam Saage-Maass, vicedirettore della divisione legale di ECCHR, «le attività di Lafarge in Siria, sono un perfetto esempio di come le multinazionali possano alimentare conflitti e violazioni dei diritti umani».

Un impianto della Lafarge. Foto: Phil Sangwell Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Prime ammissioni

Le due organizzazioni hanno chiesto alla multinazionale di istituire un fondo per risarcire gli ex dipendenti della sussidiaria siriana e le loro famiglie. I giudici francesi hanno ordinato all’azienda di accantonare 30 milioni di euro in via cautelare.

In una nota ufficiale, la corporation ha ammesso che «il sistema di sorveglianza della sussidiaria siriana non ha permesso alla compagnia di identificare gli illeciti commessi come conseguenza di un’inedita violazione delle regole interne da parte di un piccolo gruppo di persone che non lavorano più per il gruppo». La multinazionale, in ogni caso, ha fatto sapere nello stesso comunicato, di volersi appellare contro le accuse ritenute eccessive rispetto alle proprie responsabilità.

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