Il suolo italiano è sotto stress. Nasce una Fondazione per difenderlo

Cementificazione e agricoltura intensiva depauperano il suolo. Eppure mancano leggi che incentivino l'uso corretto che potrebbe frenare la crisi climatica e creare occupazione

Un quinto del territorio italiano è a rischio desertificazione e il depauperamento del suolo rischia di ridurre della metà la produzione agricola.

Non c’è solo il dramma della cementificazione che divora territorio in Italia al ritmo di due metri quadrati al secondo, 14 ettari al giorno nel 2018. Il suolo è sotto stress per una lunga serie di fattori produttivi che lo sfruttano in modo irrazionale, dimenticando un fattore cruciale: il suolo è una risorsa non rinnovabile. Basta un numero per capirlo: per formarne uno strato di soli 10 centimetri ci vogliono ben 2mila anni.

C’è inoltre una correlazione stretta ma complessa tra gestione dei suoli, agricoltura e cambiamenti climaticiVariazione dello stato del clima rispetto alla media e/o variabilità delle sue proprietà che persiste per un lungo periodo, generalmente numerosi decenni.Approfondisci. La perdita di materia organica nei terreni produce a livello globale il 20% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera.

Il ruolo (negativo) dell’agricoltura intensiva

Il settore agricoltura e foreste è responsabile di poco meno di un quarto delle emissioni globali di gas a effetto serra. L’Europa è il quarto emettitore di gas serra dall’agricoltura del mondo.

Inoltre, i terreni fertili e la stessa produzione agricola sono tra le prime vittime degli eventi estremi, delle alluvioni, delle siccità che sono diretto risultato del cambiamento in atto. Già oggi l’erosione colpisce il 20% della superficie dell’Unione: ogni anno si perdono 10 tonnellate di terra per ettaro. Il cambiamento climatico potrebbe condurre entro il 2050 a una riduzione della produzione agricola fino al 50% in alcune regioni, Italia e Mediterraneo in testa.

A livello globale i costi annuali stimati del degrado del suolo variano tra 18 miliardi di dollari e 20 trilioni di dollari. La perdita di servizi ecosistemici a causa del degrado del suolo costa tra i 6,3 e i 10,6 trilioni di dollari all’anno, pari al 10-17% del PIL mondiale.

Politiche disattente

Eppure le politiche nazionali, europee e internazionali hanno trascurato la terra e la sua fertilità. I risultati sono estremamente allarmanti: un terzo dei suoli mondiali è degradato, i terreni produttivi si riducono di mille chilometri quadrati ogni anno solo a causa dell’impermeabilizzazione provocata da costruzioni e strade.

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Fonte: Ispra 2019

Suolo sano, principale alleato contro il climate change

Nel nostro Paese, più del 4% del territorio è sterile e oltre il 21% è considerato a rischio desertificazione. Ma quello della salvaguardia del suolo è un tema centrale per la mitigazione della crisi climatica: i terreni fertili del Pianeta potrebbero assorbire ogni anno 0,7 miliardi di tonnellate di carbonio. Tradotto? Quel numero è pari all’intera produzione di emissioni di gas ad effetto serraGas che compongono l’atmosfera terrestre. Trasparenti alla radiazione solare, trattengono la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, dall'atmosfera, dalle nuvole.Approfondisci causate dalla combustione delle fonti fossili nell’intera Unione europea.

«Per comprendere al meglio questo potenziale, urge una rete di monitoraggio e sensoristica eche potenzi il catasto dei suoli. Ed è indispensabile una direttiva europea che se ne occupi direttamente» spiega Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia e segretario generale della Fondazione Aurelio Peccei.

Suolo, asset di ricchezza sottovalutato

«Nessun libro di geografia, nemmeno oggi, indica quanto il suolo rappresenti il principale asset della ricchezza di una nazione» osserva Damiano di Simine, responsabile tutela suolo di Legambiente e ideatore della campagna People4Soil. «Spero che la cosa cambi rapidamente. Attraverso i processi di trasformazione del suolo si agisce sul consumo di una risorsa che ha dirette conseguenze sulla vita delle persone. Ed è utile assumere la quantità di sostanza organica presente nel suolo come punto di riferimento per valutarne la salute».

Gli obiettivi della Fondazione Re Soil

Per dare impulso a un reale cambiamento, a partire dalla salute del suolo e dal concetto chiave di rigenerazione territoriale, nasce la Fondazione Re Soil, presentata in una conferenza stampa a Roma.

Tre i soci fondatori: il Politecnico di Torino, l’Università di Bologna e Novamont, azienda leader a livello internazionale nel settore della biochimica. Obiettivo: promuovere l’attività nei settori della ricerca scientifica, del trasferimento tecnologico, della formazione e divulgazione, e della creazione di consapevolezza, per conservare la salute del suolo, promuovere il recupero di sostanza organica per sostenere la qualità della vita e la decarbonizzazione del nostro sistema.

La presentazione della Re Soil Foundation«Urge direttiva europea sul suolo»

«Per contrastare la crisi climatica e ambientale occorre il riconoscimento dell’ecosistema terra: oggi il suolo è un oggetto legale non identificato», spiega Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont. «Serve una direttiva europea che lo protegga: gli incentivi devono andare non solo a ridurre l’emissione di carbonio in atmosfera, ma anche a riportare il carbonio nel suolo. Protagonisti di questa svolta dovrebbero essere gli agricoltori, che andrebbero remunerati non solo per la loro attività di produzione di beni alimentari ma anche per quella di custodi della terra, per il loro contributo nel riportare carbonio e quindi fertilità nei terreni».

Per farlo, è essenziale usare i rifiuti organici come compost. «In Europa – spiega Bastioli – su un totale di 96 milioni di tonnellate di rifiuto organico soltanto il 33% viene riciclato mentre il 66% finisce ancora in discarica. L’Italia sta un po’ meglio, con un riciclo intorno al 50%, ma resta ancora moltissimo da fare. In questo senso un obiettivo prioritario deve essere quello di evitare accumulo nei suoli mediante l’utilizzo di prodotti in grado di biodegradare in diversi ambienti (compostaggio industriale, compostaggio domestico, nel suolo, nei sistemi di depurazione delle acque), in particolare per quelle applicazioni in cui esiste il rischio di rilascio accidentale e accumulo di residui».

Investire in tecnologie fa crescere occupazione di qualità

«In questo scenario – spiega il Rettore del Politecnico di Torino, Guido Saracco – diventa fondamentale attivare azioni specifiche per creare consapevolezza del problema e per intervenire sui diversi settori delle filiere integrate accelerando l’adeguamento delle infrastrutture. Occorre quindi mettere in rete le migliori soluzioni tecnologiche esistenti, investendo e facendo innovazione su campo, frenando la degradazione e l’inquinamento ed operando in sinergia con le comunità locali per un modello di sviluppo che metta al centro un suolo sano e pulito, fondamentale per la vita sul pianeta Terra. In questo contesto, nasce anche l’opportunità di sviluppare tecnologie fisiche, chimiche, biotecnologiche in grado di utilizzare le diverse materie prime rese disponibili. Importanza delle tecnologie rigenerative, capaci cioè di rigenerare risorse naturali soggette a grave degradazione, con particolare attenzione al suolo e all’acqua».

In gioco 13mila posti di lavoro

D’altro canto, gli investimenti in favore del suolo si rivelerebbero anche un volàno per l’occupazione di qualità: uno studio dello European Compost Network indica che già oggi la raccolta e il trattamento dei rifiuti organici genera 23mila posti di lavoro. Se il 100% dell’organico fosse correttamente trattato, si potrebbero aggiungere ulteriori 52mila posti di lavoro in area rurale e 16mila in area urbana. In Italia, se la raccolta differenziata dell’umido fosse estesa a tutti i Comuni, l’occupazione potrebbe crescere dagli attuali circa 9.900 posti di lavoro e 1.8 miliardi di euro di fatturato a 13mila addetti e 2,4 miliardi.

«La bioeconomia, ossia la produzione agro-forestale e i servizi ecosistemici, la produzione di cibo ma anche di bioprodotti e biocombustibili, dipende in maniera determinante da un suolo fertile» osserva Francesco Ubertini, rettore Alma Mater Studiorum – Università di Bologna. «Ma la pressione antropica esercitata sui suoli e la crescente perdita di materia organica compongono una minaccia per la sicurezza alimentare in varie aree del mondo. C’è dunque bisogno di invertire la rotta, favorendo l’apporto di materia organica nel suolo e la sua assimilazione e, nel contempo, un suo uso più sostenibile e sapiente. Questo richiede ricerca ed innovazione ma anche formazione ed informazione, e questo sarà l’apporto garantito dalle università in questa nuova azione strategica».