Speculazione

Tangenti Eni-Shell, il processo del secolo in balìa di traduttori inadeguati

Anche nell'interrogatorio del terzo testimone nigeriano, il servizio di traduzione ostacola l'accusa. Una farsa per uno dei processi per corruzione più importanti della storia

Di Giulia Franchi

«Per la mia prestazione ho ricevuto un milione di dollari. In contanti. La data no, non la ricordo». A parlare è Chief Ernest Olufemi Akinmade, chiamato a testimoniare nel processo sul caso OPL245. L’ingegnere nigeriano con alle spalle più di 30 anni di brillante carriera all’interno della NAOC, la filiale nigeriana dell’ENI, iniziata nel 1971 come tecnico geologo e conclusasi a testa alta nel 2006 da direttore esecutivo dell’azienda. Ma, a suo dire, tutto questo era prima. «Prima di essere approcciato dalla Malabu per delle consulenze su questioni riguardanti il blocco petrolifero OPL 245», prima, cioè, diventare il braccio destro dell’ex ministro nigeriano del Petrolio Dan Etete.

Testimone atteso, interpreti sciatti

Chief Akinmade è quindi, comprensibilmente, un teste attesissimo. Tanto che l’aula al primo piano del Tribunale di Milano è gremita di persone dalle 9 diOPL mattina. Si tratta del terzo nigeriano che i PM riescono a portare di persona a Milano a testimoniare, dopo l’investigatore dell’EFCC Ahmed Ibrahim ed il giornalista investigativo del Premium Times, Idris Akimbajo.

Come era successo con loro, e con gli altri teste nigeriani intervenuti in videoconferenza, l’inadeguatezza del servizio di interpretariato ha prodotto anche stavolta un teatrino degno di una commedia dell’assurdo più che di un’aula di tribunale dove si sta svolgendo il più grande processo per corruzione nella storia delle multinazionali.

Le domande dei PM su alcune mail ad ENI

Ma il muro di gomma di una traduzione certamente non all’altezza non ha scalfito la persistenza (né i nervi saldi) dell’accusa, che ha continuato a martellare ritmicamente di domande Chief Akinmade per quasi quattro ore. A passare sotto la lente d’ingrandimento dei PM Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro sono soprattutto alcune e-mail inviate da Akinmade a vari esponenti ENI tra fine 2009 e metà 2010.

In particolare spicca una spedita a Descalzi: «Gentile Claudio, complimenti per la stagione. Il chief Dan Etete ha confermato che OPL245 è stata data al 100% a Malabu. La Shell è fuori. Lui è a Parigi, se ENI è interessata dobbiamo muoverci adesso, sennò c’è anche Gazprom come concorrente. Io non sono ancora stato messo sotto contratto, sebbene stia già facendo dei servizi. Ho informato Ciro e Roberto riguardo ciò che sta succedendo. Attendo indicazioni».

Secondo l’accusa, Akinmade a un certo punto «sente l’urgenza di scrivere a Descalzi» per informarlo personalmente. «Era un mio amico», si difende Akinmade, «e poi non posso negare che essendo un ex impiegato ENI volevo che ENI facesse parte di OPL245». Peccato quella non tanto velata richiesta di contratto a fine e-mail, tanto inopportuna per uno che sta lavorando come consulente della controparte. «Ma no, non c’entra niente» si affretta a smentire Akinmade, «trattasi di contratto di consulenza su questioni sismiche, in cui OPL non c’entra assolutamente nulla».

«Dobbiamo farci prendere sul serio da Etete»

«Ma lei per chi lavorava, Malabu o ENI?», sbotta più volte l’accusa, incurante delle sue proteste e quelle delle varie difese presenti, portando in esame alcune e-mail inviate a Vincenzo Armanna relative ad un viaggio a Parigi a cui Akinmade era stato invitato a partecipare e di cui ENI avrebbe pagato tutte le spese. Nella capitale francese, ENI, tramite l’intermediazione di altri soggetti, avrebbe consegnato a Chief Dan Etete la propria offerta.

In un’altra e-mail indirizzata ad Armanna, Akinmade scopre ulteriormente le carte sul suo posizionamento: «la mia preoccupazione, come sai, è che il venditore è impaziente. Dobbiamo fare in modo che Etete ci prenda sul serio».

La società segreta WNR

«Perché dice così se lei lavorava per Etete?» rimarca di nuovo l’accusa. Ma Akinmade continua a negare. Del resto, dal marzo 2018 Akinmade è coinvolto in un’altra indagine della Procura di Milano che riguarda alcuni accordi per permessi petroliferi firmati tra il 2013 e il 2015 dalla controllata congolese dell’Eni con il Ministero degli Idrocarburi in Congo, e i rapporti con le imprese locali, legati ad alti funzionari pubblici o a stretti collaboratori del presidente congolese Denis Sassou Nguesso. Akinmade è oggetto di indagine in qualità di ex direttore della Word Natural Resources (WNR) dal 3 giugno 2014 al 17 aprile 2015.

WNR era una società segreta di nuova costituzione al momento in cui, nel marzo 2013, è entrata nell’accordo acquistando una quota del 23% della licenza Marine XI in Congo per soli 15 milioni di dollari. All’epoca, WNR Congo era interamente di proprietà di quattro azionisti anonimi, mentre la proprietà delle società era suddivisa tra società di comodo e trust in Gran Bretagna, Mauritius, Nuova Zelanda e Dubai.

Allarmante, tuttavia, che almeno cinque persone collegate a World Natural Resources sono ora sotto inchiesta per corruzione assieme a Eni:

  • l’Eni Chief Development, Operations and Technology Officer, Roberto Casula;
  • l’avvocato italiano e in parte beneficial owner/director di WNR, Maria Paduano;
  • il partner commerciale di Eni e in parte beneficial owner/director di WNR, Alexander Haly;
  • l’attuale procuratore di Eni e in parte beneficial owner di WNR, Andrea Pulcini;
  • Chief Olufemi Akinmade, appunto.

Ma questa è tutta un’altra storia.

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