Tasse: tra Londra e l’Europa vincono le multinazionali

Le corporation britanniche pagano tuttora tasse bassissime. Le norme europee non bastano. E dopo la Brexit la situazione potrebbe peggiorare

Di Matteo Cavallito
Foto: Scott Lewis Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Le multinazionali britanniche continuano a versare tasse particolarmente esigue, avvalendosi di aliquote reali decisamente inferiori a quelle dei contribuenti comuni. Un’anomalia persistente che nasce, in parte, dalla mancata applicazioni di regole già in vigore.

È la denuncia di Tax Justice UK, filiale londinese dell’organizzazione internazionale Tax Justice Network. Tutto ruota attorno al cosiddetto country-by-country reporting (CBCR), la regola contabile che obbliga le corporation a rendere noti i profitti conseguiti in ciascun Paese e che, assicurano gli attivisti, aprirebbe la strada a maggiori incassi per le agenzie delle entrate (almeno 2 miliardi e mezzo di sterline, si dice, per il solo Regno Unito). Lo Stato, in base a una legge approvata due anni fa, potrebbe imporre alle aziende la pubblicazione delle cifre. «Ma per qualche misteriosa ragione – ricordano da TJ – il governo non ha esercitato il suo potere».

I problemi, in ogni caso, riguardano anche l’Europa che ad oggi non ha fatto abbastanza per contrastare l’elusione fiscale delle grandi imprese. E la Brexit, tanto per cambiare, rischia di aggravare ulteriormente la situazione.

CBCR: i profitti in paradiso

Le tecniche utilizzate sono complesse ma il principio di base è piuttosto semplice: le corporation trasferiscono buona parte dei profitti nelle giurisdizioni più favorevoli, ovvero dove si pagano meno tasse. Nei Paesi in cui la pressione fiscale è maggiore, al contrario, non resta quasi nulla. A svelare i dettagli delle operazioni è proprio il CBCR anche se le informazioni restano spesso confinate alle sole agenzie delle entrate. Fanno eccezione le società estrattive e le banche che dal 2013 sono tenute a rendere pubblici i dati. Per la gioia (più che legittima) degli analisti.

Come funziona il country-by-country reportingLe banche UE? 25 miliardi nei tax haven

Nel marzo del 2017 un rapporto di Oxfam ha rivelato come oltre un quarto (25 miliardi di euro) dei profitti realizzati dai 20 maggiori istituti europei sia registrato nei paradisi fiscali. Un dato sorprendente – si fa per dire – considerando che i tax haven ospiterebbero per contro appena il 7% della forza lavoro impiegata nelle banche e il 12% del fatturato delle medesime.

Nel 2015 BNP Paribas ha registrato 134 milioni di euro di profitti alle Cayman, dove l’istituto francese, ricorda Oxfam, non impiega alcun dipendente.

Nello stesso anno Deutsche Bank ha chiuso i propri bilanci in pareggio o addirittura in passivo nella maggior parte dei mercati in cui opera, salvo registrare 2 miliardi di utili proprio nei tax haven. Nel luglio 2017 il Parlamento di Bruxelles ha approvato la proposta della Commissione UE di estendere il CBCR pubblico a tutte le multinazionali presenti nel Continente. Ma la norma deve ancora ancora essere approvata dal Consiglio europeo.

Nel luglio 2017 il Parlamento UE ha approvato la proposta della Commissione di estendere il CBCR pubblico a tutte le multinazionali presenti nel Continente. Foto: Marco Ammon (Wikimedia Commons)

Incassi extra per il fisco

La trasparenza imposta per legge, si stima, dovrebbe tradursi in maggiori introiti per gli Stati. Una recente ricerca dell’Università di Colonia, ad esempio, ha dimostrato che le banche costrette a rendicontare i loro profitti Paese per Paese pagano circa il 10% di tasse in più.

Un altro studio, condotto dall’Università di Oxford, sostiene inoltre che in assenza di elusione fiscale, gli incassi dell’agenzia delle entrate britannica aumenterebbero ogni anno di 25 miliardi di sterline. Se entrambe le stime sono corrette, sostengono dunque gli attivisti, le entrate extra per il Regno Unito in caso di CBCR pubblico (un decimo del surplus) ammonterebbero ai già citati 2,5 miliardi annuali.

Appoggio politico

Le richieste di Tax Justice Network trovano una sponda politica nei liberaldemocratici. Vince Cable il segretario del partito, invoca da tempo la pubblicazione dei dati sui profitti delle multinazionali per rendere il Regno Unito «un leader globale nella trasparenza fiscale».

Nel Paese, ricorda per altro il Financial Times, le poche informazioni emerse finora hanno già suscitato un certo sdegno nell’opinione pubblica. Nell’ultimo anno, nota il quotidiano, Starbucks è stata tassata de facto con un’aliquota del 2,8% mentre Amazon ha versato nelle casse del fisco UK meno di due milioni di sterline.

Nell’ultimo anno Amazon ha versato nelle casse del fisco UK meno di due milioni di sterline. FOTO: Pixabay.com CC0 Creative Commons.

Brexit, scontro sulle tasse

A complicare il tutto, ovviamente, c’è il nodo Brexit. Tra gli ostacoli al raggiungimento di un accordo – il solo modo per evitare la temuta Hard Brexit – c’è il noto scontro sulle tasse.

Brexit, per l’Europa può essere un disastro miliardario

Secondo alcune indiscrezioni di stampa, il capo dei negoziatori di Bruxelles, Michel Barnier, vorrebbe convincere Londra ad applicare il codice di condotta UE anche dopo il divorzio definitivo dall’Unione. Una sorta di accordo di non concorrenza che dovrebbe impedire al Regno Unito di trasformarsi in un paradiso fiscale per le corporation. Ma strappare la promessa a Theresa May non sarà facile.

Alla fine di settembre parlando alla platea del Bloomberg Global Business Forum di New York, la numero uno di Downing Street ha assicurato di voler introdurre nel suo Paese «le più basse tasse alle imprese del G20». Uno scenario sempre più probabile di fronte alla prospettiva di un mancato accordo tra Londra e Bruxelles. O, in caso contrario, di una mancata ratifica da parte di Westminster.

Iscriviti alla newsletter

Il meglio delle notizie di finanza etica ed economia sostenibile