Parte 4

Tassi e deficit: una nuova crisi troverà impreparate le economie avanzate

Le banche centrali si preparano a una futura recessione. I tassi sperimenteranno nuovi rialzi. Ma dall’Europa agli USA i problemi non mancano

Di Matteo Cavallito
Il presidente della BCE, Mario Draghi

Da sempre le banche centrali cercano di stabilizzare il ciclo economico. Per farlo hanno soprattutto due strumenti: la politica monetaria e la regolazione dei tassi di interesse. Quando cresce l’inflazione, ad esempio, si tende ad alzare il costo del denaro per limitare l’aumento dei prezzi e il rischio di nuove bolle speculative. Quando la crescita economica è contenuta, nulla (stagnazione) o addirittura negativa (recessione), gli istituti centrali possono abbassare i tassi per creare inflazione e garantire liquidità al mercato.

È esattamente ciò che è accaduto dopo lo scoppio della crisi finanziaria (2007-08) e l’inizio della grande recessione (2009), quando il costo del denaro si è sostanzialmente azzerato un po’ ovunque. I mercati finanziari hanno conosciuto un rimbalzo che dura ancora oggi e una nuova Grande Depressione è stata scongiurata. Ma la ripresa, si sa, non può essere costante. Ed è proprio questo, oggi, il problema principale.

Banche centrali a corto di strumenti

Cosa accadrà, dunque, quando il ciclo economico andrà incontro a una nuova recessione? Non è scritto da nessuna parte, ovviamente, che la prossima contrazione debba avere le dimensioni devastanti del 2009; ma è un dato di fatto, da che mondo è mondo, che ad ogni periodo di crescita economica segue inevitabilmente una fase recessiva.

Quanto margine di manovra avranno dunque le banche centrali quando la tendenza di lungo termine andrà incontro all’inevitabile inversione? La sensazione è che potrà essere molto limitato.

Pil mondiale: crescita annuale % dal 1960 ad oggi.
Pil mondiale: crescita annuale % dal 1960 ad oggi. FONTE: tradingeconomics.com

 

Nell’Eurozona – che dopo la crisi ha sperimentato due fasi recessive  – così come nel Regno Unito e in Giappone i tassi sono tuttora molto bassi. Il Quantitative Easing (QE) ha assunto negli anni dimensioni enormi – il picco previsto per l’area della moneta unica si colloca a 2,6 trilioni di euro – ma il suo impatto sulla crescita è stato modesto. Detto in altri termini, come ha rilevato il Financial Times, «la BCE e la Banca del Giappone (ma altrettanto si potrebbe dire della Bank of England e delle sue omologhe di Svezia e Svizzera, ndr) fanno già i conti con una carenza di opzioni monetarie. All’arrivo della prossima recessione potrebbero trovarsi in guai seri».

Tassi: corsa contro il tempo

Non stupisce dunque che i maggiori istituti centrali tentino di portarsi avanti con il lavoro. Nonostante le ridotte pressioni inflazionistiche, infatti, la Banca di Inghilterra ha alzato i tassi ad agosto mentre la Bank of Japan, continua a ridurre lentamente i volumi dei suoi acquisti sul mercato obbligazionario abbassando così l’apporto di liquidità al sistema.

A luglio l’inflazione nell’Eurozona ha raggiunto il 2,1%. Sulla crescita del dato tuttavia pesa il rialzo dei prezzi di un comparto tipicamente volatile come quello dell’energia. I dubbi, insomma, restano. Ma dopo la chiusura del QE prevista per dicembre 2018, l’ipotesi di un rialzo dei tassi nel 2019 appare oggi molto probabile. “Il mood globale”, sostiene Bloomberg, viaggia ormai nella direzione di un lento ma inesorabile smantellamento delle politiche ultra espansive post crisi e la paura più diffusa, sostiene ancora l’agenzia, è che ritardare ulteriormente la (leggera) stretta monetaria possa «creare effetti collaterali nei mercati finanziari o privare le banche centrali di munizioni sufficienti in occasione della prossima recessione».

A luglio l’inflazione nell’Eurozona (linea viola, asse sinistro) ha raggiunto il 2,1%. Sulla crescita del dato pesa però il rialzo dei prezzi di un comparto tipicamente volatile come quello dell’energia (linea rossa, asse destro). Fonte: Eurostat

USA effetto Trump

Chi non sembrerebbe avere di questi problemi, almeno in apparenza, è la Federal Reserve statunitense. L’economia americana viaggia a ritmi sostenuti e sperimenta uno dei cicli di crescita più lunghi della sua storia; il QE è ormai storia e i tassi, che hanno già conosciuto sette rialzi dalla fine del 2015 al giugno del 2018, dovrebbero sperimentare ulteriori aumenti. Ma alla prima inversione di tendenza, alla prima correzione ribassista di una borsa altamente sopravvalutata, anche la Fed si troverà a fare i conti con le scelte di Donald Trump.

Trump durante un comizio a Phoenix, Arizona. Foto: Gage Skidmore Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

Il fatto, nota qualcuno, è che il presidente USA avrebbe imboccato una strada molto pericolosa. Trump sta smantellando il Dodd-Frank Act favorendo così quella stessa finanza speculativa contro la quale si era scagliato durante la campagna elettorale.

Il presidente inoltre ha promosso un ambizioso programma di spesa per le infrastrutture ma ha anche tagliato le tasse che dovrebbero contribuire a finanziarlo. Il risultato ovviamente, è una crescita del deficit che, secondo le ultime stime del Congressional Budget Office, dovrebbe salire a quota 5,4% del Pil nel 2022 (era al 3,5% nel 2017). Un fenomeno che finirebbe per limitare la capacità del governo di rispondere in modo efficace alla prossima crisi.

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