Trump affonda il rublo

La moneta russa reagisce male alle nuove sanzioni americane. Gli investitori sono colti di sorpresa. Il debito è l’osservato speciale

Di Matteo Cavallito
Donald Trump e Vladimir Putin. Foto: Kremlin.ru Creative Commons Attribution 4.0 License

La crescente tensione tra Stati Uniti e Russia ha già fatto la sua prima vittima: il rublo. A partire da Lunedì, dopo l’annuncio di nuove sanzioni contro Mosca, la valuta russa ha ceduto il 7% sul dollaro toccando il suo valore più basso dal dicembre 2016. Dall’inizio dell’anno, osserva qualcuno, il rublo starebbe offrendo inoltre la peggior prestazione tra le 24 valute dei mercati emergenti. Nell’ultimo mese, notava ieri Bloomberg, la volatilità è aumentata di 2,6 punti percentuali balzando a quota 11,9%, il tasso più alto da un anno a questa parte. Tra le principali valute del Pianeta fa peggio solo il rand sudafricano (12,7%) il cui primato è messo ora a rischio proprio dalla moneta russa.

Ombre sul debito

Gli investitori, che alla vigilia della bufera avevano puntato forte sugli asset di Mosca (arrivando a controllare un terzo del mercato obbligazionario sovrano del Paese), “sono stati colti di sorpresa” ha dichiarato il gestore della società newyorchese AllianceBernstein LP, Morgan Harting, e ora sono costretti a fare i conti con l’incertezza. I dubbi si annidano attorno al mercato del debito sul quale incombe la decisione del Congresso Usa, chiamato a valutare una proposta di messa al bando degli acquisti di titoli di Stato russi. L’ipotesi – per altro – trova al momento l’opposizione del Tesoro statunitense secondo il quale tale divieto finirebbe per penalizzare gli stessi investitori americani. Martedì, in ogni caso, il ministro delle finanze russo Anton Siluanov ha annullato la prevista asta settimanale dei bond in attesa, ha spiegato in un comunicato, che la volatilità si stabilizzi. Un evento, rileva Bloomberg, che non si verificava dal ribasso petrolifero record del 2015.

I timori di un eccessivo ribasso del rublo si riflettono ovviamente sui debiti in valuta estera (eurobond) che pesano sempre di più sul settore privato. Nel 2017, le emissioni di eurobond in Russia sono cresciute del 58% raggiungendo i 20,6 miliardi di dollari, meno della metà rispetto al record registrato nel 2013 (46,5 miliardi) ma pur sempre quattro volte tanto l’ammontare del 2015 (5,2). L’economia russa, in altre parole, è sempre più esposta al debito in dollari e, con esso, ai rischi di svalutazione, soprattutto in caso di crisi prolungata o nell’eventualità, una volta passata la tempesta, di un recupero eccessivamente lento.

Prospettive e precedenti

Difficile, per ora, fare previsioni. Sebastien Barbe, direttore della divisione emerging-market research and strategy di Credit Agricole, reduce da un pronostico piuttosto preciso sull’andamento della moneta russa nel secondo trimestre 2017, pensa che sarà “questione di giorni”, ipotizzando un recupero lampo sotto la spinta della risalita del prezzo del petrolio, a cui i destini dell’economia nazionale sono da sempre strettamente legati (vedi Valori n. 155, febbraio 2018).

Secondo Bank of New York Mellon, la caduta della moneta russa evoca almeno due precedenti: la crisi valutaria del 1998 e lo shock post Crimea del 2014 quando le sanzioni internazionali scatenarono più di una turbolenza nel mercato. In entrambi i casi, nota un’analisi diffusa mercoledì dall’istituto, la crisi impiegò poche settimane per raggiungere il suo picco. Ma c’è dell’altro: “La volatilità del rublo ha coinciso spesso con una diffusa agitazione nel mercato globale” scrive Bank of NY Mellon. “Pur non essendone sempre stata la causa, (la volatilità, ndr) ha avuto sicuramente un’influenza significativa sia nel 1998 che alla fine del 2014. È quindi opportuno tenere d’occhio gli sviluppi nelle prossime tre o quattro settimane”. Meglio non farsi cogliere impreparati, insomma.

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