La guerra commerciale di Trump affonda la Germania (e anche l’Italia)

La guerra commerciale tra USA e Cina mette in crisi il modello a trazione export della Germania. E se Berlino arranca, soffre anche l'Italia

Di Matteo Cavallito
Angela Merkel e Donald Trump, marzo 2017. Foto: The White House public domain

Il ciclone Trump si abbatte sui mercati e la grande febbre asiatica, innescata dalla Cina, fa salire la tensione del grande malato del momento: la Germania. La minaccia di un’escalation nella ormai nota guerra commerciale tra gli Stati Uniti e Pechino rischia infatti di aggravare le condizioni delle economie maggiormente focalizzate sull’export. Una pessima notizia per Berlino, tuttora alle prese con una stagnazione generale e il duplice spettro di una congiuntura continentale sfavorevole e degli effetti della Hard Brexit. È presto per parlare di tempesta perfetta. Ma i motivi di preoccupazione non mancano di certo. Anche per l’Italia.

Germania in crisi

Ma andiamo con ordine. Nei primi tre mesi del 2019 la Germania ha registrato una poco lusinghiera crescita zero, dopo aver chiuso con il segno meno l’ultimo trimestre 2018. La recessione tecnica, per ora, è scongiurata ma le previsioni per quest’anno parlano di una crescita modesta non superiore all’1%. Va male, insomma, e le cause sono molteplici. Tra queste il momento negativo – di medio-lungo periodo, a dire il vero – del settore auto. Una crisi che impatta a cascata sui comparti dell’indotto diffondendo così la “malattia” nel sistema economico nel suo complesso.

Tasso di crescita trimestrale della Germania. FONTE: Trading Economics

«I problemi dell’industria automobilistica continuano a farsi sentire nel settore manifatturiero tedesco» ha sottolineato nei giorni scorsi Phil Smith, esperto della società di analisi Markit. «Dall’elettronica alla chimica fino alla metallurgia e ai macchinari, le compagnie di quasi tutti i sottosettori stanno risentendo degli effetti dell’indebolimento del comparto automotive». Ma non è tutto, ovviamente.

Un’economia export-dipendente

Cosa c’è dietro alla crisi della Germania? Tanta congiuntura negativa esterna, hanno risposto nella maggioranza dei casi, alcuni dei maggiori economisti tedeschi interpellati di recente da Il Sole 24 Ore. Un fenomeno favorito dalla guerra commerciale USA-Cina che impatta negativamente sull’export. «Il rallentamento della crescita è dovuto soprattutto al settore delle esportazioni, quello che il governo tedesco può fare è limitato» ha spiegato nell’occasione l’ex presidente dell’Institute for Economic Research di Monaco di Baviera, Clemens Fuest.

Il peso dell’export è particolarmente evidente per un Paese che nel corso del XXI secolo ha visto crescere a dismisura il suo surplus commerciale. Nel 2017 la Germania ha venduto all’estero beni per 1,33 trilioni di dollari a fronte di “soli” 1,08 trilioni di import: un saldo positivo di 251 miliardi che conferma la posizione di Berlino nel ruolo di secondo esportatore netto del Pianeta alle spalle della Cina. Nel febbraio 2019, l’ultimo mese per il quale sono disponibili dati completi, il saldo commerciale tedesco recita +21,2 miliardi di dollari. Un calo significativo rispetto ai livelli registrati nello stesso periodo dell’anno precedente (24 miliardi circa).

Bilancia commerciale tedesca (mensile). Dati in miliardi di euro. Fonte:CEIC data

La Cina è troppo vicina

Per comprendere più a fondo l’intreccio pericoloso USA-Cina-Germania occorre guardare a un esempio emblematico: quello del settore dei macchinari industriali, comparto già in crisi che teme ora un ulteriore peggioramento dello scenario. «L’anno è iniziato così così e le ultime minacce di Donald Trump rischiano di smorzare ulteriormente lo stato d’animo nel settore» scrive il quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung. A prescindere dall’esito delle minacce stesse, resta un problema di fondo: la tensione commerciale permanente investe le due maggiori economie del mondo che, nota il quotidiano, «sono mercati importanti per le macchine Made in Germany».

Se il conflitto Pechino-Washington dovesse intensificarsi, nota Ulrich Ackermann, direttore del dipartimento per il Commercio estero dell’Associazione dell’Industria Meccanica tedesca (VDMA) citato ancora dallo stesso quotidiano, le compagnie cinesi potrebbero ridurre gli investimenti nel settore. Gli USA sono il primo mercato per i macchinari tedeschi con un volume di export di 19,25 miliardi di euro registrato lo scorso anno. La Cina è seconda con 19,06 miliardi.  Gli Stati Uniti sono la prima destinazione dell’export tedesco con 111 miliardi di dollari registrati nel 2017; terzo posto per Pechino con 95 miliardi.

L’export tedesco vale 1,33 trilioni di dollari. Gli USA e la Cina sono la prima e la terza destinazione dei prodotti. Immagine: Observatory of Economic Complexity Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0

E se la Germania rischia, anche l’Italia rischia

Nota a margine per i tifosi della curva: quelli, tanto per essere chiari, che tendono a esultare per i problemi dell’odiato avversario teutonico. La crisi della Germania è una brutta notizia anche per l’Italia. È una conseguenza della struttura della filiera globale, sempre più ramificata in un gioco di mutua interdipendenza tra i vari Paesi. Una scomoda verità che poco garba a sovranisti vari e nostalgici della svalutazione competitiva. Ma che, per fortuna, trova il conforto dei numeri.

Il trade balance italiano. Dal 2012 al 2017 (ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi), il valore delle esportazioni (linea blu) ha sempre superato quello delle importazioni (linea rossa). Immagine: Observatory of Economic Complexity Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0

La Cina, per capirci, copre da sola il 3,4% dell’export italiano ma anche il 7,1% di quello della stessa Germania che è, a sua volta, la prima destinazione dei prodotti della Penisola (12% del totale). Sebbene non ai livelli di Berlino, negli ultimi anni l’economia italiana ha perseguito sempre di più un modello orientato alle esportazioni. E, come tale, maggiormente vulnerabile ai conflitti commerciali globali. Il saldo italiano è positivo dal 2012. Nel 2017 il valore dell’export tricolore ha superato quello dell’import di 40,8 miliardi di dollari.

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