Da Unicredit alla Spagna. Chi ha da perdere (e quanto) nella crisi turca?

Fondi di investimento, banche e imprese: la crisi della Turchia riguarda tutti. Dalla Spagna alla Germania. Fino alle 1.400 aziende italiane nel Paese

Di Matteo Cavallito
Piazza Kızılay, Ankara. Sullo sfondo l’insegna di Yapi Kredi, la quarta banca del Paese partecipata al 40% da Unicredit. Foto: Ahmetan, dominio pubblico

Non sarà una vera e propria tempesta, d’accordo. Ma il vento della crisi proveniente dalla Turchia in ogni caso inizia a farsi sentire un po’ ovunque. Gli effetti sono già visibili, talvolta nei luoghi più impensati. Perché quando una delle economie più dinamiche del decennio inizia a scricchiolare, si sa, i contraccolpi del mercato possono manifestarsi anche dall’altra parte del mondo. Ne sanno qualcosa i grandi investitori che sul boom di Ankara hanno puntato per anni e che oggi fanno i conti con l’inversione di rotta.

Dal picco di gennaio, il BIST 100, il principale indice della borsa di Istanbul ha perso circa il 20% dando il peggio di sé a cavallo tra la primavera e l’inizio dell’estate.

Istanbul in crisi. E i dipendenti del Tennessee ne pagano le conseguenze

I primi a patire, va da sé, sono stati i fondi. Tra questi l’iShares MSCI Turkey ETF (TUR.O), un veicolo finanziario registrato negli USA che nei primi sei mesi del 2018 ha ceduto il 37% del suo valore bruciando in pratica tutti i guadagni dell’anno precedente. E così, le disgrazie della Turchia hanno iniziato ad impattare sui conti degli investitori più insospettabili: i dipendenti pubblici dello Stato del Tennessee che, tramite il proprio fondo pensione TCRS sono i primi azionisti dello stesso ETF. A Nashville e dintorni non si stracceranno certo le vesti: sul portafoglio complessivo le operazioni in Turchia pesano relativamente poco. Ma la storia è comunque istruttiva. Un segno dei tempi, per così dire.


L’indice BIST 100. Fonte: Tradingeconomics

Le banche tremano per la Turchia

Decisamente più inquieta appare la BCE, che da qualche tempo monitora con una certa ansia l’esposizione delle banche UE nei confronti della Turchia. Il deprezzamento della lira, temono da Eurotower, rischierebbe infatti di generare svariati default sui debiti in valuta estera contratti dagli istituti turchi con gli omologhi continentali. Secondo i dati diffusi dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank for International Settlements – BIS) ripresi dal Financial Times, le banche spagnole sono di gran lunga le più esposte del continente con 82,3 miliardi di dollari di prestiti nei confronti della clientela turca; a seguire le colleghe francesi (38,4 miliardi) e le italiane (17 miliardi).

Una sede di BBVA a Bilbao. Le banche spagnole sono esposte sulla Turchia per 82 miliardi di dollari, il dato più alto d’Europa. Foto: Zarateman CC0 1.0 Universal (CC0 1.0) Public Domain Dedication

Gli occhi dell’Europa, suggeriscono i dati, sono puntati in particolare su cinque istituti:

  • la spagnola BBVA,
  • l’italiana UniCredit,
  • la francese BNP Paribas,
  • l’olandese ING
  • e la britannica HSBC.

L’istituto iberico, in particolare, controlla il 49,9% della banca turca Garanti con un valore di partecipazione attorno ai 4,4 miliardi di euro. Nella peggiore delle ipotesi, stima Deutsche Bank ripresa dalla Reuters, un crack nell’istituto turco infliggerebbe a BBVA una perdita complessiva pari al 12% del patrimonio netto.

Più contenuta (4%) la perdita massima possibile per Unicredit che controlla oggi il 40% di Yapi Kredi la quarta banca del Paese. Ancora più ridotto l’impatto negativo associato allo scenario peggiore per ING (-4%), BNP Paribas (-1,7%) e HSBC (-0,3%). Al di fuori dell’Eurozona, rischiano particolarmente le banche del Qatar la cui esposizione verso la Turchia è cresciuta di pari passo in questi anni con la sintonia politica tra i due Paesi.

Tedeschi in fuga?

Il 13 settembre, il presidente turco Erdogan ha firmato un decreto che imporrà alle imprese di convertire in lire tutti i contratti stipulati in valuta estera con partner e committenti vari. Il provvedimento non si applica alle transazioni di import/export ma impatta direttamente sulle operazioni condotte in Turchia generando ulteriore incertezza tra le aziende straniere.

Emblematico il caso della Germania: ad oggi, ha sottolineato un rapporto pubblicato a settembre dal Polish Institute of International Affairs, uno dei maggiori think tank UE sul tema delle relazioni internazionali, le imprese tedesche attive in Turchia sono oltre 7mila, con più di 100mila lavoratori coinvolti.

FOTO Il presidente turco Erdogan e la cancelliera tedesca Angela Merkel durante il World Humanitarian Summit di Istanbul (maggio 2016). In Turchia sono attive 7.000 aziende tedesche che impiegano più di 100 mila dipendenti. Foto: OCHA / Salih Zeki Fazlıoğlu A ttribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)

La lista comprende il gotha dell’imprenditoria teutonica: Volkswagen, Daimler, EON, BASF, Siemens, Puma, Allianz e così via. Per tutte loro i crescenti costi di importazione delle materie prime sul territorio incidono negativamente sui bilanci; la prospettiva di una riduzione della domanda fa il resto. Non sorprende, prosegue l’analisi, che qualche azienda di primo piano stia seriamente pensando di lasciare il Paese: gli operatori energetici EWE ed EON, in questo senso, sarebbero in prima fila.

FCA, Pirelli, Leonardo: il rischio per l’Italia

L’export italiano in Turchia ha raggiunto i 10 miliardi di euro ed è in crescita da anni. Ma anche per l’Italia l’attenzione si concentra soprattutto sulla presenza territoriale. Nel Paese opera da molti anni FCA, attiva con l’impianto produttivo di Bursa-Tofas, così come Pirelli che presso lo stabilimento di Izmit produce circa 2 milioni di pneumatici industriali l’anno. Attenzione anche a Leonardo che, attraverso la sua controllata Alenia Aermacchi contribuisce alla produzione del caccia F-35: Ankara ne ha ordinati 30 esemplari e potrebbe chiederne altri 70 ma gli acquisti, al momento, sono stati bloccati da Washington.

L’ingresso agli uffici dello stabilimento Tofas, a Bursa. L’azienda è frutto di una joint venture tra la turca Koç e Fiat Chrysler. Foto: Wikimedia Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

«La Turchia è un Paese che stiamo monitorando con attenzione e che presenta interessi molto significativi per il nostro sistema imprenditoriale» spiega la Vice Presidente di Confindustria per l’Internazionalizzazione, Licia Mattioli. «Le ricadute delle turbolenze economiche sulle nostre relazioni economiche bilaterali – aggiunge – non sono ancora chiare» Quel che è certo, in ogni caso, è che il temuto calo della domanda interna resta un problema diffuso vista la crescente presenza delle aziende italiane.Nel 2017 gli investimenti diretti nel Paese sono saliti a 124 milioni di dollari, il 42,5% in più rispetto all’anno precedente. Le imprese italiane in Turchia sono oltre 1.400.

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