Finanza etica

Ue: impennata degli accordi fiscali segreti

Lo scandalo LuxLeaks non sembra aver condizionato più di tanto i rapporti tra l’Unione Europea e le multinazionali a fronte della vertiginosa crescita degli ...

Di Matteo Cavallito
La sede della Commissione europea a Bruxelles. Foto: Amio Cajander Wikimedia Commons
La sede della Commissione europea a Bruxelles. Foto: Amio Cajander Wikimedia Commons
La sede della Commissione europea a Bruxelles. Foto: Amio Cajander Wikimedia Commons

Lo scandalo LuxLeaks non sembra aver condizionato più di tanto i rapporti tra l’Unione Europea e le multinazionali a fronte della vertiginosa crescita degli accordi fiscali riservati siglati dalle due parti. Lo segnala l’ultimo rapporto della rete Eurodad, una coalizione di organizzazioni della società civile europea, tra cui Oxfam Italia e la connazionale Re:Common. La ricerca, intitolata “Survival of the Richest” (scaricasintesi in italiano), ha evidenziato un’autentica esplosione nel numero delle intese fiscali: dai 547 accordi siglati nel 2013 si è passati ai 972 del 2014, fino a raggiungere i 1.444 in vigore alla fine del 2015. L’analisi dei dati forniti dalla Commissione Europea, in altre parole, ha evidenziato una crescita complessiva di oltre il 160% in soli due anni (2013-2015) e un aumento di quasi il 50% dal 2014 al 2015.

 

Sebbene il loro contenuto non sia di dominio pubblico, gli accordi fiscali sono finiti sotto i riflettori negli ultimi anni di fronte a vicende eclatanti come lo scandalo LuxLeaks e la nota vicenda Apple-Irlanda. Questo genere di intese, sottolinea Oxfam Italia in un comunicato diffuso ieri, “permettono alle corporation di ottenere un trattamento fiscale di favore nonché un vero e proprio vantaggio competitivo rispetto alle piccole e medie imprese nazionali”. Sempre secondo la Ong, gli accordi, noti anche come tax-ruling, “prefigurano di fatto l’introduzione di regimi fiscali privilegiati, che permettono alle corporation beneficiarie di ridurre drasticamente il carico fiscale sui propri utili globali, dare adito a pratiche elusive, erodendo la base imponibile in altri Paesi e contribuendo a sottrarne cospicue risorse erariali”. Belgio e Lussemburgo svettano nella classifica dei Paesi UE con il più alto numero di tax-ruling in vigore alla fine del 2015. 68 quelli registrati in Italia.

 

“Il rapporto Eurodad – ha commentato Elisa Bacciotti, direttrice delle Campagne di Oxfam Italia – presenta un’Europa ancora in chiaro-scuro sotto il profilo di alcune misure di giustizia fiscale che Oxfam ritiene imprescindibili per contrastare con efficacia gli abusi fiscali di corporation e individui facoltosi, arginare la corsa al ribasso in materia fiscale fra i Paesi, garantendo un fairplay fiscale nella comunità europea, avendo cura degli impatti sui Paesi più poveri e contestualmente potenziando la raccolta di risorse erariali indispensabili per aumentare investimenti a favore dei cittadini più vulnerabili”.

 

Qualche segnale positivo, se non altro, non manca. Secondo gli autori del rapporto, in Europa starebbe crescendo il sostegno a misure di trasparenza sui beneficiari effettivi di società, fondazioni e trust al punto che per la prima volta il gruppo dei Paesi favorevoli all’introduzione di registri pubblici centralizzati dei titolari effettivi supera quello dei Paesi contrari; contemporaneamente, nota il rapporto, sarebbe anche cresciuto il numero delle nazioni schierate a sostegno dell’introduzione dell’obbligo di rendicontazione pubblica Paese per Paese ( country by country reporting), una “misura indispensabile per disporre di informazioni disaggregate sull’operato delle corporation e sul livello di effettiva tassazione nei diversi Paesi in cui queste sono presenti tramite proprie sussidiarie”. I favorevoli, in questo caso, restano però in minoranza.

 

Alcuni elementi critici, tuttavia, sono tuttora evidenti. Oltre al già citato aumento degli accordi fiscali e al loro impatto sui Paesi in via di sviluppo (dove contribuiscono in media ad abbassare l’aliquota fiscale di circa 3, 8 punti percentuali), c’è la persistente contrarietà dei Paesi membri di fronte al possibile coinvolgimento delle stesse nazioni emergenti nel processo di riforma delle regole fiscali. Al momento, rileva ancora la nota di Oxfam, “non c’è un solo Governo del vecchio continente che supporti in maniera attiva la proposta dei Paesi poveri di creare un nuovo organismo intergovernativo in materia fiscale sotto l’egida delle Nazioni Unite che permetterebbe ai Paesi in via di sviluppo di avere una pari voce nella definizione di nuove regole e standard fiscali globali”.

 

Complessivamente negativo, infine, il giudizio del rapporto sull’Italia. “Non è ad oggi noto – si legge nel comunicato – il posizionamento del nostro Governo su una autentica rendicontazione pubblica paese per paese e preoccupa la propensione – resa esplicita da una consultazione pubblica lanciata pochi giorni fa dal Dipartimento del Tesoro – a non garantire al vasto pubblico l’accesso incondizionato ai registri dei titolari effettivi di società e fondazioni, concedendolo esclusivamente a una ristretta platea di ‘portatori di legittimo interesse’. D’altra parte pesa sul giudizio il carattere ‘estremamente restrittivo’ di alcuni trattati fiscali che l’Italia ha in vigore con i Paesi in via di sviluppo come la Repubblica Democratica del Congo. Completa il quadro la mancanza di supporto dell’Italia all’organismo intergovernativo in materia fiscale sotto gli auspici dell’ONU.

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