UK, lusso e paradisi fiscali dietro i fondi per lo sviluppo

Gran parte degli investimenti privati britannici nei Paesi in via di sviluppo partirebbero, secondo uno studio, da noti paradisi fiscali.

Di Corrado Fontana

Investimenti nei Paesi poveri in America Latina, Africa e Asia ma indirizzati a chi e attraverso quali canali? Secondo uno studio realizzato da European Network on Debt and Development (Eurodad) gran parte dei miliardi di euro così destinati dalle imprese britanniche ai Paesi in via di sviluppo sono stati instradati attraverso alcuni dei centri finanziari più segreti del mondo, consentendo alle aziende di evitare le tasse e i relativi regimi di riscossione. A riportare la notizia è «The Guardian», che sottolinea  come questo fenomeno riguardi più di due terzi degli investimenti effettuati dal settore privato inglese nel programma di aiuti del Regno Unito per il 2013, gestito dal Department for International Development (DfID).

Sotto particolare attenzione è CDC – prima Commonwealth Development Corporation, società interamente posseduta DfID – che avrebbe fatto uso frequente di tali giurisdizioni: l’anno scorso avrebbe infatti investito in nove fondi, sei dei quali si avvarrebbero dei servizi di paradisi fiscali come Mauritius, Singapore, Guernsey e Lussemburgo, e avrebbero ricevuto 553 milioni di dollari. Secondo Eurodad  ben 118 su 157 dei fondi di investimento impiegati da CDC utilizzano i tax havens, e tra il 2000 e il 2013 questi fondi avrebbero ricevuto circa 3, 8 miliardi di dollari in mandati d’investimento da CDC. Non solo. Perché se è vero che Eurodad denuncia comportamenti simili nelle istituzioni finanziarie nazionali per lo sviluppo (DFI) di altri Paesi europei (Belgio, Norvegia, Germania), «The Guardian» ricorda anche che si potrebbe avere qualcosa da ridire anche su quale tipo di sviluppo viene finanziato: la testata rivelava che CDC ha investito a maggio più di 260 milioni di dollari nella costruzione di comunità chiuse, centri commerciali e proprietà di lusso.

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