Finanza etica

Usa: stop (o quasi) ai salvataggi delle banche

Gli istituti di credito in default tecnico, ovvero destinati alla bancarotta in assenza di interventi esterni, non dovrebbero avere più la possibilità di ottenere un ...

Di Matteo Cavallito
Il presidente della Fed Janet Yellen. Foto: US Department of the Treasury Wikimedia Commons
Il presidente della Fed Janet Yellen. Foto: US Department of the Treasury Wikimedia Commons
Il presidente della Fed Janet Yellen. Foto: US Department of the Treasury Wikimedia Commons

Gli istituti di credito in default tecnico, ovvero destinati alla bancarotta in assenza di interventi esterni, non dovrebbero avere più la possibilità di ottenere un salvataggio pubblico che impegni il denaro dei contribuenti. Lo stabilisce un regolamento attuativo del Dodd Frank Act, la maxi legge di riforma del mercato finanziario Usa, adottata in questi giorni. Se la norma fosse stata in atto all’alba della crisi, nota CNN Money citando le stesse parole della numero della banca centrale Janet Yellen, la Federal Reserve statunitense non avrebbe potuto intervenire allora per salvare i colossi AIG e Bear Sterns.

La nuova regola abolisce in teoria il contestato concetto di “Too big to fail”, l’idea, cioè, che le società finanziarie di rilevanza sistemica possano essere sostenute in caso di emergenza con l’obiettivo di evitare un terremoto finanziario per l’economia nazionale. Un’ipotesi, quest’ultima, che solleva da sempre un evidente problema di azzardo morale che influisce sulle scelte strategiche delle stesse banche (la certezza di un salvataggio in caso di emergenza favorisce un’eccessiva propensione al rischio). La riforma, in ogni caso, non sembra convincere del tutto. Secondo la senatrice Elizabeth Warren (Dem, Massachusetts), riferisce la CNN, la nuova regola lascerebbe aperte alcune scappatoie che consentirebbero ancora il salvataggio pubblico. Allo stato attuale della legge, infatti, la Fed sarebbe ancora autorizzata ad effettuare un intervento di emergenza valutando a sua discrezione la capacità della banca di restituire il prestito pubblico. Un giudizio, quest’ultimo, che secondo i critici appare decisamente problematico proprio nei casi degli istituti a forte rischio fallimento.

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