Vodafone e i furbetti del telefonino. Noi paghiamo le tasse, loro le eludono

Gli azionisti attivi di Shareholders for Change: «le multinazionali spostano profitti dove il fisco è più favorevole». Tra loro, Vodafone e altri big del settore telecomunicazioni

Di Matteo Cavallito
Foto: Elliott Brown Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Le maggiori multinazionali delle telecomunicazioni UE otterrebbero un risparmio significativo con il fisco grazie a ingenti operazioni finanziarie legali ma alquanto discutibili. Lo denuncia la rete europea di azionisti attivi Shareholders for Change, in una ricerca presentata a Parigi il 5 dicembre.

La tecnica, spiegano gli attivisti, è sempre la stessa: profit shifting, ovvero trasferimento degli utili dove le imposte stanno a zero, o quasi. Tutto lecito, sebbene in un’opaca zona grigia.

Si incassa in America, in Italia, in Germania: ovunque ci sia un mercato consolidato con una clientela diffusa. Poi si trasferisce il tutto dove la mano del fisco è più lieve: Lussemburgo, Olanda, Caraibi e così via.

Le multinazionaliottimizzano“, le casse pubbliche perdono una parte rilevante delle proprie entrate potenziali. Easy.

Lobby: quei professionisti dell’elusione a libro paga di Bruxelles

Le risposte? Grazie al CbCR

A gettare un po’ di luce ci pensa il country-by-country reporting (CbCR), il sistema contabile che obbliga a rendere noti i dettagli dei profitti conseguiti in ogni Paese. Introdotto su iniziativa dell’OCSE e del G20, il CbCR resta materia quasi esclusiva delle agenzie delle entrate. Banche a parte, le multinazionali non sono obbligate a rendere pubblici i dati anche se qualcuno ha deciso di attuare un’inedita operazione trasparenza.

Come funziona il CbCRÈ il caso del colosso della telecomunicazione Vodafone. I dati sono stati analizzati una prima volta nel luglio scorso da due studiosi dell’ICRICT, un think tank che promuove una riforma della tassazione di impresa: Tommaso Faccio, ricercatore dell’Università di Nottingham, e Valpy Fitzgerald, professore emerito di finanza per lo sviluppo internazionale a Oxford. L’analisi di Shareholders for Change si estende ad altre compagnie del settore: Deutsche Telekom, Telecom Italia e la francese Orange.

La distribuzione degli utili di Vodafone nell’anno fiscale 2016-17. Fonte: BAD CONNECTIONWhat (lack of) tax transparency tells about European telecommunication companies, dicembre 2018

Vodafone trionfa in Lussemburgo

Nell’anno fiscale 2016-17, Vodafone ha incamerato 57,1 miliardi di euro di ricavi e circa 4 miliardi di profitto (che scendono a 1,9 dopo il consolidamento). Ma il 38% degli utili, nota la ricerca, è registrato in due giurisdizioni “sospette”: Lussemburgo e Malta. Nei due Paesi i ricavi sono minimi con appena 325 dipendenti presenti sui 108mila circa a libro paga della compagnia.

Perché? La risposta si trova nelle cosiddette attività infragruppo: interessi accumulati sui prestiti tra le sussidiarie, commissioni, royalties derivanti dalla gestione del marchio e così via.

È un gioco a somma zero: più profitti dove il fisco è favorevole significano minore base imponibile dove le tasse sono più alte. Nel periodo in esame le attività condotte in Germania hanno fruttato a Vodafone ben 10,6 miliardi di ricavi; le tasse pagate al fisco teutonico, tuttavia, ammontano a soli 89 milioni.

L’analisi, spiegano gli autori, non suggerisce affatto che le multinazionali stiano violando le norme fiscali internazionali. Ma dimostra, questo sì, che «le regole attualmente in vigore consentono alle corporation di strutturarsi in modo tale da poter allocare significativi profitti nelle giurisdizioni dove le imposte sono basse».

Concorrenti opachi

E i competitor? Sul fisco sono molto meno trasparenti, notano i ricercatori. Telecom Italia, Deutsche Telekom e Orange non rendono nota alcuna analisi country-by-country rendendo così impossibile un’indagine approfondita. Ma basta guardare al volume di attività delle loro controllate olandesi e lussemburghesi per scorgere qualche anomalia.

Telecom Italia Capital SA Luxembourg è una società del colosso italiano: nel 2017 ha distribuito finanziamenti infragruppo per 4,1 miliardi, un’attività gestita da appena tre dipendenti. Deutsche Telekom International Finance BV Netherlands ha svolto la medesima attività per le controllate del conglomerato tedesco accumulando interessi per oltre un miliardo di euro. Stipendia un solo dipendente.

Orange, rileva infine la ricerca, «ha strutturato le sue operazioni in Lussemburgo e nel Regno Unito ma in mancanza di dati disaggregati è difficile stabilire l’ammontare delle tasse eluse».

Il logo Deutsche Telekom. Foto: Marco Verch Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

Un assist per l’engagement

L’indagine costituisce un assist per le campagne di engagement: quelle degli attivisti, che – con il sostegno tra gli altri dei gestori del maxi fondo sovrano norvegese – chiedono alla UE di introdurre un country-by-country pubblico per tutti. E quelle degli azionisti, da tempo in pressing sulle aziende.

La mossa delle ONG contro l’elusione fiscale (che ci costa 240 miliardi)

«La mancanza di trasparenza e il profit shifting sono un rischio per tutti gli investitori perché espongono le compagnie a procedimenti e multe da parte delle authority» osserva Aurélie Baudhuin, vice direttore di Meeschaert Asset Management, che nel corso dell’incontro è stata eletta alla presidenza di SfC (con il presidente di Banca Etica Ugo Biggeri nel ruolo di vice). L’organizzazione ha anche accolto due nuovi componenti: la britannica Friends Provident Foundation, impegnata nell’azionariato attivo da 15 anni, e la svizzera Ethos Foundation che rappresenta 230 fondi pensioni elvetici.

Shareholders for change, la fondazione a Milano il 6-11-2017. Foto: https://www.eticasgr.it/blog/shareholders-for-change/

Fisco amico per quasi metà dei profitti globali

Quello dell’elusione, ha sottolineato la Baudhuin, è anche un problema morale visto che con il loro comportamento le multinazionali finiscono «per ridurre drammaticamente le entrate fiscali sia nei Paesi avanzati che in quelli in via di sviluppo».
Le stime sono complicate ma l’ordine di grandezza, questo è certo, è da pesi massimi:

secondo il FMI, l’elusione coinvolgerebbe il 40% dei profitti delle corporation.

E non è tutto: da tempo molti Paesi avrebbero innescato una competizione sempre più serrate per offrire alle imprese le condizioni migliori con il fisco contribuendo così a un calo generale della pressione. L’aliquota media sui profitti delle multinazionali nel mondo si sarebbe più che dimezzata negli ultimi tre decenni.

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