Economia: comprendere l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela

Ideologia e geopolitica contano, ma il rovesciamento di Nicolás Maduro non è comprensibile senza guardare agli enormi interessi finanziari in gioco a Caracas

Gabriel Zucman
Il Venezuela è il Paese con le più grandi riserve petrolifere del mondo, ma la rendita del petrolio non ha garantito benessere alla maggioranza della popolazione © piccaya/iStockPhoto
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Non si tratta di minimizzare gli aspetti ideologici o geopolitici dell’intervento americano – riaffermare la dottrina Monroe, consolidare sfere di influenza imperiali. Ma è proprio il petrolio a costituire il movente essenziale di questo colpo di forza: l’accaparramento e l’estrazione delle più grandi riserve di oro nero del mondo, a lungo sfruttate con una redditività straordinaria dalle multinazionali statunitensi e dai loro azionisti.

Maduro era un dittatore brutale e corrotto, ma Trump va perfettamente d’accordo con molti dittatori brutali e corrotti: questo non suscita in lui alcuna ostilità.

la mappa delle riserve di petrolio nel mondo
La mappa delle riserve di petrolio nel mondo

L’obiettivo principale della spedizione trumpiana è altrove: riprendere lo sfruttamento della manna petrolifera venezuelana a beneficio dei grandi capitali, uno sfruttamento che aveva raggiunto un primo apice negli anni Cinquanta, durante quell’“età dell’oro” mitizzata dal movimento Maga.

Se si vuole comprendere l’ambizione della Casa Bianca, è a questa storia poco conosciuta che bisogna tornare: quella di un estrattivismo internazionale spinto al suo parossismo, di cui Trump oggi cerca di scrivere un nuovo capitolo che, se riuscisse nell’intento, potrebbe rivelarsi ancora più estremo.

L’estrattivismo petrolifero in Venezuela: origini e rendite coloniali

La produzione petrolifera venezuelana inizia negli anni Dieci del Novecento con un vizio d’origine: il petrolio viene, per così dire, regalato alle major straniere. Il dittatore Juan Vicente Gómez concede concessioni straordinariamente generose alle multinazionali americane e britanniche, che sviluppano rapidamente la produzione. Già nel 1929 Caracas pesa per oltre il 10% della produzione mondiale di oro nero ed è il primo esportatore al mondo.

Inizialmente britannici e americani si spartiscono la torta. Alla fine dalla Seconda guerra mondiale, sono questi ultimi a fare man bassa. Il Venezuela diventa il principale recettore degli investimenti internazionali statunitensi e la loro prima fonte di profitti all’estero. Occorre misurare fino in fondo le ricchezze così estratte dal Venezuela dagli Stati Uniti a metà del XX secolo.

Nel 1957, all’apice di questo estrattivismo transfrontaliero, i profitti registrati dalle major americane in Venezuela sono dello stesso ordine di grandezza dell’insieme dei ricavi realizzati da tutte le multinazionali statunitensi – in tutti i settori – in tutti gli altri Paesi dell’America Latina e in tutti i Paesi dell’Europa continentale messi insieme.

L’equivalente del 12% del prodotto interno netto venezuelano – cioè del valore di tutti i beni e servizi prodotti ogni anno nel Paese – finisce agli azionisti americani. Una quota più o meno pari a quella che va alle classi popolari del Venezuela, il 50% più povero della popolazione.

La percentuale per prodotto interno netto venezuelano che va agli azionisti americani
La percentuale per prodotto interno netto venezuelano che va agli azionisti americani

Il pil del Venezuela cresce, ma a beneficio dei grandi patrimoni statunitensi che incassano i dividendi e dei dipendenti americani ben retribuiti. All’inizio degli anni Sessanta il Venezuela ospita infatti la più grande comunità di espatriati statunitensi. Questi vivono in enclavi a loro riservate, dotate di ospedali fiammanti e di lussuosi campi da baseball.

È a questa “età dell’oro” che il potere trumpiano vorrebbe tornare. Una spartizione della rendita petrolifera che è difficile immaginare più ingiusta e diseguale.

Dalla rendita petrolifera alla nazionalizzazione: la svolta venezuelana

È anche un modello di sviluppo intrinsecamente instabile, che non può che suscitare reazioni violente. Perché come accettare che i redditi versati agli azionisti stranieri siano dello stesso ordine di grandezza di quelli percepiti da metà della popolazione locale?

Fino agli anni Cinquanta, sulla scia di Gómez, i diversi regimi al potere a Caracas preferiscono coccolare i capitali internazionali, mantenendo una fiscalità leggera, piegandosi ai desiderata delle major e spesso arricchendosi nel frattempo.

A partire dagli anni Sessanta, come nel resto dell’America Latina, i governi che si succedono cercano di negoziare condizioni finanziarie più equilibrate. Il Venezuela si pone alla testa di questo movimento. È un politico venezuelano, Juan Pablo Pérez Alfonzo, a essere all’origine della creazione dell’Opec (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio) nel 1960. Il Paese assume la guida del movimento per far nascere un “nuovo ordine economico internazionale” ed esigere una riscrittura delle regole del commercio mondiale.

Questo processo culmina, nel 1976, con la nazionalizzazione degli asset di ExxonMobil, Shell e Chevron in Venezuela.

Donald Trump ha trent’anni. Oggi non smette di denunciare questo “furto” e non nasconde il suo obiettivo principale: tornare alle condizioni leonine del periodo 1920-1960.

Profitti, riserve e interessi finanziari dietro l’intervento degli Stati Uniti

Se riuscisse nell’intento, si potrebbe prevedere un raddoppio, se non addirittura un triplicarsi, dei profitti dell’industria petrolifera americana, uno dei principali finanziatori di Trump e del Partito repubblicano. Le riserve di oro nero del Venezuela sono infatti enormi: le più grandi al mondo. E sono in gran parte inutilizzate, dato che la produzione è crollata a causa della cattiva gestione del regime chavista e dell’inasprimento delle sanzioni statunitensi nel 2017.

Riserve di petrolio certe nel 2024
Riserve di petrolio certe nel 2024

Le poste in gioco finanziarie sono tanto più elevate in quanto i prezzi del petrolio sono più alti rispetto agli anni Cinquanta. Se Trump riuscisse a ristabilire le condizioni finanziarie che prevalevano a metà del XX secolo, la manna intercettata dalle major americane e dai loro proprietari aumenterebbe in proporzione. Quando Trump dice di voler «governare» il Venezuela, è questo il suo progetto.

Per dare un ordine di grandezza, i profitti di Aramco – il principale produttore di petrolio dell’Arabia Saudita, Paese che detiene le seconde maggiori riserve di oro nero – si sono attestati negli ultimi anni tra i 100 e i 150 miliardi di dollari l’anno. Cento-centocinquanta miliardi di dollari all’anno: è questa la cifra oggi in gioco dietro il sequestro di Maduro.


L’articolo è stato pubblicato in francese su Mediapart e tradotto dalla redazione di Valori.it

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