Gli eredi di Mujica fanno affari coi tecno-oligarchi
11:53
Pepe Mujica era il “presidente più umile del mondo”. Ex guerrigliero tupamaro, rinunciò alla residenza presidenziale e governò l’Uruguay alzando salari e spesa sociale. Il suo erede politico, Yamandú Orsi, ha autorizzato Praxis a costruire nel dipartimento di Colonia una città per miliardari.
Dietro il progetto ci sono 525 milioni di dollari raccolti nella Silicon Valley, anche da Peter Thiel, e l’ideologia del network state teorizzata da Balaji Srinivasan. Unchained racconta perché la sinistra uruguaiana ha aperto le porte ai tecno-oligarchi, con la voce del giornalista di Montevideo Nacho Reyes.
In questo episodio
- Un intervento di Nacho Reyes, giornalista di Montevideo
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Yamandú Orsi è, dal 2025, il presidente dell’Uruguay. È stato eletto a capo della coalizione elettorale Frente Amplio, un’alleanza di partiti di sinistra che governa quasi ininterrottamente da venticinque anni. Sono nomi che possono non dirvi nulla, ma quasi sicuramente avete sentito parlare del predecessore di Orsi.
Il politico più famoso della storia dell’Uruguay, e probabilmente l’uruguaiano più famoso in generale, era Pepe Mujica, il “presidente più umile del mondo”. Era un guerrigliero marxista ai tempi della dittatura militare. Poi, con la democrazia, ha contribuito a fondare il partito che ora guida Orsi, e ha vinto le elezioni. Lo chiamavano il presidente più umile del mondo perché, mentre aumentava i salari e i servizi pubblici, aveva rinunciato alla casa presidenziale e a buona parte del suo stipendio. Mujica si muoveva in una vecchia macchina e viveva in una fattoria in campagna dove, quando non si occupava di politica, coltivava il suo orto con la moglie.
Mujica è morto l’anno scorso, e Yamandú Orsi è il suo erede politico. Lui, Orsi, l’erede politico di Mujica, a capo di una coalizione che comprende socialisti e comunisti, militante da tutta la vita nel partito degli ex guerriglieri Tupamaros, ha deciso la scorsa settimana di autorizzare la costruzione di una città per miliardari guidata da un pugno di ceo di estrema destra.
Che cos’è Praxis
Il progetto in questione è uno di quelli che, chi segue Unchained da un po’, conosce già. Nell’episodio 39, quasi un anno fa, parlavamo di un gruppo di imprenditori che, approfittando del tentativo del presidente statunitense Donald Trump di conquistare la Groenlandia, cercarono di ottenerne un pezzo per loro. L’azienda è la stessa di questa storia, e vale la pena conoscerla.
Il nome da tenere a mente è Praxis. Oggi è un’impresa con sede a New York, un sito web e una community online. Ma da grande vorrebbe diventare una città, poi uno Stato e infine, modestamente, un impero interplanetario. Dall’obiettivo finale sono ancora piuttosto distanti ma intanto, per portarsi avanti, hanno pubblicato una sorta di costituzione con frasi del tipo «come un tempo i re guerrieri cercavano il sacro Graal, così costruiremo un impero in cui il vero potere scaturisce dal coraggio eroico e dall’allineamento con l’ordine divino». Tutto assolutamente sano ed equilibrato, come vedete.
Ora, l’idea di Praxis può sembrare assurda, ma i soldi che ha dietro sono veri e sono tanti. Una delle sue ultime raccolte fondi ha messo assieme 525 milioni di dollari, in gran parte da investitori privati della Silicon Valley. Tra quelli che hanno messo i soldi c’è il fondatore di Palantir Peter Thiel, e si vede. Praxis non è solo una startup per miliardari, è anche un’avanguardia ideologica. Chi l’ha creata è convinto che la civiltà bianca e occidentale sia in declino per colpa del woke, del comunismo e degli immigrati. La soluzione, per loro, è scappare dagli Stati tradizionali e formare comunità online che poi si organizzano comprandosi un pezzo di terra dove fare la propria città-Stato. Praxis sarebbe, nelle intenzioni, il primo esempio.
Questa teoria ha un nome, network state, e l’ha teorizzata un altro ricchissimo imprenditore di ultradestra, Balaji Srinivasan. Uno che ha fatto i soldi con le criptovalute e che, ora, li mette a disposizione delle parti più radicali del Partito Repubblicano. Esistono già esempi di insediamenti fatti da statunitensi nel Sud del mondo quasi autonomi dagli Stati che li ospitano. Il più famoso è Próspera in Honduras, a cui abbiamo dedicato un altro episodio (avrete capito che il tema ci piace). Era il numero 9.
Praxis cerca da tempo un posto in cui iniziare il suo esperimento. Prima avevano pensato a qualche luogo nel Mediterraneo, con vespa e piscina sul mare. Si era parlato anche dell’Italia. Poi erano passati alla Groenlandia, visto che Trump fantasticava di annettersela. Ma da un lato e dall’altro hanno trovato solo porte chiuse. Adesso, finalmente, i dirigenti del progetto hanno trovato qualcuno disposto a fare affari con loro: gli ex marxisti uruguaiani.
Perché proprio l’Uruguay
Praxis, a dire la verità, ha dovuto moderare la sua immagine prima di sbarcare in Sud America. La sua comunicazione ha lasciato un po’ da parte gli elementi più suprematisti, e i suoi leader hanno iniziato a parlare della futura città come di un posto in cui si potrà fare yoga e ascoltare i propri artisti preferiti. Il ceo, poi, assicura che hanno accettato di sottostare alla sovranità uruguaiana come qualunque azienda, e che l’obiettivo di trovare un territorio indipendente è ancora lontano.
La costruzione di Praxis avverrà nella regione di Colonia (nomen omen, diciamo), giusto accanto a un altro progetto immobiliare per persone molto facoltose. Questo progetto si chiama +Colonia, e lo porta avanti un imprenditore argentino molto amico del presidente ultraliberista Javier Milei.
Sul sito di Praxis Uruguay, oggi, si legge: «Abbiamo cercato in tutto il mondo un luogo dove costruire. L’Uruguay ha il paesaggio, la stabilità e lo spazio. A Colonia possiamo vivere sull’acqua, vicino a due capitali, con lo spazio per creare qualcosa di nostro».
L’Uruguay, in effetti, ha alcune delle caratteristiche che lo rendono adatto a un progetto simile. È abbastanza povero da aver bisogno di investimenti stranieri, è abbastanza stabile da essere più accogliente di molti altri Paesi dell’area, è abbastanza bianco da non rischiare di avere troppi neri e troppi indigeni attorno. Soprattutto, ha un governo disposto ad accettarlo, ed è questa la novità. Le destre latinoamericane sono sempre a caccia di miliardari statunitensi con cui fare affari, ma le sinistre, di solito, sono ostili a idee del genere.
Quando la sinistra ha vinto le elezioni in Honduras, per dire, ha subito provato a chiudere Próspera. Ma la sinistra uruguaiana ha attraversato negli anni un processo di trasformazione che, a noi italiani, non suonerà così alieno. Mano a mano più moderata, mano a mano meno vicina a un’idea di politica come conflitto tra interessi, e sempre più portata a vedere la politica come lo spazio in cui mettere tutti d’accordo.
«Praxis sceglie l’Uruguay come destinazione in primis perché l’Uruguay glielo permette, e poi perché il Paese ha un regime fiscale che potrebbe favorirli molto. Inoltre l’Uruguay, pur essendo un Paese del Sud globale, dell’America Latina, ha una popolazione prevalentemente bianca, occidentalizzata, e questo è un incentivo molto grande per la gente che pensa come pensano i dirigenti di Praxis, che hanno dimostrato in più di un’occasione una xenofobia galoppante, un discorso razziale omogeneo come un obiettivo politico in se stesso».
La voce che sentite doppiata è di Nacho Reyes, un giornalista di Montevideo con cui ho parlato per preparare questo episodio. Gli ho chiesto di spiegarmi sia perché Praxis è andata a finire nel suo Paese, sia perché la sinistra uruguaiana ha deciso di aprirle le porte.
«Guarda, ti racconto una situazione accaduta appena qualche settimana fa a New York che mi sembra descriva abbastanza bene il momento del governo uruguaiano. Il presidente Yamandú Orsi è stato a New York in occasione dell’Assemblea generale dell’Onu, qualche settimana fa, e gli hanno offerto un incontro con il sindaco di New York, Zohran Mamdani. Orsi ha rifiutato e si è incontrato con Brown, il ceo di Praxis, con il quale sappiamo che c’è un accordo affinché Praxis si insedi nel dipartimento uruguaiano di Colonia.
Il presidente Yamandú Orsi è in un brutto momento rispetto al suo elettorato di sinistra in Uruguay, con una base demotivata, smobilitata, che imputa al presidente di non avere un discorso sufficientemente di sinistra. Quando gli è stato chiesto della possibilità che Praxis si insediasse in Uruguay, Yamandú Orsi ha detto che “non bisognava chiedere né religione né ideologia al momento di ricevere investimenti”.
Curiosamente, questa linea discorsiva sostenuta da Orsi ha coinciso con un editoriale del quotidiano El País, che è il quotidiano conservatore di supporto alle oligarchie uruguaiane e internazionali nel Paese. El País nel suo editoriale ha criticato chi da sinistra si oppone a Praxis, chiamandoli sommelier dell’investimento».
L’eredità di Pepe Mujica
Pepe Mujica era, da presidente, il politico più popolare del suo Paese e uno dei più popolari al mondo, nonostante governasse su una nazione con gli abitanti di Milano. In linea con l’immagine di nonno della patria, è stato un politico pragmatico, che ha amministrato facendo molti compromessi e moderando molte delle sue posizioni da guerrigliero. Ma non era solo il vecchietto dolce che arrivava alle nostre latitudini. Da giovane passò otto anni in galera, incarcerato dalla dittatura. Da politico, una volta, difese in tv la necessità di tornare ai duelli per i rappresentanti dei partiti.
Diceva che, a pistolettate, si sarebbe fatto capire meglio dalla destra. Da presidente diminuì la povertà, aumentò la spesa sociale, costruì case popolari e si scontrò con quei pezzi del Paese che volevano tenere gli stipendi bassi o privatizzare settori strategici.
Proprio quel tipo di idee e di politica che Praxis nasce per estirpare.



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