Bismillah, c’est l’économie
16:21
Spagna, Francia, Albania, Italia: da settimane le piazze europee si riempiono. Chi protesta chiede affitti sostenibili, scuole che non cadano a pezzi, salari decenti, benzina a un prezzo che non costringa a fermare i camion. I governi cercano i colpevoli altrove: le ingerenze di Putin, le seconde generazioni «non integrate», la mafia, perfino i videogiochi.
In questo episodio di Unchained raccontiamo come è nato il motto «Bismillah, c’est le tenebre», probabilmente da un maldestro tentativo della polizia francese di infiltrarsi nelle chat degli studenti. Poi mettiamo in fila i dati: classi da oltre 35 alunni nelle banlieue, 765mila sfratti in Spagna in undici anni, un potere d’acquisto italiano più basso oggi che nel 2006.
In questo episodio
- Un intervento di Valerio Renzi, giornalista specializzato in movimenti ed estrema destra
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Da settimane l’Europa è attraversata da grandi proteste. Gli spagnoli chiedono case a prezzi più accessibili, i francesi scuole che non cadano a pezzi e salari decenti, gli albanesi un governo che spenda più in welfare e meno in corruzione, gli italiani – specie gli autotrasportatori del Sud – benzina a prezzi che non li buttino fuori dal mercato. Tutti esprimono lo stesso sentimento: la vita costa troppo, il futuro ci sembra grigio.
La lettura del fenomeno di molta classe dirigente, sia italiana sia europea, e della stampa a lei vicina, però, è diversa. Il problema non è il caro-vita, né le disuguaglianze, né la stagnazione economica o le difficoltà del quotidiano. Secondo i governi europei, è colpa di Putin.
Classificare le proteste come ingerenze esterne non è un’idea originale. Ogni volta che ci sono movimenti di piazza in posti come l’Iran, la Russia o l’Azerbaigian, questa è la versione ufficiale dei regimi. Che si usi questo argomento in Europa, però, è una novità. E non è solo l’Italia: il governo francese, di centro, ha detto la stessa cosa.
E, per chi non è convinto della pista russa, c’è sempre l’alternativa: l’Islam.
Anche qui, non è nuovo che si dia la colpa all’immigrazione per un po’ tutto, dalle code negli ospedali alla sporcizia per strada. Qui, però, il meccanismo è più sottile. A protestare sono le seconde generazioni che, si dice, non si sono integrate. Sono nati qui, certo, magari hanno anche la cittadinanza, ma non sono davvero italiani. Sono il nemico interno, un pezzo di Paese disomogeneo che ci sabota da dentro. L’avete mai sentita?
Questa seconda strategia ha funzionato abbastanza: rispetto alla tesi putiniana, ha almeno il pregio di essere in linea coi tempi. Secondo un sondaggio commissionato dalla trasmissione Rai Filorosso, il 55% degli italiani condanna le violenze di piazza e il 66% chiede nuove leggi repressive. Il problema per l’esecutivo di Giorgia Meloni, però, è un altro. Mentre i cortei studenteschi sono in un momento di pausa – registro il giovedì, per sabato sono previste nuove proteste – nel Meridione autotrasportatori e agricoltori continuano a bloccare le strade. Loro sono adulti, bianchi, e quasi sempre votano a destra: difficile farli passare per maranza. Per questo il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha proposto un’altra teoria ancora sull’origine delle proteste: la mafia.
Jacopo Di Miceli, ricercatore e curatore dell’Osservatorio sul complottismo, ha definito le tesi sul ruolo della Russia o dell’islamismo radicale nelle proteste di questi giorni il «complotto giudeo-bolscevico dei nostri tempi». Una tesi cospirazionista senza fondamento, ma che trova supporto tra le élite. Un po’ in malafede, un po’ perché sinceramente incapaci di capire cosa animi la rabbia della gente, che si tratti di ragazzini o di autotrasportatori. Se la mia vita va così bene, d’altronde, non vedo di cosa abbiano da lamentarsi gli altri!
A voler essere un po’ più seri, però, le cause del dissenso si trovano abbastanza facilmente. Non tra Putin e Hamas, ma tra i più noiosi dati macroeconomici. Salari fermi, affitti che crescono, energia inaccessibile. Bismillah, c’est l’économie!
Bismillah, c’est le tenebre: come nasce il motto delle proteste
Bismillah, c’est les ténèbres è il motto non ufficiale di una parte delle proteste di questi giorni, quelle più studentesche e multiculturali. Bismillah è arabo, ed è la frase che si ripete alla fine delle preghiere, come l’amen cattolico. C’est les ténèbres, invece, è francese. Tutto assieme significa: «In nome di Allah, sono arrivate le tenebre». Greta Thunberg, ad esempio, lo ha cantato mentre incontrava alcuni studenti in Francia.
Nasce in modo piuttosto buffo. Due settimane fa, quando le proteste iniziavano a bloccare la maggioranza delle scuole superiori francesi, un utente Snapchat con il nickname Mamadou aveva scritto a un ragazzino un messaggio un po’ sgrammaticato e pieno di bandiere algerine, che diceva: «Ciao! In nome di Allah, sono arrivate le tenebre. Quando c’è il blocco, te lo giuro fra’, spacchiamo tutto, mettimi nel gruppo dell’occupazione grazie». Il problema è che questo non sembra il messaggio di un giovane, magari di origine algerina. Sembra un adulto che tenta di imitare maldestramente il linguaggio di un giovane di origine algerina.
Il ragazzino che lo ha ricevuto non si fida, e decide di non mettere Mamadou nella chat. Fa invece una foto alla conversazione e la gira ai suoi amici. In poco tempo diventa un meme. Quello che quasi sicuramente era il tentativo di un poliziotto di infiltrarsi nelle chat dei ragazzi è diventato una presa in giro e, poi, un grido di battaglia. Bismillah, c’est le tenebre. E, aggiungiamo noi, dietro le tenebre c’è la cara vecchia economia.
I governi hanno provato a spiegare le proteste con le infiltrazioni russe, la mancata integrazione delle seconde generazioni, i social. Sulla tv italiana qualcuno ha anche provato a dire che era colpa… dei videogiochi.
In Francia, va detto, sono ricorsi ad argomenti più classici: colpa della sinistra. Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise, è secondo nei sondaggi per le prossime presidenziali, dopo l’estremista di destra Marine Le Pen. Il suo è l’unico partito che ha sostenuto e sta sostenendo le manifestazioni. Per questo il governo lo ha accusato di favorire il terrorismo, e ha persino accarezzato l’idea di scioglierlo. Tutto bene nella libera e democratica Europa, come vedete.
Ma in ognuno dei Paesi coinvolti la rabbia si spiega coi dati.
Francia: classi sovraffollate e scuole che cadono a pezzi
In Francia il motore è la scuola, e con delle ragioni. Come spiega Ginevra Falciani sul Post, la media di alunni per classe nei licei è 30, e gli edifici scolastici ristrutturati negli ultimi dieci anni sono meno del 15%. A livello nazionale il 10% delle ore di lezione non viene davvero svolto, in gran parte perché mancano docenti. E questi sono dati medi: nelle periferie – le famose banlieue – tutto peggiora. Gli alunni per classe vanno oltre i 35, le ore perse possono arrivare quasi a un quarto del totale, gli insegnanti sono meno e più anziani, le strutture più fatiscenti. Al liceo Paul Éluard di Saint-Denis, uno dei primi a essere occupato, ci sono tetti da cui cola acqua e topi nei corridoi. Saint-Denis è un sobborgo popolare di Parigi, e potreste averne sentito parlare per via del suo sindaco, Bally Bagayoko, di origine maliana ed esponente della France Insoumise, che è sceso in giacca e cravatta davanti alla scuola per frapporsi fisicamente tra studenti e poliziotti ed evitare che i secondi manganellassero i primi.
Spagna: sfratti, fondi speculativi e affitti alle stelle
In Spagna la protesta è più pacifica e un po’ meno repressa, anche se le manganellate sono volate anche lì. La proverbiale scintilla sull’ancor più proverbiale polveriera è stata María del Carmen Abascal, che tutti chiamano Maricarmen. Una donna di 87 anni sfrattata dalla casa in cui viveva, dopo che il fondo proprietario dell’immobile le aveva aumentato l’affitto del 230%. Maricarmen è morta in ospedale poche settimane dopo lo sfratto, e in risposta decine di migliaia di persone hanno occupato con le tende le piazze principali del Paese. Anche qui, es la economía. I dati, di nuovo, aiutano.
La crisi del 2008 in Spagna assomigliò per certi versi a quella statunitense, nel senso che i mutui furono il centro del problema. Un numero enorme di famiglie dovette ipotecare la propria casa; lo Stato comprò 100mila di questi appartamenti per rivenderli quasi tutti a grandi fondi speculativi esteri, soprattutto statunitensi. Se a questo si sommano l’inflazione e l’arrivo del turismo di massa, il risultato è che sempre più gente vive in affitto e sempre meno gente se lo può permettere. Come Maricarmen, a cui hanno chiesto 1.650 euro per la casa che prima ne costava 500. Dal 2013 al 2024 gli sfratti sono stati 765mila. Abbastanza per arrabbiarsi, diciamo.
Italia: studenti al Nord, autotrasportatori al Sud
E poi ci siamo noi, l’Italia. Un Paese strano, da tutti i punti di vista. Intanto perché negli ultimi dieci anni abbiamo protestato mooolto meno di francesi e spagnoli, pur avendo indicatori macroeconomici peggiori: cresciamo meno, siamo più indebitati, abbiamo salari più bassi e disoccupazione giovanile più alta. Poi perché questo ciclo di proteste, da noi, è più complesso da raccontare che altrove. In Spagna c’è un tema chiaro al centro, gli affitti, e degli attori chiave in piazza: sindacati degli inquilini e studenti. In Francia è un po’ più strutturato, ma comunque chiaro: una protesta che nasce dai docenti, passa agli studenti e arriva ai sindacati dei lavoratori.
In Italia, invece, stanno succedendo almeno due cose contemporaneamente. Al Nord gli studenti, con episodi come le famose vetrine delle boutique del lusso rotte a Milano, quelle per cui da una settimana il governo parla di terrorismo e invasione. Al Sud autotrasportatori, agricoltori e, in misura minore, pescatori, con i video virali dei supermercati vuoti perché la merce non arriva. In mezzo mille altre cose, come la Cgil e i sindacati di base che annunciano due scioperi generali. Dovendo spiegare con una parola le proteste di categoria concentrate nel Meridione, quella parola sarebbe benzina. Per gli studenti, invece, siamo obbligati a spendere qualche parola in più. Non perché siano più o meno importanti, ma perché una protesta studentesca così autorganizzata e così giovanile, da noi, è una cosa nuova.
Mi sono fatto aiutare da Valerio Renzi, giornalista specializzato in movimenti ed estrema destra.
[INTERVISTA A VALERIO RENZI]
Anche da noi, comunque, c’est l’économie. Qualche dato. Primo: in città come Milano l’affitto si mangia serenamente il 70% del salario medio. Secondo: l’Italia è l’unico Paese Ocse in cui il potere d’acquisto medio è minore rispetto a vent’anni fa. Significa, tradotto, che nel 2006 potevamo comprare più cose di oggi. Il costo dell’energia, in compenso, è tra i più alti d’Europa. Abbiamo scelto di bloccare le rinnovabili e di sbloccare il gas, e il risultato è che ci siamo legati mani e piedi alla fonte più instabile e cara del decennio. Vi ricordate il famoso «produci, consuma, crepa»?
Ecco, da noi anche consumare sta diventando difficile. Nel 2026 il 36% delle famiglie non può permettersi una settimana di vacanza all’anno. Ogni anno 5,8 milioni di italiani rinunciano a curarsi. Mentre parliamo tanto di immigrazione, un italiano su nove è iscritto all’Aire, e secondo le stime almeno un altro milione vive all’estero senza iscrizione. In pratica, chi può cerca di scappare dall’Italia.
Nel capitalismo selvaggio vive tutto l’Occidente, ma noi italiani, come i Borbone della barzelletta, esageriamo. E questi sono i risultati. In Italia molti, soprattutto se giovani, sentono di vivere nelle tenebre. E mandare i militari, far arrestare i minorenni, dare cinque anni di carcere ai camionisti che scioperano, usare l’IA per identificare i manifestanti, creare decreti sicurezza, dare la colpa a Putin, ad Hamas, ai social, non cambia questa realtà. Bismillah, c’est l’économie!



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