La società civile contro la Banca mondiale al servizio del Board of Peace di Trump
La Banca mondiale ha creato un fondo per canalizzare le donazioni verso il contestatissimo Board of Peace di Donald Trump
Sedici organizzazioni della società civile internazionale hanno lanciato un appello congiunto contro la decisione della Banca mondiale di creare un Fondo di intermediazione finanziaria (Fif) per abilitare il finanziamento del cosiddetto Board of Peace voluto dall’amministrazione Trump. La lettera aperta, pubblicata il 18 febbraio da Accountability Counsel insieme ad altre quindici organizzazioni tra cui SOMO, Urgewald, Inclusive Development International e Recourse, definisce il Board of Peace un progetto «illegittimo» e «neo-coloniale», finalizzato a trarre profitto da una ricostruzione antidemocratica di Gaza.
La denuncia arriva in un momento cruciale. Il 19 febbraio si è tenuta a Washington la prima riunione ufficiale del Board of Peace, ospitata nella sede del rinominato “Donald J. Trump United States Institute of Peace”. In quell’occasione Trump ha annunciato un impegno statunitense da 10 miliardi di dollari, mentre nove Paesi membri hanno promesso complessivamente 7 miliardi. Qatar, Arabia Saudita e Kuwait hanno impegnato un miliardo ciascuno, secondo quanto riportato da The Hill e Pbs News.
Il meccanismo finanziario con cui la Banca mondiale gestisce i fondi del Board of Peace
Al centro della controversia c’è il Gaza Reconstruction and Development Fund (Grad Fund), il veicolo finanziario creato dalla Banca mondiale per raccogliere e canalizzare i contributi dei donatori verso il Board of Peace. Il presidente della Banca mondiale, Ajay Banga, ha spiegato durante la riunione inaugurale che l’istituzione agisce come «limited trustee», ovvero amministratore fiduciario con un ruolo limitato. In pratica, gestisce i flussi in entrata e in uscita dei fondi, ma la decisione su come spenderli spetta al Board of Peace, presieduto a vita da Trump.
La Banca mondiale gestisce già 27 fondi di intermediazione finanziaria, tra cui il Fondo globale per la lotta contro Aids, tubercolosi e malaria e il Green Climate Fund. Ma, secondo fonti interne citate dalla testata internazionale Devex, la governance del Grad Fund differisce profondamente dagli standard abituali. Come ha evidenziato Christine Guetin, ex funzionaria della Banca mondiale che ha lavorato per il Global Partnership for Education e il Global Fund, gli altri Fif della Banca sono governati da consigli multi-stakeholder che operano per consenso o su base di non-obiezione. Nel caso del Grad Fund, invece, non è chiaro chi detenga l’autorità decisionale, come vengano raggiunte le conclusioni e quali siano le regole di governance.
Niente controlli né accountability: i macroscopici punti deboli del Board of Peace
Il Board of Peace è stato autorizzato dalla Risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel novembre 2025, con un mandato fino al 31 dicembre 2027. Ma la sua struttura solleva interrogativi profondi. Trump ne è presidente a vita. Per diventare membro permanente un Paese deve versare un miliardo di dollari. Non ci sono rappresentanti palestinesi. E se già era stato imbarazzante per Ajay Banga accettare di sedervi quando riguardava solo Gaza, le ambiguità sono cresciute man mano che Trump ha allargato le ambizioni, dichiarando di volerlo usare per affrontare «hotspot in tutto il mondo» e addirittura «sorvegliare le Nazioni Unite».
La carta del Board of Peace, ratificata a Davos nel gennaio 2026, non fa alcun riferimento a salvaguardie ambientali e sociali, misure anticorruzione o meccanismi di valutazione indipendente. Come ha sottolineato un funzionario senior della Banca mondiale a Devex, in condizione di anonimato, senza il coinvolgimento della Banca gli investitori vedrebbero il Board of Peace come un’iniziativa puramente politica priva di accountability indipendente, cioè di procedure chiare per rendere conto delle decisioni prese, della gestione dei fondi e degli impatti dei progetti. È proprio la credibilità dell’istituzione multilaterale a sostenere l’intera struttura.
Le organizzazioni firmatarie della lettera aperta hanno evidenziato che i progetti infrastrutturali su larga scala comportano rischi elevati di accaparramento di terre, sfollamenti forzati, perdita dei mezzi di sussistenza e danni ambientali. Rischi che, nel contesto di Gaza, risultano amplificati perché la comunità palestinese è esclusa dalla governance degli sforzi di ricostruzione. La lettera sostiene che il cosiddetto “master plan” per la ricostruzione appaia orientato al profitto commerciale per gli sviluppatori immobiliari. E prenda ben poco in considerazione le esigenze urgenti della popolazione locale: alloggi, cibo, sanità e istruzione.
I costi della ricostruzione di Gaza e le promesse mancate
L’entità della sfida è colossale. Secondo la valutazione congiunta condotta dalla Banca mondiale, dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea nel febbraio 2025 (Interim Rapid Damage and Needs Assessment), i costi di ricostruzione e ripresa per Gaza ammontavano già a 53 miliardi di dollari. Una stima poi rivista al rialzo a 70 miliardi nell’ottobre 2025. Dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono state uccise oltre 72mila persone, il 90% dei 2,1 milioni di abitanti è stato sfollato e l’economia di Gaza si è contratta dell’83%.
Eppure, come rileva l’Arab Center di Washington, solo quattro degli attuali membri del Board – Bahrain, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – dispongono delle risorse finanziarie per contribuire in modo significativo alla ricostruzione. Diversi Paesi invitati, tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Norvegia, Svezia, Spagna e Ucraina, hanno declinato la partecipazione. Al Canada è stato ritirato l’invito dopo che il premier Mark Carney ha espresso critiche a Davos.
Perché il Board of Peace è incompatibile con i principi della Banca mondiale
Le organizzazioni firmatarie chiedono alla Banca mondiale di riaffermare i propri principi di inclusività, sostenibilità e accountability nel rispetto del diritto internazionale. Principi che appaiono inconciliabili con il sostegno a un progetto di ricostruzione su larga scala, orientato al profitto ed esclusorio, in un territorio i cui abitanti subiscono già insediamenti illegali, sfollamento forzato, condizioni di apartheid e genocidio.
Per questo, la lettera richiama l’appello dell’International Centre of Justice for Palestinians per una ricostruzione trasparente, aiuti umanitari senza ostacoli, valichi di frontiera pienamente operativi, protezione dagli attacchi israeliani illegali, giustizia per i crimini di guerra e il diritto a uno Stato palestinese sovrano e autodeterminato.
L’alternativa: un piano di ricostruzione che coinvolge il popolo palestinese
L’European Council on Foreign Relations ha proposto un’alternativa concreta: la creazione di un fondo fiduciario gestito da Stati europei e arabi, che includa l’Autorità palestinese, in modo che ogni dollaro sia rendicontabile verso le persone a cui è destinato e non verso interessi politici stranieri o speculatori privati.
Il think tank europeo richiama anche il Phoenix Plan, elaborato dalla società civile palestinese e dai municipi locali come modello alternativo per la ricostruzione. Si tratta del primo piano di ricostruzione con una reale titolarità palestinese, fondato sulla giustizia spaziale, la sostenibilità ambientale e la partecipazione comunitaria. Il Phoenix Plan è l’anti-Board of Peace: dal basso anziché dall’alto, palestinese anziché imposto, orientato alla comunità anziché agli investitori immobiliari.




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