Il Como in Champions League: la nuova Disneyland che fa scomparire la realtà

Dietro la qualificazione del Como in Champions League gli investimenti per trasformare il territorio in esperienza del lusso, contro i poveri

L’incredibile qualificazione del Como alla Champions League può essere raccontata in vari modi. Il primo è la favola romantica dell’ex capitano Alessandro Gabrielloni, quest’anno in realtà in prestito alla Juve Stabia. È stato uno dei pochissimi giocatori capaci di segnare in tutte le categorie: Serie D, Serie C, Serie B e Serie A. Sempre con il Como. Oppure può essere letta come la favola della scalata al successo della piccola squadra che fino al 2019 giocava tra i dilettanti. E l’anno prossimo sfiderà il Real Madrid, il Bayern Monaco o il Paris Sant-Germain in Europa. Sarebbe molto bello se fosse così.

In mezzo c’è tutta una serie di altri modi possibili per celebrare il Como in Champions League. A partire dall’abilità del debuttante in panchina Cesc Fabregas, la cui squadra è stata senza dubbio la più bella del campionato. O dalla bravura delle giovani stelle Paz, Diao, Perrone, Da Cunha. O del semi sconosciuto attaccante greco Douvikas, che ha fatto assai meglio di molti celebrati centravanti. Per finire con la competenza del direttore sportivo Ludi, che questi giocatori ha scelto nel percorso di crescita dalla C alla A.

Ma c’è anche un altro modo per raccontare l’incredibile qualificazione del Como alla Champions League. E qui si entra nel processo di riterritorializzazione che il tardo capitalismo finanziario sta operando in tutto il mondo attraverso il calcio, inteso come testa di ponte per una serie di profondi mutamenti economici e sociali del territorio urbano. Tutti contro il lavoro e i lavoratori. E qui Como e il Como, dal 2019 di proprietà del conglomerato indonesiano Djarum Group, sono un esempio perfetto. Ancora più di quanto è successo e succede a Manchester, Parigi, Londra, Madrid, Barcellona o Milano.

Oltre 400 milioni investiti per il Como in Champions League. E non solo

Qualche stagione in Serie A negli anni Ottanta, qualche fallimento nel nuovo millennio, il 4 aprile 2019 il Como viene acquistato da Sent Entertainment Ltd, un veicolo finanziario registrato a Londra il cui amministratore unico è Michael Gandler, ex consigliere d’amministrazione dell’Inter con Thohir e poi con Suning. Subito si vocifera che dietro il veicolo finanziario ci sia l’imprenditore Robert Budi Hartono, indonesiano come Thohir, ma con qualche soldo in più. Il suo patrimonio, ottenuto attraverso il Djarum Group – principalmente sigarette e chiodi di garofano – si aggira sui 25 miliardi di dollari. Più o meno lo stesso del fratello, morto lo scorso marzo.

E quando i fratelli Hartono annunciano di essere loro i proprietari del veicolo finanziario utilizzato per comprare il club di calcio, chiariscono subito la mossa: non hanno comparato solo la squadra del Como, ma l’intero territorio di Como. Gli investimenti infatti procedono di pari passo. Comprato il club per soli 200mila euro, dal 2021 fino all’estate del 2025 gli aumenti di capitale nella piccola Sent fatti dai fratelli Hartono attraverso le loro controllate indonesiane ammontano a 328 milioni di euro.

Il calcio a Como diventa un pozzo senza fondo in cui investire. Quest’anno gli aumenti di capitale dovrebbero avere già raggiunto gli ottanta milioni. Ma, nonostante questo, i bilanci sono sempre in rosso. Si passa dai -44 milioni dell’ultima stagione in Serie B ai 130 milioni di negativo nella prima stagione in Serie A. Un aumento dovuto soprattutto alle spese per l’acquisto dei calciatori e al monte stipendi. E lo stesso accadrà quest’anno, la stagione dell’incredibile qualificazione alla Champions League.

La nuova Disneyland esperienziale che farà scomparire la realtà

Gli investimenti maggiori non sono sul calcio, ma sulla città di Como. O, ancora meglio, sull’idea di città di Como che ha il jet-set internazionale: un’idea del lusso che non contempla l’esistenza della povertà, un’idea del consumo che non contempla il lavoro che lo produce, se non come schiavitù dei molti per lucidare l’ostentata opulenza dei pochi. Come scrive il Financial Times, «un tempo il Como era solo una squadra di calcio. Ora, i suoi proprietari stanno cercando di costruire un ecosistema di lusso attorno alla sua prestigiosa posizione geografica».

Non solo gli investimenti da centinaia di milioni sui giocatori per arrivare in Champions League. O le altre centinaia di milioni per riammodernare lo Stadio Sinigaglia, per il cui parcheggio sarà abbattuta una scuola elementare pubblica. Ma una serie di investimenti nell’idea (atroce) di “esperienza” della città. A partire dall’affitto della neoclassica Villa Carminati Resta come sede del club e come hospitality per le celebrità in vacanza, per continuare con l’accordo con brand del lusso per l’abbigliamento, le barche a vela, gli alberghi, i ristoranti. E una serie di «esperienze di lusso sul lago» che senza alcuna ironia finiscono col riprodurre il celebre paragone con Disneyland che Baudrillard utilizzava per raccontare la fine del reale.

«Vorremmo creare un modello simile a quello della Disney, dove il centro dell’attività è il lago, è Como, è la città. Questa è la nostra attività. È così che ci vediamo», ha detto infatti a Reuters il presidente del club Mirwan Suwarso. Un modello, un’esperienza, un parco divertimenti – chiamatelo come volete – per ultraricchi. Da cui sono esclusi ogni giorno di più gli abitanti della città. Vedi gli studenti della scuola elementare. Altro che Alessandro Gabrielloni, il bomber che segna in ogni categoria. Dietro l’incredibile qualificazione del Como in Champions League c’è il cuore nero del tardo capitalismo finanziario: la scomparsa del reale.

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