Contro la crisi da coronavirus Mario Draghi ribalta i dogmi della finanza. Molte le insidie

L'ex numero uno della Bce propone di usare le banche per veicolare soldi pubblici. Ma la richiesta potrebbe rendere la finanza ancora più rapace (dopo)

Alessandro Messina*
Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea dal 2011 all'ottobre 2019
Alessandro Messina*
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Tutti parlano di Mario Draghi e delle sue proposte (avanzate sul Financial Times) per uno “stato di eccezione” dell’economia in risposta alla crisi da COVID19.

Con la sua consueta abilità comunicativa, l’ex presidente della BCE va dritto al punto ed evidenzia ai governi, ancora incerti sul da farsi, che questa crisi non si affronta con le armi già spuntate degli ultimi decenni.

L’articolo di Mario Draghi sul Financial Times

 

Draghi chiede di fare marcia indietro: banche come operatori pubblici

Non ci interessa polemizzare con le eventuali responsabilità che Draghi abbia avuto proprio nel legittimare le scelte politiche e finanziarie che quegli strumenti hanno contribuito a rendere inefficaci. Il tema è sensibile, è politico, riguarda lo stato di salute delle nostre democrazie.

Molto più modestamente qui si pone una riflessione su un corollario dei ragionamenti che Draghi veicola con il suo articolo.

Le banche devono prestare i soldi a tassi zero, anche senza garanzie, anche senza vincoli sul capitale.

Frasi forti, che fanno breccia nel cuore di chi ha sedimentato sentimenti anti-banchieri e che, ovviamente, solleticano l’empatia di chi va a caccia di facili consensi popolari.

Dopo quasi trent’anni al lavoro per privatizzare il mercato bancario, in Italia e in Europa, uno degli esponenti più autorevoli del mondo finanziario globale chiede di fare retromarcia. Ci siamo sbagliati, le banche devono comportarsi come operatori pubblici, prestare i soldi a tasso zero e coprirsi con i soldi dei contribuenti, con la fiscalità generale, dunque attraverso il sostegno dei governi.

Una rivoluzione: facciamo credito a tutti

Il principio apparirà semplice e, ai più, anche di buon senso. Ma è radicalmente rivoluzionario rispetto all’attuale assetto di regole, tutte improntate a contenere la capacità delle banche di fare credito poco garantito, a massimizzare al contrario la loro capacità di collegarne il costo (il tasso di interesse per chi prende a prestito) al rischio (dunque alla vulnerabilità finanziaria dei beneficiari), ad evitare ogni capacità di influenza dei soggetti pubblici nella governance e nelle scelte strategiche degli intermediari.

Quel che Draghi sta dicendo è: «Signori abbiamo sbagliato tutto, in questi ultimi trent’anni anni abbiamo costruito un sistema che non è e non può essere al servizio dell’interesse generale, dunque smantelliamolo e ricostruiamolo da capo».

Possibile? No. Non a breve

«Bello!», viene da dire a chi, come Banca Etica, da vent’anni sostiene che «l’interesse più alto è quello di tutti». Ma è realizzabile? A che costi? Possiamo immaginare che le banche inizieranno ad allentare le maglie dei criteri di selezione del credito? A preoccuparsi meno di rispettare i vincoli sul capitale? A non prestare attenzione alle garanzie?

No, non si può, finché regole uguali per tutti non vengono cambiate per tutti.

Finché non vengono tradotte in istruzioni operative, non si trasformano in procedura informatica e in cultura professionale e aziendale, non permeano le organizzazioni, le istituzioni, le autorità di vigilanza. Dopo decenni di messaggi di un tipo, di una formazione universitaria omologante, di regole uguali per tutti (one-size-fits-all), fare questo tipo di retromarcia richiederà molto tempo.

Si rischia che la finanza globale torni più forte di prima

E cosa accadrà allora? Se pure qualche governo deciderà di metterla in campo, e c’è da scommettere saranno in molti, la transizione sarà confusa e costosa, in termini di efficienza delle singole imprese, del sistema nel suo complesso, e dei conseguenti output sociali, diretti e indiretti. Solo i soggetti più grandi (o molto capaci) potranno resistere.

Così, alla fine di questo “stato di eccezione”, la finanza globale, europea e nazionale si troverà ancora più concentrata di quanto sia ora, con pochi intermediari (privati) sopravvissuti. E, sapendo che le nostre società difficilmente imparano dai propri errori, passata la paura da COVID19, c’è da immaginare che le ortodossie neoliberiste ritroveranno vigore, qualcuno ricomincerà a parlare di mercato bancario da rendere più efficiente, uscita dello stato dell’economia, bail-in, e così via. E tutta la finanza pubblica nel frattempo versata nelle banche private verrà messa in mano ai pochi eletti, fortunati, soggetti rimasti in piedi.

Impossibile che Mario Draghi non abbia pensato a tutto questo. Certamente ha valutato anche le possibili alternative. Peccato non abbia voluto condividerle con noi dalle colonne del Financial Times. Confidiamo in una prossima puntata.

Ma la finanza etica va avanti

E intanto facciamo del nostro meglio per aiutare persone e imprese con gli strumenti che abbiamo a disposizione, ritagliandoci uno spazio di finanza etica nel quadro di regole vigenti, pensate per la finanza che massimizza i profitti, lucra sul debito pubblico, non misura l’impatto sociale e ambientale delle sue scelte.

Aspettando fiduciosi che da questa crisi (l’ennesima, seppur differente), governi lungimiranti ritrovino la lucidità di dare alla finanza il ruolo di ancella dell’economia e non il contrario.


* direttore generale di Banca Etica