Deutsche Bank Usa: la Fed, i derivati e quel fantasma di MPS

Quello tra Deutsche Bank e il regolatore americano è un rapporto storicamente complicato. Tra Siena e Francoforte una vecchia storia torna d’attualità

Di Matteo Cavallito
Una filiale di Deutsche Bank a Berlino, 23 ottobre 1991. Foto: Joachim F. Thurn Bundesarchiv, B 145 Bild-F089856-0013 / Creative Commons / CC-BY-SA 3.0

C’è anche il derivato sottoscritto con il Monte dei Paschi di Siena all’origine dei rapporti sempre più “complicati” tra i regolatori Usa e Deutsche Bank. Lo suggeriscono le carte delle inchieste, lo segnalano indirettamente gli stessi testimoni delle vicenda.

Una vecchia storia, troppo spessa dimenticata, e che pure torna oggi di attualità alla luce degli sviluppi della cronaca finanziaria e giudiziaria. Da un lato le banche, vicende diverse ma finemente intrecciate tra loro; dall’altro le authorities: i controllori americani, certo; così come la Consob italiana e la Bafin tedesca. Qualcuno potrebbe averci visto giusto da subito, qualcun altro non proprio. Il tutto, beninteso, in termini pienamente leciti, visto che, ad oggi, nessun giudice ha mosso contestazioni ai controllori europei o ai colleghi americani.

Deutsche Bank, sede di Francoforte. Foto: I, Dontworry, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Deutsche Bank e i derivati

Il 28 giugno scorso la divisione Usa di Deutsche Bank non ha passato gli stress test della Federal Reserve, gli esami sulla solidità degli istituti condotti dalla banca centrale statunitense. Un segnale di sfiducia in linea con i dubbi espressi lo scorso anno quando la Fed parlò di “condizioni difficili” in merito alle operazioni del colosso tedesco. Problemi di valutazione delle garanzie sui prestiti, nota il New York Times; ma c’è chi ricorda anche il peso dell’esposizione sui derivati – 20,2 miliardi di euro il loro saldo netto – che da tempo preoccupa gli investitori. Gli asset di terzo livello in mano alla banca, ovvero i titoli più rischiosi e difficili da valutare poiché privi di un mercato di riferimento, valgono complessivamente 22 miliardi, il dato più alto tra le principali banche europee.

Siena, abbiamo un problema

In questa storia il Monte dei Paschi entra in gioco molto tempo fa. Siena ha perdite da “occultare”, Deutsche Bank una soluzione da offrire: il derivato Santorini. Di per sé nulla di strano: le operazioni in derivati sono perfettamente legali. Il problema sta però nella contabilizzazione dello strumento, ovvero nel modo in cui l’operazione viene mostrata agli occhi dei controllori e degli investitori. Come nel caso del derivato Alexandria – messo in piedi con la banca giapponese Nomura – MPS iscrive a bilancio Santorini come operazione “a saldi aperti”. Deutsche Bank, da parte sua, lo definisce finanziamento. Tradotto: nessuno (tranne Nomura, ma questa è un’altra storia) lo rappresenta come un derivato.

Banca Monte dei Paschi di Siena, Siena, Italia. Foto: DV Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Il ruolo della Fed

A citare la Fed è il sostituto procuratore del Tribunale di Milano, Giordano Baggio, nell’audizione del 14 novembre 2017 davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario: è proprio su imbeccata dei regolatori americani, spiega, che la Bafin impone a Deutsche Bank «di riconsiderare la contabilizzazione» di Santorini, ovvero di iscrivere il derivato a bilancio per ciò che è realmente.

È la fine del 2013 e subito dopo le due banche smontano il derivato, operazione che costa a Siena 525 milioni di euro. Un anno prima le autorità americane avevano chiesto informazioni a MPS. Negli Usa, per altro, non si indaga solo su Santorini visto che le autorità vogliono vederci chiaro su altre operazioni in derivati condotte dalla Banca tedesca. La notizia uscirà in Italia nell’agosto 2013. Non se ne parlerà più di tanto.

La sede della Fed a Washington. Foto: AgnosticPreachersKid Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

Bafin e Consob

E gli altri controllori? Consob interviene su Santorini sanzionando MPS nel 2016, in netto ritardo rispetto alla Bafin. Ma qui c’è una polemica: nel novembre del 2017, davanti alla stessa Commissione d’Inchiesta, il direttore generale della Consob, Angelo Apponi, contesta alla Bafin di essersi rifiutata di rispondere alle richiesta di informazioni dell’authority italiana, datata luglio 2013. Il primo vero riscontro dalla Germania arriva solo sette mesi più tardi quando i controllori tedeschi fanno sapere a Roma che Deutsche Bank ha modificato su loro richiesta la contabilizzazione del derivato. Va detto, a onor del vero, che nel 2013 la Bafin non aveva ancora concluso l’audit su Deutsche Bank, ma le domande restano.

Perché la Consob ottenne il rapporto sull’audit tedesco (concluso alla fine del 2014) soltanto nel 2016 e solo attraverso la Procura della Repubblica di Milano? E le informazioni a disposizione dell’authority italiana prima di allora, per quanto incomplete, non erano comunque sufficienti ad agire contro MPS prima di allora? A giudicare dalle dichiarazioni di Apponi (Sulla base dell’audit «è stato, dunque, possibile superare le incertezze applicative») evidentemente no.

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