Il sistema finanziario globale è progettato per rendere eterne le disuguaglianze

È uscita la terza edizione del World Inequality Report, il più grande database dell’evoluzione storica delle disuguaglianze

Antonio Piemontese
Il World Inequality Report conferma che le nazioni più esposte ai cambiamenti climatici sono quelle che hanno contribuito meno a generarli © Kamran Khan/iStockPhoto
Antonio Piemontese
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Circa duecento euro, a parità di potere di acquisto: è quanto, in media, si spende per l’educazione di un bambino in Africa subsahariana ogni dodici mesi. In Europa gli euro sono  circa 7.400, negli Stati Uniti e in Oceania circa novemila. Un divario di 1 a 40, circa tre volte quello che si riscontra nel reddito pro-capite. È uscita la terza edizione del World Inequality Report, dopo le prime due targate 2018 e 2022, e questo è solo uno dei dati che sciorina. Lo studio è redatto da un gruppo di duecento ricercatori provenienti da tutto il mondo e affiliati al World Inequality Lab, un think tank internazionale fondato da diversi soggetti e basato alla Paris School of Economics. Insieme hanno contribuito a creare il più grande database dell’evoluzione storica delle disuguaglianze. Leggerlo, e farlo uscire dal rumore di fondo, è importante per capire che prospettive abbiamo. 

La crisi climatica è inseparabile dalla concentrazione di ricchezza 

Il rapporto, liberamente consultabile e scaricabile, contiene altre interessanti considerazioni. Prendiamo il clima. «Ci si concentra sempre sulle emissioni associate ai consumi», scrivono gli studiosi, «ma nuovi studi hanno rivelato che chi detiene il capitale gioca un ruolo chiave nella disuguaglianza delle emissioni». In altre parole, prendersela con chi sceglie – e spesso lo fa perché esposto alla pubblicità e all’influenza dei media senza avere strumenti critici – è troppo facile. E, forse, anche un tentativo deliberato di spostare l’attenzione.  Guardando ai padroni del vapore, il quadro cambia decisamente. 

«Il 10% degli individui più ricchi – si legge – conta per il 77% delle emissioni globali associate al possesso di capitali privati, sottolineando come la crisi climatica sia inseparabile dalla concentrazione di ricchezza». Le metà più povera della popolazione mondiale arriva solo al 3%. Non solo: l’1% in cima alla classifica dei paperoni conta, da solo, per il 41% delle emissioni. Quasi la metà. Per chi si intende di rendicontazione, i dati appena citati si riferiscono alle emissioni Scope 1 (quelle dirette) attribuibili ad aziende e asset posseduti da individui. 

Il tema, posto che produrre beni e servizi ha dei costi in termini ambientali e climatici a prescindere da chi sia l’imprenditore, è che un conto è se i profitti vanno a molti; un altro se a goderne sono pochi. Questi individui particolarmente bravi (o fortunati, o entrambe le cose) devono pertanto essere chiamati a risponderne. Una visione, obietterà qualcuno, quasi marxista. E sicuramente c’è del vero. Ma Marx era principalmente un economista. 

Nemmeno di fronte alla crisi climatica siamo tutti uguali

Per comprendere meglio, è utile guardare i consumi perché la fotografia è molto diversa. Prendiamo, per esempio, il dato sulle emissioni di gas serra dell’1% di popolazione che consuma di più. In questo caso arrivano al 15% del totale, un terzo rispetto all’altra tabella. È abbastanza chiaro come guardare le cose in quest’ottica possa, con un gioco di prestigio, alleggerire una quota consistente del carico di responsabilità. Non solo. 

Chi emette di meno, cioè le popolazioni dei Paesi più poveri, coincide spesso con chi è più vulnerabile agli shock climatici. Mentre chi emette di più (e spesso risiede nei Paesi ricchi) dispone anche di maggiori risorse per realizzare le opere di adattamento fondamentali per proteggersi. E quindi per evitare le conseguenze più nefaste dei cambiamenti climatici. «Una distribuzione diseguale del rischio», per dirla con il rapporto.

Riformare il sistema finanziario per disinnescare le cause delle disuguaglianze

Che fare, quindi? Risolvere la situazione, avvertono gli studiosi, «richiede un riallineamento mirato delle strutture finanziarie e di investimento che alimentano sia le emissioni sia le disuguaglianze». Perché «la disuguaglianza è profondamente insita nel sistema finanziario globale» che la genera «sistematicamente».

Una delle chiavi è la domanda (legittima e comprensibile, peraltro) di investimenti sicuri. I Paesi che emettono valute di riserva possono prendere in prestito denaro a tassi minori, prestarlo a tassi maggiori e attrarre quote maggiori di risparmio. Il contrario, specularmente, vale per i Paesi più poveri, per cui il debito è costoso, i prestiti rendono poco e si crea – insomma – un continuo flusso in uscita.

Certo, rispetto ai primi anni Settanta, quando il dollaro era praticamente egemone, il ruolo dell’euro ha leggermente guadagnato trazione, assieme ad altre valute occidentali come il franco svizzero (molto sotto, comunque). C’è stato un allargamento, innegabile. Ma il sistema resta ancora estremamente occidentale. Questo spiega il malcontento diffuso nella “maggioranza globale”, così come il fu Global South viene chiamato ora. Vale la pena di ricordare che comprende giganti come la Cina. Il rapporto è chiaro: «I Paesi privilegiati si trovano a fronteggiare costi minori per le proprie passività non per dinamiche di mercato, ma per disegno politico». 

La domanda (definita «persistente») di asset sicuri come i bond americani ed europei, rinforzata dalle riserve delle banche centrali, dagli standard regolatori come il Basilea III e dal ruolo dei giudizi delle agenzie di rating, “blinda” di fatto questo vantaggio ad aeternum. «Il risultato è che i Paesi ricchi prendono in prestito denaro in modo più conveniente e lo investono in asset ad alto rendimento all’estero e finiscono per vivere di rendita alle spese delle nazioni più povere». E, proprio come a livello individuale, anche tra Stati se aumentano le rendite diminuisce la mobilità. 

Le disuguaglianze sono una scelta. Politica

«Le disuguaglianze sono una scelta politica», concludono gli studiosi. «È il risultato delle nostre politiche, istituzioni e strutture di governo». I costi, si afferma, sono chiari: da quelli sociali alla fragilità delle democrazie, fino a quelli climatici. Ma sono chiari anche gli strumenti per ridurle: «Dove la redistribuzione è forte, la tassazione è equa, e gli investimenti sociali prioritizzati, la disuguaglianza si restringe». L’economia – oikos, nomos, l’arte del governo della casa, per così dire – è importante: ma la politica lo è ancora di più. 

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