ExxonMobil chiede a Cuba oltre un miliardo di dollari

Con il sostegno di Trump, il colosso petrolifero ExxonMobil vuole un risarcimento per i beni confiscati da Cuba nel 1960

Stazione di servizio accanto a un murale rivoluzionario dipinto a mano all'Avana, Cuba © Library of Congress

La Corte suprema degli Stati Uniti si è addentrata in uno dei capitoli irrisolti più longevi della Guerra fredda. Lunedì 23 febbraio i giudici hanno ascoltato le argomentazioni di ExxonMobil, che chiede un risarcimento superiore a un miliardo di dollari alle entità statali di Cuba per i beni petroliferi e del gas confiscati dal governo rivoluzionario di Fidel Castro nel 1960. All’epoca, la perdita fu stimata in circa 70 milioni di dollari. Oggi, con gli interessi accumulati in oltre sei decenni e la possibilità di danni triplicati prevista dalla legge, la cifra si è moltiplicata.

La Helms-Burton Act: un’arma legale rimasta nel cassetto per vent’anni

Al centro della contesa c’è il Titolo III della Cuban Liberty and Democratic Solidarity Act del 1996, meglio nota come Helms-Burton Act. Questa legge consente ai cittadini e alle imprese statunitensi di intentare cause federali contro chiunque “traffichi” in proprietà confiscate dal governo cubano dopo la rivoluzione del 1959.

Ma per oltre due decenni questa disposizione è rimasta lettera morta. Tre presidenti consecutivi (Clinton, Bush e Obama) ne hanno sospeso l’applicazione a cadenza semestrale, temendo ripercussioni diplomatiche con alleati come Canada, Spagna e Unione europea, le cui imprese avevano investimenti significativi nell’isola. L’Unione europea, va ricordato, adottò già nel 1996 un regolamento (il n. 2271/96) che dichiarava inapplicabili le disposizioni extraterritoriali della Helms-Burton sul suolo comunitario, arrivando a prevedere sanzioni contro le imprese americane che avessero avviato azioni legali in base al Titolo III. Anche Canada e Messico approvarono leggi analoghe per neutralizzarne gli effetti.

La svolta è arrivata nel 2019, quando Donald Trump, durante il primo mandato, decise di non rinnovare la sospensione. Fu un gesto politico dirompente che aprì le porte a un’ondata di circa quaranta cause legali. Molte di esse hanno percorso l’intero iter giudiziario fino ad arrivare, oggi, davanti alla Corte suprema.

ExxonMobil a Cuba: da Standard Oil al braccio di ferro con Cimex

Nel 1960 il governo cubano nazionalizzò tutti i beni delle sussidiarie di ExxonMobil – allora conosciuta come Standard Oil – sull’isola: una raffineria da 35mila barili al giorno e oltre cento stazioni di servizio. La Foreign Claims Settlement Commission, l’agenzia governativa statunitense incaricata di certificare le richieste di risarcimento, aveva quantificato la perdita in circa 71,6 milioni di dollari, più interessi.

Nel 2019, con il Titolo III finalmente operativo, ExxonMobil ha citato in giudizio Corporación Cimex, il più grande conglomerato statale cubano, presso il tribunale federale di Washington. La accusava di continuare a detenere e trarre profitto da proprietà confiscate, sfruttando infrastrutture che un tempo appartenevano alla compagnia americana, per attività come l’estrazione e la raffinazione di greggio e la gestione di stazioni di servizio.

Il nodo centrale è giuridico, ma la sua portata è politica. Cimex si è difesa invocando una legge americana – il Foreign Sovereign Immunities Act (FSIA) – che di norma impedisce di trascinare in tribunale governi stranieri e le loro aziende di Stato. Finora i tribunali le hanno dato ragione, stabilendo che la Helms-Burton da sola non basta a superare questo scudo. Per procedere contro Cimex, Exxon dovrebbe dimostrare di volta in volta che il caso rientra in una delle eccezioni previste dalla normativa sull’immunità sovrana.

ExxonMobil ha però ribaltato l’argomento. Il Titolo III, sostiene, è stato scritto dal Congresso proprio per consentire azioni legali contro «qualsiasi agenzia o ente strumentale di uno Stato estero». Se quella norma non basta a superare l’immunità sovrana, a che serve? L’avvocata della compagnia, Morgan Ratner, ha definito come «inverosimile» la lettura dei tribunali inferiori, che svuoterebbe la legge del suo significato.

L’amministrazione Trump schierata a fianco di ExxonMobil su Cuba

Il dipartimento di Giustizia ha presentato un amicus curiae brief a sostegno della posizione di ExxonMobil su Cuba. In pratica, è un documento che un soggetto terzo non direttamente coinvolto nella causa presenta ai giudici per offrire il proprio punto di vista. Curtis Gannon, avvocato del governo federale, ha dichiarato davanti ai giudici che la decisione del tribunale inferiore «negherebbe di fatto le azioni legali autorizzate dal Congresso, compromettendo un meccanismo che il Congresso e l’esecutivo hanno ritenuto funzionale alla promozione degli interessi statunitensi e alla transizione democratica a Cuba».

Il coinvolgimento dell’amministrazione non è casuale. Il caso ExxonMobil si colloca all’interno di una campagna di massima pressione su Cuba che ha subito una brusca accelerazione negli ultimi mesi. Il 29 gennaio 2026, infatti, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che dichiara Cuba «una minaccia insolita e straordinaria» alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Invocando i poteri di emergenza per minacciare dazi su qualsiasi Paese che fornisca, direttamente o indirettamente, petrolio all’isola. La mossa è arrivata dopo l’operazione militare statunitense che il 3 gennaio ha portato alla cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Privando Cuba del suo principale alleato e fornitore energetico.

Cuba in ginocchio dopo l’ordine esecutivo di Donald Trump

Gli effetti sull’isola sono stati devastanti. Cuba, la cui produzione nazionale copre solo una frazione del fabbisogno energetico, ha dovuto affrontare una crisi di carburante senza precedenti dai tempi del crollo dell’Unione sovietica. Il governo ha introdotto il razionamento, ridotto la settimana lavorativa a quattro giorni per le imprese statali, accorciato l’orario scolastico e avvisato le compagnie aeree internazionali che non sarebbe stato possibile rifornirle di carburante. Diversi Paesi – Regno Unito, Canada, Irlanda – hanno sconsigliato ai propri cittadini di viaggiare a Cuba.

Secondo il Congressional Research Service, le politiche dell’amministrazione Trump dal gennaio 2025 hanno preso di mira sistematicamente le risorse economiche del regime. Ha mantenuto Cuba nella lista degli Stati sponsor del terrorismo, ha introdotto nuove restrizioni sui visti e ha irrigidito le norme su viaggi e rimesse. Il segretario di Stato Marco Rubio, in un’audizione al Senato il 28 gennaio, ha dichiarato apertamente che il cambio di regime a Cuba è una precondizione per la revoca dell’embargo.

Le implicazioni globali della sentenza su ExxonMobil a Cuba

La decisione sul possibile risarcimento a ExxonMobil, attesa entro la fine di giugno 2026, potrebbe avere ripercussioni ben oltre il contenzioso Stati Uniti-Cuba. Se la Corte suprema dovesse accogliere la posizione di Exxon sull’immunità sovrana, si aprirebbe la strada a una nuova generazione di cause contro entità statali cubane. E potenzialmente non solo cubane. Le stesse aziende di Stato difendenti hanno sottolineato che il Titolo III non distingue tra enti controllati da Cuba e quelli di altri Paesi. Una sentenza favorevole a ExxonMobil potrebbe quindi esporre a azioni legali negli Stati Uniti imprese pubbliche di decine di nazioni che intrattengono rapporti commerciali con Cuba. Dall’Argentina al Brasile, dalla Cina a Singapore.

L’Avana ha sempre sostenuto che le nazionalizzazioni del 1960 prevedevano un impegno a risarcire i proprietari espropriati, e che fu Washington a rifiutare ogni negoziato. Cuba ha del resto concluso accordi di compensazione con altri Paesi i cui cittadini avevano subito espropri. Il ministero degli Esteri cubano ha ricordato nel 2019 che «tutte le nazionalizzazioni di proprietà straniere, incluse quelle statunitensi, erano accompagnate per legge da un impegno alla compensazione, che il governo americano rifiutò anche solo di discutere».

La posta in gioco: diritto, petrolio e geopolitica

Il caso ExxonMobil contro Cuba è il crocevia tra tre dinamiche che definiscono la politica americana contemporanea: l’utilizzo del sistema giudiziario come strumento di politica estera, la protezione degli interessi delle grandi corporation energetiche e la strategia di massima pressione su regimi ritenuti ostili.

Cuba attraversa quella che molti osservatori definiscono la sua peggiore crisi economica dagli anni Novanta. Circa il 10% della popolazione ha lasciato l’isola tra il 2022 e il 2023. I blackout sono quotidiani. Le riserve di carburante sono prossime all’esaurimento. Il Messico ha inviato aiuti umanitari via nave militare. Esperti delle Nazioni Unite hanno definito le restrizioni petrolifere americane «una forma estrema di coercizione economica unilaterale». Alcuni senatori democratici, tra cui Elizabeth Warren e Ed Markey, hanno chiesto all’amministrazione Trump di revocare l’embargo petrolifero prima che la crisi umanitaria peggiori ulteriormente e si traduca in una nuova ondata migratoria verso le coste della Florida.

In questo contesto, la sentenza della Corte suprema non determinerà solo se ExxonMobil incasserà il suo miliardo di dollari. Stabilirà fino a che punto il diritto statunitense può proiettarsi oltre i propri confini per regolare i conti con la storia. E con quali conseguenze per il presente.

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