Fusioni e acquisizioni, continua la tendenza al monopolio bancario

Il 2026 è stato l'anno record per fusioni e acquisizioni bancarie. Un trend che frena la democrazia e aumenta l’esclusione finanziaria

Anche in Italia è record di fusioni e acquisizioni bancarie © umbertoleporini/iStockPhoto

La tendenza al monopolio bancario continua. E questo è un problema enorme, perché più concentrazione significa meno democrazia e più esclusione finanziaria. Ovviamente per le fasce più deboli e meno tutelate della popolazione. Secondo gli ultimi dati di Goldman Sachs, i volumi delle operazioni di acquisizioni e fusioni tra istituti di credito e gestori patrimoniali nel 2025 hanno toccato il picco degli ultimi dieci anni. Per un totale di quasi 76 miliardi di dollari derivati da 990 transazioni.

Un aumento del 30% rispetto al 2024 e del 60% rispetto al 2023. In testa gli Stati Uniti, a seguire l’Europa, trainata proprio dall’Italia. Tanto che, come avevamo scritto su Valori, a metà del 2025 in Europa si era già raggiunto l’intero ammontare del 2024. Ma non è finita qui. Gli esperti prevedono un nuovo record per il 2026. La tendenza è inarrestabile.

Costo del denaro, concorrenza e diversificazione sono le cause di acquisizioni e fusioni bancarie

«La soglia di mille transazioni è stata superata solo due volte da quando abbiamo iniziato a monitorarla negli anni Ottanta», spiega Lucille Jones, senior manager di Lseg Deals Intelligence, al quotidiano francese Les Echos. «Solo il 2014 è stato un anno più prolifico in termini di valore delle operazioni, con quasi 79 miliardi di dollari di transazioni. Gli Stati Uniti hanno rappresentato la metà di questo volume lo scorso anno: con 38 miliardi di dollari, il doppio rispetto al 2024, la più grande economia mondiale ha stabilito un record storico».

E il motivo è presto detto. Si tratta delle politiche monetarie accomodanti della Federal Reserve, con ben tre tagli di interesse nel corso del 2025. A questo va aggiunta la concorrenza degli Etf (exchange-traded fund, i fondi scambiati in Borsa) a basso costo e l’aumento dei costi tecnologici e normativi. Un combinato disposto che ha portato a un calco dei margini di profitto, cui gli istituti di credito rispondono con la facile strada delle fusioni invece di trovare nuove e più sane politiche di investimento.

Nel caso delle acquisizioni un altro dei motivi principali è la diversificazione delle competenze. Anche qui, invece di acquisire queste competenze attraverso sviluppo e innovazione le banche, preferiscono acquistare direttamente chi le offre. E il risultato, ovviamente, è l’ennesimo passo in direzione dell’irrefrenabile tendenza autoritaria monopolista dell’economia globale.

Il risiko bancario italiano e l’inevitabile tendenza oligopolistica

Non solo gli Stati Uniti, come detto, ma anche l’Europa. Qui lo scorso anno la Banca centrale europea (Bce) ha tagliato ben quattro volte il costo del denaro, agevolando acquisizioni e fusioni. Come spiega il Corriere della Sera, nel 2025 nel nostro Paese i volumi di queste transizioni hanno raggiunto 101 miliardi. E se la cifra tiene conto anche di fusioni e acquisizioni non bancarie, come quella di Iveco Group da parte di Tata Motors (8 miliardi) e la joint venture fra la divisione spaziale di Leonardo e quelle di Airbus e Thales (8 miliardi), anche qui a farla da padrona sono state le banche. A partire dall’acquisizione di Mediobanca da parte di Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). Per un valore di 14 miliardi che supera quello delle altre due messe insieme.

Ma non è finita qui. Come spiega al Sole 24 Ore Mirko Sanna di S&P Global Ratings, anche nel nostro Paese per il 2026 «si prospetta un ulteriore consolidamento della tendenza a acquisizioni e fusioni bancarie». E anche qui il perché è presto detto. Sul tavolo del risiko bancario italiano è ancora in gioco la partita su Mps, Bper e Banco Bpm, con il possibile rientro, secondo alcune voci, di Unicredit nella partita. Oltre ovviamente alla questione Generali. Una partita dove è in gioco anche la Francia con Bpce e Crédit Agricole. A proposito di Francia, anche se è più facile immaginarlo essendo quello francese un mercato altamente frammentato, anche qui lo scorso anno c’è stato il record di acquisizioni e fusioni bancarie. Il tutto nonostante il fallimento della fusione madre Natixis-Generali.

Acquisizioni e fusioni continueranno ancora, finché ne resterà solo uno

Sempre al Sole 24 Ore, Sanna ha disegnato un futuro di nuove acquisizioni e fusioni bancarie per l’Italia. Sottolineando la peculiarità nel sistema del credito italiano, dove sono presenti «una grande banca nazionale quale Intesa Sanpaolo, e una seconda con una grande diffusione geografica come UniCredit», ha previsto un futuro distopico in cui «alla fine ci saranno 3-4 grandi banche». Beati gli ultimi, e addio per sempre alla democrazia e all’inclusione finanziaria.

Anche perché, come detto, la tendenza è globale. Secondo Les Echos, la società di consulenza Oliver Wyman prevede a breve ulteriori 1.500 acquisizioni e fusioni a livello globale. Un dato che porterà alla scomparsa di un quinto delle società di gestione patrimoniale e dei gestori patrimoniali. A perderci saranno quindi i piccoli istituti, quelli che magari hanno ancora aperti gli sportelli sul territorio e che intendono il credito come sostegno allo sviluppo locale, come spiega Andrea Baranes su Valori.

E a vincere, oltre al pesce grande che mangia il più piccolo, sono anche i consulenti. Anche loro in regime di oligopolio. Secondo il Corriere della Sera, infatti, Goldman Sachs ha chiuso il 2025 stabilendo un nuovo record per il numero più alto di consulenze per acquisizioni e fusioni. E ha guadagnato 4,3 miliardi di dollari grazie a operazioni (complessive, non solo bancarie) per un valore di oltre 10 miliardi di dollari, pari all’11,1% del fatturato globale. A seguire JPMorgan con l’8,4% (3,2 miliardi) e Morgan Stanley con il 6,6% (2,5 miliardi). I soliti noti, par di capire. Fino a che non ne resterà solo uno.

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