Coi prezzi dei carburanti in crescita, le compagnie petrolifere guadagneranno 24 miliardi in più in Europa

Quando i prezzi dei carburanti salgono, le compagnie petrolifere ne approfittano per espandere i margini: i dati di Transport & Environment

Un nuovo tracker di Transport & Environment stima che nel 2026, sull'onda del conflitto tra Usa-Israele e Iran, le major del petrolio realizzeranno 24 miliardi di euro di profitti straordinari © Unsplash

Quando i prezzi del petrolio salgono per ragioni geopolitiche, i costi di produzione dei carburanti restano sostanzialmente stabili. I margini lungo la filiera, però, si espandono. È questo il meccanismo che l’ong Transport & Environment (T&E) documenta in un nuovo report: le grandi compagnie petrolifere realizzeranno nel 2026 profitti straordinari per 24 miliardi di euro a carico degli automobilisti europei. Al momento della pubblicazione del rapporto, le società avevano già maturato 1,3 miliardi in eccesso rispetto ai margini ordinari.

Quanto sono cresciuti i prezzi dei carburanti in Europa dall’inizio della guerra in Iran

Il detonatore è stato l’attacco americano-israeliano all’Iran del 28 febbraio scorso. I raid hanno colpito impianti di produzione e raffinazione del petrolio e hanno provocato la quasi totale interruzione dei traffici attraverso lo stretto di Hormuz, canale di transito fondamentale per i combustibili fossili dal Medio Oriente verso l’Europa e verso i mercati asiatici. Il 12 marzo il Brent ha superato per la prima volta i 100 dollari al barile e ha continuato a salire per tutto il mese, toccando un picco di quasi 111 dollari il 20 marzo e chiudendo il trimestre a 118 dollari. Il rialzo trimestrale è il più elevato, in termini reali, da almeno trent’anni.

Il rialzo del Brent si è riversato sui prezzi dei carburanti in tutta Europa. Al 6 aprile – ultimo dato disponibile del Bollettino settimanale della Commissione europea – la media dell’Unione europea si attestava a 2,04 euro al litro per il diesel e a 1,80 euro per la benzina, con rincari di circa 47 e 18 centesimi rispetto ai livelli pre-conflitto. Per chi guida un’auto diesel con serbatoio da 55 litri, ogni rifornimento costa circa 26 euro in più rispetto a febbraio; circa 10 euro in più per chi fa benzina. In Italia i prezzi sono ancora più alti. Il diesel sfiora i 2,15 euro al litro, con il governo costretto a prorogare il taglio delle accise da 25 centesimi per tutto aprile per contenere i rincari.

Un film già visto con l’invasione dell’Ucraina

La stima di Transport & Environment divide la filiera in due segmenti. I 24 miliardi di profitti in eccesso vanno a raffinatori e distributori operanti prevalentemente nell’Unione europea. Una quota che, fa notare l’ong, sarebbe potenzialmente aggredibile con una tassa sui super-profitti. I restanti 45 miliardi fluiscono invece verso i produttori di greggio e i Paesi esportatori, quindi al di fuori della giurisdizione europea (senza contare quelli occultati nei paradisi fiscali). Quella di T&E è una stima conservativa, poiché copre solo i carburanti stradali e non considera jet fuel, combustibili marini o olio da riscaldamento.

Il copione è lo stesso già visto nel 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina. Quell’anno gli automobilisti europei pagarono un “premio geopolitico” collettivo di 55 miliardi di euro per l’impennata dei prezzi dei carburanti. I margini di raffinazione triplicarono tra il 2021 e il 2022 e i profitti complessivi delle compagnie petrolifere e del gas attive nell’Unione superarono i 104 miliardi di euro, con un aumento del 45% sull’anno precedente. La dinamica è sistematica. Le major non si limitano a trasferire i maggiori costi di approvvigionamento sui consumatori, ma approfittano delle fiammate dei prezzi per espandere i propri margini.

Sul fronte diesel, poi, i margini di raffinazione in Europa hanno già superato quelli di altre regioni, riflettendo la carenza di capacità produttiva interna. Il parco auto europeo è più orientato al diesel che alla benzina, e il Medio Oriente è la fonte a costi più bassi per i distillati medi, necessari per produrre diesel. Con circa il 20% del diesel europeo importato, una parte significativa di questi profitti straordinari viene generata al di fuori della giurisdizione europea, limitando l’efficacia di qualsiasi tassa europea. I margini sulla benzina sono invece più contenuti, frenati dalle elevate scorte negli Stati Uniti e in Europa e dalla domanda stagionalmente debole.

Tra le proposte, una tassa sugli extra-profitti dovuti ai rincari dei prezzi dei carburanti

Il paradosso della risposta politica degli ultimi anni è ben documentato. In risposta agli shock del 2022, i governi europei avevano tagliato le accise sui carburanti per un totale di 29 miliardi di euro. Una misura che ha attenuato i prezzi dei carburanti nel breve periodo, ma che ha anche sostenuto la domanda di petrolio, gonfiando ulteriormente i profitti delle compagnie. Nel triennio 2021-2023, le sovvenzioni annuali medie al settore energetico fossile nell’Unione europea hanno superato i 103 miliardi di euro.

La proposta di T&E è quella di reintrodurre uno strumento che l’Unione ha già sperimentato. Nel 2022, infatti, l’Unione europea varò un contributo di solidarietà del 33% sui profitti fossili superiori del 20% alla media 2018-2021, raccogliendo circa 28 miliardi di euro tra il 2022 e il 2023, prima che il meccanismo scadesse. «I conducenti pagano, le compagnie petrolifere incassano», ha dichiarato Daniel Quiggin, senior policy advisor di T&E. «Le major hanno ogni incentivo a tenere l’Europa dipendente dai combustibili fossili, perché sono loro a beneficiare dei picchi di prezzo. L’Unione europea dovrebbe reintrodurre la tassa sui profitti in eccesso e investire i proventi nell’elettrificazione e nelle rinnovabili per spezzare definitivamente questo circolo vizioso».

T&E insiste sul fattore tempo: i profitti straordinari da shock geopolitici sono per loro natura temporanei. Una volta che i mercati si stabilizzano, i margini di raffinazione tornano verso le medie storiche. Il danno per i consumatori, però, si accumula nel frattempo. «Attendere la certezza dei dati significa attendere fino a quando il momento dell’ingiustizia è già passato», avverte T&E.

All’orizzonte, l’elettrificazione dei trasporti e il sistema ETS2

La soluzione, nell’analisi di Transport & Environment, passa dall’elettrificazione. I quasi 8 milioni di auto elettriche in circolazione nell’Unione europea hanno risparmiato nel 2025 circa 46 milioni di barili di petrolio importato, pari a 2,9 miliardi di euro di costi evitati. Una cifra che, ai prezzi attuali con il Brent stabilmente sopra i 100 dollari, salirebbe a circa 4,7 miliardi.

Sul fronte della fiscalità, inoltre, l’Unione europea ha previsto l’estensione del mercato delle emissioni al trasporto su strada tramite l’ETS2. Il meccanismo, inizialmente atteso per il 2027, è già stato rinviato al 2028 a seguito di un accordo tra Parlamento europeo e Consiglio del novembre 2025. T&E stima che il nuovo meccanismo potrebbe generare fino a 50 miliardi di euro l’anno, fondi che l’organizzazione chiede vengano destinati alla transizione e restituiti ai cittadini sotto forma di dividendo climatico.

Ma non è detto che l’ETS2 regga. La normativa prevede una clausola di salvaguardia che consente un ulteriore slittamento qualora i prezzi energetici nel 2026 risultino eccezionalmente alti. Condizione che, con il Brent stabilmente sopra i 100 dollari, appare tutt’altro che remota.

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati