«Dalle grandi piattaforme digitali un enorme trucco. E ci siamo cascati tutti»
Giornalismo, social network, intelligenza artificiale, comunicazione politica, trasformazione del capitalismo. Intervista al direttore di Fondazione Feltrinelli, Massimiliano Tarantino
La Fondazione Feltrinelli rappresenta uno dei maggiori centri europei di documentazione e ricerca in numerosi settori. Nata nel 1949, ha contribuito in modo sostanziale al dibattito sulla storia contemporanea, la politica, le scienze sociali, l’associazionismo e l’economia. Proprio su questo tema, ha organizzato già per due anni consecutivi, presso la propria sede di Milano, un Festival dell’Economia Critica. Il suo direttore, Massimiliano Tarantino, ha dedicato la sua vita professionale alla comunicazione: da quella istituzionale e corporate al giornalismo. Insegnando anche presso le università di Udine, Pisa, Parma e Milano Cattolica.
Direttore, il nostro giornale ha optato per una scelta radicale: uscire dai social, poiché considerati – per architettura, modello di business, gestione manageriale e proprietà – incompatibili con i nostri valori. Nel mondo di oggi è un suicidio?
No, non vi state suicidando: state scegliendo. Io penso che il mondo stia andando in una direzione nella quale la qualità della scelta verrà riconosciuta dal cittadino – che è un intreccio di lavoratore, elettore, consumatore – sempre più dotato di informazioni. Ma sempre più dotato anche della capacità di distinguere in base alla qualità queste informazioni. I lettori sono ormai scontenti della ridondanza e perciò sempre più sofisticati quando si tratta di aderire a delle cause che può sentire vicine.
Le scelte di campo quindi possono pagare.
Chi è, non voglio dire neppure abbastanza coraggioso da farle, ma capace di intestarsele, penso possa proseguire la propria strada in modo coerente. E ricevere un riconoscimento da quel cittadino intreccio di lavoratore, elettore, consumatore di cui abbiamo parlato. Chi fa una scelta del genere può costruirsi una propria comunità e coltivare i propri valori assieme a essa. Per questo posso dire che è una scelta che io personalmente sottoscrivo. Sulla quale mi sono anche interrogato profondamente, anche in riferimento a tutti i mondi che mi ruotano attorno.
Cosa non le piace della comunicazione sui social?
Ciò che detesto maggiormente nel mondo dei social network non è tanto lo strumento in sé, che ha anche degli elementi interessanti sui quali ci sarebbe stata l’occasione di fare innovazione, ma l’aver ceduto lo strumento stesso alle politiche di aggressione commerciale. È così che si è dequalificato ed è diventato, appunto, soprattutto un sistema aggressivo. Decidere di non utilizzarlo è un atto che, dal mio punto di vista, rappresenta una scelta qualificata e qualificante.
È stata persa anche l’idea di comunicazione cittadina dal basso attraverso i social. O, andandosela a cercare, la si può trovare ancora?
C’è tutta una nuova wave di social. Soggetti certo meno noti, meno impattanti, ma che stanno provando a recuperare l’essenza iniziale dei social network, provando anche a mantenere un’impermeabilità all’aggressione del contesto commerciale. Alessandro Baricco sta da diversi mesi pubblicando suoi articoli su dei social network innovativi, così come moltissimi artisti, intellettuali, scrittori, musicisti stanno socializzando le loro opere creative gratuitamente su social alternativi rispetto ai mainstream. Ecco, nella gestione della complessità di cui ci occupiamo a tanti livelli, anche l’informazione può generare degli anticorpi interessanti. Certo, è un po’ Davide contro Golia, per ora.
Questi strumenti sono anche lo specchio di un’oligarchia che governa il mondo? Questi pochi gruppi così potenti rappresentano un reale pericolo per la democrazia?
Parallelamente alla pervasività dei social, occorre ricordare la presenza delle grandi piattaforme digitali. Google è stata la prima, ma poi Apple, Yahoo, YouTube, esattamente come Meta, Facebook, Instagram sono nate venti, venticinque anni fa con la bandiera della libertà in mano. Erano strumenti che hanno conquistato miliardi di follower sventolando una specie di battaglia, quasi carbonara, contro il potere. Intestandosi una sorta di rivoluzione digitale, verso un furto di equità e indipendenza.
Una manovra strategica, quindi?
È stato un grande trucco nel quale siamo caduti mani e piedi. Puntavano in realtà alla ricostruzione di posizioni dominanti, nella stragrande maggioranza americane, riaggiornando il paradigma delle industrie dell’oil&gas, dell’automotive e del sistema bancario degli Stati Uniti degli anni Settanta, Ottanta e Novanta. E noi non ci siamo ancora svegliati da quella perfetta macchina di marketing edificata in nome della libertà.
Come si innesta l’intelligenza artificiale in questo contesto?
La costruzione di strumenti alternativi a quelli dei grandi gruppi, che non vuol dire decrescita né abbandono delle relazioni digitali bensì l’utilizzo appropriato di queste, vale anche per l’intelligenza artificiale. Che ricordo essere nata come a scopo non-profit e purtroppo si è poi trasformata in azienda profit. Ancora una volta, a causa della posizione di maggioranza relativa di Microsoft in Open AI. Quindi possiamo dire che è un’aggressione del grande capitale a imporre questa trasformazione. Siamo sempre allo stesso punto.
Ma a chi compete la pratica della resistenza?
Ai lettori. Ai cittadini. Alle scelte che possiamo fare giorno per giorno.
Proprio l’IA impone un’ampia riflessione sul mondo del giornalismo. Il rischio è che, per come è costruita, premi di fatto il mainstream. Un giornalismo diverso potrà restare vivo?
Purtroppo tutta la produzione culturale sarà dominata dall’intelligenza artificiale. Molti di noi vorremmo credere al fatto che l’essere umano, semplicemente, si servirà dell’IA. Ma temo sia una favola, lo dico per realismo. In altre parole, non so se l’intelligenza umana sarà capace di non farsi cooptare da quella artificiale. Non so quanto effettivamente avremo la capacità di difenderci. Non solo nel campo della informazione, ma anche dei libri, della produzione cinematografica, di tutte le capacità elaborative e generative dell’intelligenza artificiale ad uso della costruzione dell’opinione pubblica.
È lo scenario di un nuovo potere che emerge…
È lo scenario di un nuovo “controllore” globale che, ad uso e consumo dei diversi contesti sociali, esercita un potere economico su quel territorio e punta a condizionare l’opinione pubblica. Ecco, a questo grande demiurgo oggi i cittadini e le cittadine che riconoscono il problema devono contrapporre una crociata.
Ma c’è una massa critica sufficiente per farlo? L’impressione è che la maggior parte delle persone faccia un uso molto disinvolto dell’intelligenza artificiale.
Ma è sempre stato così. Le grandi rivoluzioni sono partite sempre da un nucleo di soggetti che si intestano una ribellione, un movimento. Io ho sempre deprecato il luddismo perché comunque mi è sempre sembrata una pratica velleitaria di ostilità al nuovo. Ma il privilegio deve essere improntato alla condivisione. E questo non può che valere anche con i mezzi di comunicazione di massa.
Concretamente, come se ne esce? Con regole e leggi? Cercando spazi alternativi?
Secondo me occorre che gli operatori culturali dell’informazione si facciano più furbi e abbiamo piena consapevolezza del fatto di essere all’interno di logiche di mercato. E che per questo devono agire esattamente come hanno fatto i grandi marchi commerciali che, dopo decenni di pubblicità, sono passati ad essere soggetti di informazione. Mi spiego: le grandi aziende, avendo capito che la pubblicità non funziona più, si sono trasformate in content creator e content producer. Lì si può rintracciare una forma di adattamento ai tempi. Non dobbiamo aspettare che qualcuno ci legittimi per poter avere dello spazio.
Sfruttare insomma gli strumenti che il sistema ci mette a disposizione.
Sì, e mettendoci quanto più possibile assieme. Non disperdendo le risorse che ci sono. Perché non è vero che non esistono: il problema è che sono parcellizzate e impoverite. Dobbiamo riunirle e costruire dei cartelli di valore. Agendo dal basso nell’ottica della costruzione di comunità. È un anticorpo non residuale.
Oggi assistiamo anche a un declino del linguaggio, contaminato da un eccesso di semplificazione?
Trump ne è l’emblema. Utilizza quaranta o cinquanta parole. Al di là, sa che l’interlocutore medio non lo seguirebbe più. Certo, non possiamo neanche dire che occorre tornare tutti a leggere Dostoevskij, Proust e Calvino. Ma dobbiamo capire che quando Salvini diceva «Chiudiamo i porti», con tre parole proponeva un messaggio politico solido. Per molti odioso, ma estremamente efficace: spiegava che il futuro è fatto di esclusione. Allora, il messaggio contrario – di inclusione, di società multiculturale – non può pensare di cavarsela raccontando l’ineluttabilità di un’articolazione di linguaggio complessa. Deve partire dalla conoscenza della complessità, ma agire in termini di efficacia.
È però vero che spesso il discorso “di sinistra” è più complesso. Proprio le migrazioni ne sono un esempio.
Però la destra non ci mette il corpo, oltre al linguaggio! Lo faccia la sinistra! Quanto è stato efficace il messaggio politico della flotilla partita per Gaza? Erano corpi che hanno rischiato la vita per una coerenza. E attenzione, non sto parlando di Jan Palach: sto parlando del fatto che esiste la possibilità di costruire nuovi linguaggi, che partano dall’immagine oltreché dalla parola. E diventino coinvolgimento emotivo per le masse.
Fondazione Feltrinelli organizza un Festival dell’Economia Critica. Ritiene che oggi ci sia un’impermeabilità della classe politica rispetto alle alternative al modello di sviluppo attuale proposte a livello accademico?
Forse l’elaborazione accademica è stata troppo pervasa da ideologismi e non ha affrontato abbastanza pragmaticamente l’intreccio tra economia politica e trasformazione sociale. Cioè, lo ha fatto ma con dei presupposti troppo astratti. Il nostro festival vuole stare nel reale. Comprendere le dinamiche, denunciare quelle estrattive ed estorsive del capitalismo ed educare, accompagnare. Generare quella che il nostro presidente onorario Salvatore Veca definiva una dinamica del possibile. Io penso che questo non si possa fare senza la cultura.




Nessun commento finora.