La mossa delle ONG contro l’elusione fiscale (che ci costa 240 miliardi)

Una rete di associazioni scrive ai ministri Ue dell'Economia per costringere le corporation a pagare le tasse dove producono utili

Di Mikhail Maslennikov
Il ministro dell'Economia del governo Conte, Giovanni Tria e il commissario europeo agli Affari Economici, Pierre Moscovici

Tra 50 e 70 miliardi di euro all’anno nella sola Unione europea. Fino a 240 miliardi di dollari all’anno su scala globale: sono le stime ufficiali, ancorché conservative, delle perdite erariali imputabili all’elusione fiscale internazionale. Nella fattispecie i calcoli sono relativi a operazioni prive di effettiva sostanza economica messe in campo da gruppi multinazionali che, pur irrilevanti sotto il profilo penale, permettono di ridurre indebitamente il loro carico fiscale complessivo.

Danno per cittadini e imprese nazionali

Il risultato? Un caro prezzo pagato da tutti noi. Pagato più di una volta, per giunta. Gli abusi fiscali minano innanzitutto la fiducia nei sistemi impositivi dei contribuenti onesti che vedono disattesa la regola basilare della nostra convivenza civica che sancisce l’obbligo per tutti di concorrere alle spese pubbliche in base alla propria capacità contributiva.

Gli ammanchi erariali (da capacità contributiva falsata o subdolamente “ottimizzata”) limitano il potenziamento degli investimenti nei servizi pubblici come l’istruzione e la sanità, nelle misure a sostegno del reddito e di rafforzamento della protezione sociale, nei programmi di lotta alla povertà.

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Il recupero degli introiti mancanti può inoltre risultare in un innalzamento delle imposte, spesso a partire da quelle come l’IVA che non sono informate a criteri di progressività e colpiscono indifferentemente tutti. Il prezzo dell’elusione internazionale è infine pagato dalle imprese nazionali costrette a scontare uno svantaggio competitivo rispetto ai giganti che operano in più di un Paese.

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Le vie infragruppo dell’abuso

C’è un vizio di fondo nel sistema, obsoleto, di tassazione delle imprese multinazionali, sfruttato dalle stesse per un’aggressiva pianificazione fiscale: le società controllate sono considerate ai fini fiscali non come “membri di una grande famiglia” ma come “entità separate”.

I trasferimenti di utili fra società di un gruppo localizzate in giurisdizioni diverse – attraverso prezzi inflazionati per compravendite di beni e servizi o pagamenti per interessi su prestiti infragruppo o per l’uso dei diritti di proprietà intellettuale – permettono di erodere le basi imponibili nei Paesi a fiscalità medio-alta, “spostando” i profitti nei Paesi dal fisco amico che offrono aliquote societarie ridotte, hanno in vigore regimi fiscali agevolati o permettono la completa esenzione dalle imposte per certe tipologie di redditi d’impresa.

In questo modo si attribuiscono ampi utili alle “società-figlie” nei paradisi fiscali, e così facendo, una “multinazionale-mamma” riduce i propri oneri fiscali complessivi, disattendendo il principio cardine della fiscalità internazionale secondo il quale gli utili devono essere registrati e tassati in quei Paesi in cui vengono effettivamente prodotti.

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Un sistema di tassazione delle multinazionali che incarni il suddetto principio prevedrebbe ad esempio la suddivisione della base imponibile globale (data dalla somma degli utili prodotti da tutte le sussidiarie di un gruppo) fra i Paesi in cui il gruppo opera, tenendo oculatamente conto di fattori come vendite, asset e forza lavoro impiegata dal gruppo in ciascun Paese in cui è presente.

Un modello scartato purtroppo sin dal principio dal BEPS Action Plan, il progetto anti-elusione dell’OCSE. Sebbene riproposto, nel 2017, in due direttive dalla Commissione Europea, il modello incontra – in una UE in cui sul fisco o si decide all’unanimità oppure non si decide affatto – la resistenza di Paesi come l’Irlanda e l’Olanda che occupano un ruolo di primo piano nella corsa al ribasso continentale in materia di tassazione d’impresa.

Una “istantanea di gruppo”

Avere un quadro esaustivo sulla strutturazione globale e sui risultati economici e le imposte versate da una multinazionale in ciascun Paese in cui opera è indispensabile se si vuol provare a misurarne il grado di pianificazione fiscale, denunciando e chiedendo conto di situazioni “sospette” in cui a un livello considerevole di utile lordo messo a bilancio in un Paese-paradiso corrispondono magari un’attività economica modesta e l’impiego di forza lavoro ridottissima.

Un simile esercizio di pubblico controllo potrebbe aumentare il profilo di rischio fiscale e reputazionale per le corporation, disincentivandone le pratiche elusive e aumentandone il profilo di responsabilità fiscale.

L’obiettivo di rafforzare la trasparenza societaria attraverso un prospetto dettagliato dell’operatività delle multinazionali in ciascun Paese in cui operano è alla base della richiesta di introduzione dell’obbligo di rendicontazione Paese per Paese, più nota con l’acronimo CBCR, dall’inglese country-by-country reporting.

Il confidential CBCR

Il 2018 ha festeggiato il quarantesimo anniversario da quando nel lontano 1978 un prototipo di questa misura è stato per la prima volta discusso dalle Nazioni Unite e osteggiato dai Paesi OCSE su pressione delle imprese delle economie avanzate. Ci sono voluti quasi 40 anni per un “ravvedimento” e nel 2015 la stessa OCSE ha fatto propria la proposta di CBCR per grandi multinazionali.

I vantaggi del Country-by-Country Reporting  secondo l’OCSEI Paesi UE sono stati tra i primi a introdurre tale standard OCSE. Dal 2017 l’obbligo per le grandi multinazionali residenti di trasmettere all’Agenzia delle Entrate il proprio CBCR, è in vigore anche in Italia, che ne ha predisposto, come da direttiva europea DAC IV sulla cooperazione amministrativa tra i Paesi dell’Unione, lo scambio con le autorità fiscali degli altri Paesi UE.

Tutto bene sembrerebbe. Non proprio: l’obbligo entrato in vigore è sì di maggiore trasparenza ma solo… delle imprese verso le amministrazioni fiscali. Nel gergo delle organizzazioni che promuovono la misura, quella in vigore è stata etichettata come confidential CBCR che ha poco a che vedere con l’idea che tutti noi abbiamo di trasparenza.

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E il CBCR pubblico? L’obbligo di pubblicazione delle rendicontazioni Paese per Paese (in particolare il fatturato, gli utili o le perdite pre-imposte, le imposte pagate, il numero dei dipendenti a tempo pieno equivalente e i sussidi pubblici ricevuti) è in vigore da tre anni per le banche multinazionali dell’UE.

Una recente analisi di Oxfam sui CBCR bancari relativi al 2015, contenuta nel rapporto Operazione Forzieri Aperti, ha permesso di fornire un’interessante fotografia dei 20 istituti di credito più grandi dell’UE, riscontrando forti disallineamenti fra i profitti complessivamente registrati nei paradisi fiscali (il 26% del totale, circa 25 miliardi di euro) e il livello di attività finanziaria ivi condotta.

Solo il 12% del fatturato globale e il 7% della forza lavoro complessiva è riconducibile alle giurisdizioni a fiscalità privilegiata.

La trasparenza imposta alle banche multinazionali UE sembra aver sortito l’effetto desiderato: secondo le recenti stime di Micheal Overesch e Hubertus Wolff, in seguito all’introduzione della misura, le banche con sussidiarie nei paradisi fiscali passibili di obbligo di CBCR hanno incrementato significativamente la propria contribuzione fiscale – un aumento dell’aliquota fiscale effettiva del 3,7% – rispetto agli altri istituti di credito.

L’obbligo di CBCR pubblico è in vigore anche per il settore forestale ed estrattivo e la battaglia della società civile si è spostata sulla sua estensione a tutti i settori dell’economia. Il palcoscenico è ancora una volta europeo.

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Nell’aprile 2016 la Commissione ha infatti presentato una propria proposta di direttiva sul CBCR pubblico per tutti i settori. Iniziativa lodevole ma con alcuni importanti vulnus di carattere tecnico.

Due su tutti. La disaggregazioni dei dati è incompleta: riguarda solo i Paesi UE e i Paesi inseriti nella lista UE delle giurisdizioni non cooperative (ad oggi nella blacklist UE figurano solo 5 Paesi…). Assoggettate all’obbligo sono inoltre solo le multinazionali con fatturato consolidato netto superiore a 750 milioni di euro all’anno: resta di fatto escluso dall’obbligo tra l’85% e il 90% delle corporation.

Per essere approvata, la direttiva richiede il superamento del negoziato tra Commissione, Europarlamento e Consiglio dell’Unione Europea (al cui interno siedono i ministri dei Paesi UE competenti per materia).

L’assemblea di Strasburgo è pronta al negoziato da oltre un anno, da quando nel luglio 2017 ha espresso un proprio posizionamento emendativo della direttiva. Lo ha fatto innalzando l’asticella dell’ambizione, richiedendo la piena disaggregazione di dati e aumentando il numero delle categorie di reporting. Ma, su spinta del Partito Popolare, ha anche introdotto una preoccupante “clausola di salvaguardia” che permette alle corporation l’esenzione pro-tempore dalla pubblicazione di alcune informazioni in certe giurisdizioni, qualora queste vengano considerate “commercialmente sensibili”.

Le manovre per estromettere il Parlamento europeo

E il Consiglio dell’UE? Da oltre due anni i ministri competenti non sono riusciti a chiudere la quadra ed esprimere a maggioranza qualificata il proprio posizionamento (noto come “approccio generale”) sul dossier. Molto ambigua è la posizione della Germania, Paese dalla tradizionale opacità societaria. Alcuni Paesi sembrano inoltre interessati a cambiare la base legale della direttiva, dall’attuale “diritto societario” a “tassazione”. Una scelta che estrometterebbe dal processo decisionale il Parlamento europeo che da attuale co-decisore a titolo pieno avrebbe la possibilità di esprimere solo un parere non vincolante.

Lo stallo nel Consiglio dura da troppo tempo. Per questo, in vista della prossima riunione sul dossier prevista per il 29 di novembre, le organizzazioni della rete Tax Justice Europe hanno indirizzato lettere pubbliche ai ministri dell’Economia dei 28 Paesi UE per chiedere un cambio di passo e modifiche sostanziali al testo base della direttiva.

In Italia a rivolgersi al ministro Giovanni Tria sono stati oggi Oxfam Italia, Transparency International Italia, Re:Common e Fondazione Finanza Etica con una lettera che pubblichiamo in anteprima su Valori.

«La direzione della maggiore trasparenza è ineluttabile. Ne sono convinti i cittadini e gli investitori. Ne sono consapevoli le stesse grandi imprese» spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione Finanza Etica. «È ora che i governi UE battano finalmente un colpo: tergiversare in questo caso equivale a non essere al passo coi tempi» spiega .

CBCR, una misura popolare

Oltre a sollevare questioni puntuali su un’architettura efficace del CBCR, le organizzazioni ricordano infatti al ministro che la misura gode di un ampio supporto dei cittadini. A pochi mesi dalla pubblicazione della proposta di direttiva, il 76% dei rispondenti a un sondaggio dell’Istituto Demopolis per Oxfam Italia ha confermato il proprio sostegno a questa forma di reporting societario. La petizione Basta Con I Paradisi Fiscali di Oxfam – che include tra le proposte di policy il CBCR pubblico – ha raccolto da allora oltre 325.000 firme.

Ma il sostegno al CBCR pubblico non è una prerogativa esclusiva degli attori della società civile impegnati nella promozione di misure di giustizia fiscale.

Il sostegno del Fondo sovrano norvegese

Ad avallarlo sono anche ampi segmenti della comunità degli investitori tra cui il Principles for Responsible Investment (PRI) – l’iniziativa leader, sostenuta dalle Nazioni Unite, nell’elaborazione di principi di investimento responsabile – e, insospettabilmente, il Norge Bank Investment Management, il fondo sovrano norvegese che ha raggiunto nel settembre del 2017 l’astronomica cifra di 1 trilione di dollari in asset under management.

Già nell’aprile del 2017 il NBIM ha messo nero su bianco le proprie aspettative nei confronti delle società in cui investe: tra queste la trasparenza (attraverso la presentazione del CBCR pubblico) su «dove e su come il business model crei valore economico, su dove e in che misura tale valore è soggetto a tassazione».

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