In Marocco la Generazione Z vuole la sanità, non la Coppa del Mondo

In Marocco, le proteste della Generazione Z hanno incontrato l’opposizione ai Campionati mondiali di calcio maschile del 2030

Immagini dalle Primavere arabe © Karimphoto/iStockPhoto

È scesa in piazza in Kenya, in Nepal, in Indonesia e nelle Filippine. E ora anche in Madagascar, in Perù e in Algeria. È la Generazione Z, le ragazze e i ragazzi tra i 13 e i 28 anni di età, che sta incendiando il mondo. La stessa che ha riempito le gigantesche piazze europee nelle manifestazioni a favore della Palestina. Una nuova onda generazionale, disinteressata alle vecchie parole d’ordine della politica novecentesca, che si coordina attraverso piattaforme come TikTok e Discord per sfidare l’ordine costituito e prendere in mano il suo destino. Un’onda che da qualche settimana è esplosa anche in Marocco.

Da Rabat a Casablanca, da Marrakech a Tangeri, alle lotte contro la distruzione della sanità e del welfare si è unita la protesta contro l’organizzazione della Coppa del Mondo 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Portogallo e Spagna. «Vogliamo più sanità e meno stadi», gridano le giovani e i giovani marocchini, che evidentemente non credono alla dottrina neoliberale per cui le mostruose speculazioni edilizie e finanziarie porteranno – non si sa bene come – benessere a tutti. La dottrina che, con l’eccezione di pochi meritevoli comitati cittadini e spazi sociali, è stata applaudita a Milano nel caso del sacco di San Siro di cui abbiamo scritto su Valori.

La Generazione Z in Marocco non vuole la Coppa del Mondo

Tra le varie sigle che nelle ultime due settimane hanno infiammato le strade e le piazze marocchine spiccano infatti i giovani della GenZ212. Nome meraviglioso che sovrappone l’età anagrafica dei manifestanti (circa tre quarti delle persone in piazza hanno tra i 15 e i 30 anni) e la loro zona territoriale (212 è il prefisso del Marocco). Sono loro in prima fila in una delle più grandi proteste mai viste contro l’organizzazione dei Campionati del mondo di calcio maschile. E più in generale contro il modello neoliberale del calcio europeo che abbatte ospedali per costruire nuovi stadi.

Le proteste sono cominciate a fine settembre, dopo che otto donne sono morte in un ospedale pubblico di Agadir. In breve le proteste della Generazione Z contro i tagli alla sanità si sono allargate in tutto il Paese. E sono diventate un fiume in piena che ha travolto l’organizzazione della Coppa del Mondo 2030. E l’idea stessa di organizzare il Mondiale in un Paese che ha altre e più importanti priorità. Il budget iniziale stanziato dal Regno per le opere infrastrutturali per ospitare il grande evento calcistico era infatti di sei miliardi di euro. Come sempre destinato a raddoppiare. E come in ogni grande evento si tratterà di un processo volto a privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

© Ispi

Un Paese allo stremo che spende i soldi per gli stadi

Nonostante il Regno del Marocco abbia promesso che la Coppa del Mondo aumenterà il Pil dell’1,7% e creerà oltre 100mila posti di lavoro, nessuno ci crede più. Anche perché, a guardare la tabella Ispi, si nota come il Marocco sia il più povero tra i Paesi che hanno organizzato i Mondiali dal 1990 in poi. Una spesa inaccettabile per le giovani e i giovani e marocchini, cui il calcio potrà anche piacere ma che come i loro coetanei in tutto il mondo hanno deciso di scendere in piazza per quisquilie come welfare, casa, istruzione, sanità, lavoro. Come il loro futuro.

E così anche in Marocco a scendere in piazza è stata la Generazione Z, quelli per cui il tasso di disoccupazione supera il 37%, secondo i dati del Financial Times. E quella a cui non va bene che il governo sia pronto a destinare oltre 1,7 miliardi di euro (a salire) per la ristrutturazione degli stadi esistenti – anche per la Coppa d’Africa che il Marocco ospiterà dal 21 dicembre al 18 gennaio 2026 – e per la costruzione di nuovi impianti. Tra cui un gigantesco stadio da 115mila posti a Casablanca. Quando loro non hanno casa, lavoro, e la gente muore negli ospedali.

Tifosi in prima fila, come a Gezi Park e nelle Primavere arabe

Il re Mohammad VI e il primo ministro Aziz Akhannouch, come unica risposta, hanno mandato la polizia a reprimere le proteste sparando ad altezza uomo. La settimana scorsa proprio ad Agadir sono stati uccisi tre manifestanti. Nel frattempo, gli altri papaveri della Fifa e della Caf (la Federcalcio africana) rispondono che a loro interessa solo che la Coppa d’Africa 2026 e la Coppa del Mondo 2030 si disputeranno in Marocco. Intanto, il Paese ribolle. Le proteste in cui calcio e politica si mescolano in chiave antigovernativa e anticapitalista ricordano quelle scoppiate nel 2011 in Egitto e Tunisia, dove agli albori delle Primavere arabe furono soprattutto i tifosi a prendersi le piazze.

O quelle del 2013 in Turchia, quando la difesa del Parco di Gezi da parte delle tifoserie unite delle tre squadre di Istanbul fu in realtà il pretesto per le più grandi manifestazioni mai viste contro l’autocrate Erdoğan. Proteste sono attese anche negli Stati Uniti in previsione della Coppa del Mondo 2026, tanto che il mancato Nobel per la pace Donald Trump ha già chiesto alla Fifa di spostare le sedi di alcune partite. Insomma, per una Milano dove il nuovo stadio è raccontato come la panacea di tutti i mali che affliggono la città, c’è un nuovo mondo dove per una nuova generazione il calcio può diventare terreno di lotta e di conflitto.

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