Processo ENI Opl245, quegli intrecci loschi dietro alla maxitangente

Altre due udienze al processo per la maxitangente Eni-Shell in Nigeria. E intanto la condanna di due intermediari rafforza la tesi dell'accusa

Di Luca Manes

Otto giorni di fuoco per il “processo del secolo”. Gli ingenti strascichi giudiziari del caso OPL 245 hanno finalmente prodotto un primo “risultato”, che conferma la natura corruttiva dell’affare per il passaggio della mega-licenza petrolifera a Eni e Shell.

Due condanne che conferma la bontà dell’accusa

Due intermediari, l’italiano Gianluca Di Nardo e il nigeriano Emeka Obi, sono stati condannati a quattro anni di reclusione e alla confisca rispettivamente di 94,8 milioni di dollari e 21 milioni di franchi svizzeri dal giudice Giusi Barbara a seguito del rito abbreviato che gli stessi imputati avevano richiesto. Un filone a porte chiuse, come prevede la legge, e per il quale entro 90 giorni si aspettano le motivazioni, tutto sommato facilmente intuibili.

«Non essendo una sentenza definitiva e non essendo una sentenza dibattimentale non avrà efficacia sull’altro processo» ha riferito nei giorni scorsi a Reuters una fonte legale del procedimento principale. «Il Tribunale sarà libero di giudicare in altro modo. Ma è evidente che diventa comunque un primo “mattoncino”, in questo caso a favore dell’accusa. È infatti una prima deliberazione di un giudice terzo sulla vicenda».

Il dettagliato resoconto del pm De Pasquale

E nel processo principale, sono state alquanto movimentate la sesta e settima udienza a “porte aperte”, tenutesi l’ultima settimana di settembre nella storica aula 1 della Corte d’assise d’appello. Quella con l’imponente mosaico di Mario Sironi di cui avevamo già raccontato nell’ultimo “episodio” prima della pausa estiva e che preferiamo all’aula bunker di San Vittore, un po’ troppo opprimente per i nostri gusti – e che a meno di clamorose sorprese non dovremo più frequentare. Almeno così ha promesso il presidente della settima sezione del Tribunale Penale Marco Tremolada.

Grande protagonista dell’ultima settimana, Fabio De Pasquale. Il pm ha raccontato nel dettaglio i risultati dell’indagine, durata circa cinque anni, che ha condotto insieme al collega Sergio Spadaro.

In Italia tutto nasce grazie all’esposto dell’associazione Re:Common, Global Witness e The Corner House, ma ci sono o ci sono stati fronti aperti nel Regno Unito, in Nigeria, in Olanda, in Svizzera e negli Stati Uniti, dove è in campo addirittura l’FBI.

Caso OPL245 – Le interviste alle Ong all’apertura del proceso Elementi importanti sono emersi nel 2010 da un’altra inchiesta non proprio banale, quella sulla P4 condotta a Napoli, nella quale sono spuntate telefonate tra l’onnipresente Luigi Bisignani e gli ultimi due ad di Eni, Paolo Scaroni e Claudio Descalzi.

Il bonifico che rese diffidenti i banchieri elvetici

Nel capitolo delle vere e proprie “chicche” c’è il passaggio sul (mancato) trasferimento dalla JP Morgan di Londra alla BSI del miliardo e 92 milioni di dollari versati dall’Eni per la licenza. Il bonifico fu rispedito al mittente dopo tre giorni perché la banca elvetica aveva pesantissimi dubbi sul destinatario, la Petro Service, oscura società offshore in capo al vice-console onorario italiano in Nigeria Gianfranco Falcioni – anch’egli tra gli imputati del processo.

La Petro Service era una società veicolo che serviva da tramite per il reale beneficiario della transazione, l’ex ministro del Petrolio della Nigeria Dan Etete, già condannato per riciclaggio insieme al suo sodale svizzero Granier Deferre. Al riguardo è paradossale che secondo l’accusa la sanzione pecuniaria in cui la pena è stata commutata in Francia sia stata pagata con la tangente Opl245. In un secondo momento, Etete riuscì a ricevere il denaro, poi ridistribuito tra vari politici nigeriani di altissimo profilo, si presume compreso l’ex presidente Goodluck Jonathan.

ex presidente Nigeria Goodluck Jonathan
L’ex presidente nigeriano, Goodluck Jonathan, sospettato di essere uno dei destinatari dei soldi incassati con la presunta tangente pagata da Eni e Shell per ottenere la licenza del giacimento OPL245

La testimonianza del finanziere Ferri

De Pasquale ha poi interrogato il tenente-colonnello della Guardia di Finanza Alessandro Ferri, in prima fila durante tutta l’attività di inchiesta. C’era anche Ferri, insieme ad altri dieci esponenti delle forze dell’ordine italiane, durante la maxi perquisizione coordinata con le autorità olandesi del febbraio 2016 alla sede di Shell all’Aja.

In quell’occasione era emersa l’esistenza di un rapporto denominato Xyno redatto dall’Integrity Department della società e relativo a presunte irregolarità e illeciti legati alla licenza OPL 245. Un documento mai fatto avere alla Procura dai legali della multinazionale anglo-olandese per motivi di segreto professionale. Forse siamo troppo maliziosi, ma ci viene da pensare che in quel documento i top manager della Shell venivano avvertiti da chi aveva fatto le pulci alla Malabu (società che ha venduto i diritti della licenza) e al suo reale proprietario, il già citato Dan Etete, dei rischi che il deal comportava.

Un audit di natura molto simile era stato commissionato dall’Eni alla società esterna The Risk Advisory Group nel 2007 e nel 2010. Tali documenti, abbastanza espliciti sulla figura controversa di Etete, sono agli atti, ma, cosa quanto mai curiosa appresa in udienza, erano già ai tempi dell’affare nella disponibilità di Gianfranco Falcioni. Il già citato intermediario che aveva fatto suonare tutti i campanelli d’allarme alla BSI di Lugano…

Il 31 ottobre, l’economista Zingales fra i testimoni d’accusa

Ora ci attende un mese ottobre dai ritmi molto serrati, con una se non due udienze a settimana per continuare con l’esame dei testi dell’accusa. Il 31 chiusura col botto: a testimoniare sarà Luigi Zingales, lo stimato economista ex membro del cda dell’Eni, dimessosi nel luglio del 2015 “per non riconciliabili differenze di opinione sul ruolo del consiglio nella gestione della società”.

 

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