Inchiesta su San Siro: lo stadio regalato a privati a discapito del pubblico

L'inchiesta sulla svendita di San Siro alle misteriose entità finanziarie dietro Milan e Inter dimostra che l'operazione andava fermata prima

Luci spente a San Siro © ightbegin/iStockPhoto

La vendita di San Siro è stata confezionata su misura per le proprietà finanziarie di Milan e Inter. Ai fondi d’investimento che controllano le due squadre milanesi sarebbero state rivelate negli anni informazioni riservate per favorire l’acquisto dei terreni su cui edificare il nuovo stadio di San Siro. Il tutto a discapito dell’interesse pubblico. Ovvero per favorire l’ennesima speculazione finanziaria destinata a mutare in peggio l’architettura sociale della città e la già difficile vita dei suoi abitanti.

Turbativa d’asta e rivelazione del segreto di ufficio sono le ipotesi di reato per cui i pubblici ministeri hanno affidato alla Guardia di Finanza di Milano le indagini che hanno portato nella mattina del 31 marzo a perquisizioni e sequestri di materiale e all’iscrizione nel registro degli indagati di nove persone. I nomi degli indagati – tra i quali figurano ex assessori, vicesindaci, direttori generali, consulenti e dirigenti del Comune di Milano e dei club di Milan e Inter – li leggerete altrove.

Al di là del procedimento giudiziario e di eventuali condanne, che ci interessano relativamente, questa inchiesta dimostra quello che su Valori scriviamo da diversi anni. Per i club avere uno stadio di proprietà è cosa buona e giusta. Ma sono abominevoli le modalità con cui si è deciso di abbattere San Siro e di permettere di costruire nel parcheggio antistante un ecomostro inutile e dannoso. Non si è fatto un regalo a Milan e Inter, e nemmeno ai loro tifosi che anzi saranno esclusi dal nuovo stadio. Si è regalata un’immensa area pubblica a dei fondi finanziari per fare un’operazione di pura speculazione dannosa per la città e i suoi abitanti.

Un ignobile balletto del quacquaraquà andato avanti per diversi anni

La querelle su San siro va avanti da diversi anni, quando dopo il disastro di Expo si comincia a parlare dell’acquisto, della ristrutturazione o della demolizione di San Siro. Poi il balletto del quacquaraquà tra Milan e Inter: lo prendo io, lo prendi tu. Resto io, te ne vai tu. Fino alla minaccia da parte dei fondi che controllano Milan e Inter di costruire il loro impianti fuori dalla città. Il tutto, evidentemente, per abbassare i prezzi. O i controlli. O magari, come ipotizzano oggi i Pm, per ottenere informazioni riservate, rendere l’atto di vendita tagliato su misura per gli offerenti. E la procedura di acquisto privilegiata.

Fino a che, dopo questi possibili reati, staremo a vedere se confermati o meno, lo scorso marzo è arrivata l’offerta vincolante per lo stadio. E – soprattutto – per tutta l’area circostante dove buttare altro cemento per costruire negozi, uffici, alberghi, ristoranti e via dicendo. E a settembre, in una corsa contro il tempo per evitare che scattasse il vincolo della Soprintendenza sul secondo anello, il Comune ha approvato la vendita. O, meglio, la svendita dell’intera aera.

Così il primo ottobre 2025 il Comune ha ceduto per la miseria di 197 milioni lo stadio di San Siro e le aree circostanti – la bellezza di 280mila metri quadrati – ai fondi. Ma il problema, oltre che sociale e politico, è che tutta l’operazione non è stata portata avanti attraverso una normale gara pubblica. Bensì con una procedura speciale consentita dalla cosiddetta legge stadi del 2021. Un iter che consente ai Comuni di avviare una trattativa diretta tra le società e la pubblica amministrazione, senza l’obbligo di aprire la gara al mercato, ma solo a patto che non ci siano altri soggetti interessati. E questi, come vedremo, erano presenti.

San Siro come paradigma del nuovo calcio finanziario

Secondo gli inquirenti durante tutto l’iter dell’operazione sono emersi «accordi informali e collusioni tra loro [gli indagati ndr.] nel contesto del procedimento amministrativo diretto alla alienazione/valorizzazione» attraverso cui «turbavano il procedimento amministrativo volto alla determinazione del contenuto dell’avviso pubblico per la raccolta di manifestazioni di interesse». In pratica, secondo l’accusa, (ex) dirigenti del Comune e di Milan e Inter si passavano informazioni. Per agevolarsi tra di loro, alla faccia di altri soggetti interessati.

Questo scambio di informazioni riservate avrebbe infatti impedito ad altri acquirenti di fare un’offerta competitiva, in particolare ad alcuni imprenditori riuniti nel comitato Sì Meazza, le terze parti interessate dalle cui denunce è partita l’inchiesta per determinare se sia stato favorito qualcuno. E questo qualcuno, è sempre bene ribadirlo, non sono nemmeno Milan o Inter. Ma fondi che utilizzano le squadre di calcio come veicoli per speculazioni finanziarie e immobiliari. E, nel caso dei due club milanesi, come testa di ponte per cementificare un’immensa area appena fuori il centro di Milano e riempirla di ulteriori luoghi a pagamento irraggiungibili per gli abitanti del quartiere.

Oltretutto, che il calcio sia una scusa per speculare sulle città lo dimostra l’ultima variazione della legge stadi, la decisione del governo Meloni di commissariare ogni eventuale progetto di costruzione o riqualificazione degli impianti in vista degli Europei 2032. Chissà se queste misteriose entità beneficiarie della svendita di San Siro, oltre a essere forse a conoscenza di atti della pubblica amministrazione che avrebbero dovuto rimanere segreti, come ipotizza l’inchiesta, erano anche a conoscenza dell’arrivo di un commissario che darà il via libera a qualsiasi tipo di scempio urbanistico, ecologico e commerciale. Chissà.

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