Stretto di Hormuz: pedaggio in yuan e bitcoin tra sanzioni e dedollarizzazione

L'Iran applica pedaggi in yuan e bitcoin sullo Stretto di Hormuz, trasformando la guerra in laboratorio della dedollarizzazione globale

L'immagine è stata realizzata dalla redazione di Valori.it utilizzando Midjourney

C’è un corridoio di mare largo appena 33 chilometri, stretto tra le coste iraniane e la penisola di Musandam, che vale più di qualsiasi autostrada del mondo. Lo Stretto di Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e, da lì, ai mercati globali. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2025 vi transitavano in media circa 20 milioni di barili di greggio al giorno. Dunque quasi il 20% dell’offerta mondiale di petrolio e circa un terzo del gas naturale liquefatto trasportato via mare.

Tutto questo fino al 28 febbraio 2026, quando Israele e gli Stati Uniti hanno avviato una campagna di attacchi contro l’Iran, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei e decimando i vertici militari e politici del Paese. Teheran ha risposto chiudendo di fatto lo Stretto, bloccando oltre 800 navi mercantili e facendo salire i prezzi del greggio e le quotazioni del gas.

Il pedaggio di Hormuz: fino a 2 milioni di dollari a nave

In questo contesto bellico, l’Iran ha trasformato la via d’acqua in qualcosa di inedito: un casello autostradale militarizzato. Come documentato da Trm Labs, a partire dalla metà di marzo 2026, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) ha applicato pedaggi fino a 2 milioni di dollari a nave, con tariffe che partono da circa 0,50–1 dollaro per barile di petrolio trasportato. Per una superpetroliera Vlcc da circa due milioni di barili, il conto finale raggiunge appunto i 2 milioni di dollari. A fine marzo il parlamento iraniano ha formalizzato il sistema con il cosiddetto “Strait of Hormuz management plan”. Il potenziale economico sarebbe enorme. Si stima che il sistema potrebbe generare fino a 20 milioni di dollari al giorno dalle sole petroliere, e tra 600 e 800 milioni al mese includendo i vettori di gas liquefatto.

Geograficamente e politicamente, Hormuz cessa di essere una semplice rotta marittima per diventare il laboratorio di una nuova architettura finanziaria globale. Con conseguenze che nessun ministero delle finanze può ancora quantificare.

Sanzioni e Swift: perché l’Iran non può usare il dollaro

Per capire la scelta di yuan (l’unità monetaria di base della Repubblica Popolare Cinese) e bitcoin come valute di transito, bisogna fare prima un passaggio sul funzionamento del sistema finanziario globale. Swift (Society for worldwide interbank financial telecommunication) è la rete di messaggistica che permette alle banche di tutto il mondo di trasferire denaro l’una all’altra. È come la grammatica comune di una lingua: se vieni espulso, non puoi più parlare con chi è dentro il sistema. L’Iran è stato disconnesso da Swift più volte, con sanzioni imposte dagli Stati Uniti (a partire dal 2012 e nuovamente nel 2018) e dall’Unione Europea. Dunque, ogni transazione che passa per il sistema bancario in dollari può essere bloccata dal Tesoro americano attraverso l’Office of foreign assets control (Ofac), l’ufficio per il controllo degli asset stranieri.

Nell’articolo “Criptovalute nel Golfo Persico: tra il regime di Teheran e i cryptobro di Dubai” raccontiamo che l’Iran è uno dei rari casi al mondo in cui le criptovalute sono diventate simultaneamente uno strumento di Stato e un’ancora di salvezza per i cittadini comuni. Esclusa dal sistema finanziario tradizionale da decenni di sanzioni internazionali, Teheran ha trasformato la blockchain in una “banca parallela”.

Per una nave occidentale che vuole attraversare lo Stretto pagare l’Iran in dollari significa rischiare violazioni delle leggi statunitensi, poiché quei fondi transiterebbero per banche corrispondenti soggette alla giurisdizione americana. In altri termini, avere il denaro in tasca non basta, serve un portafoglio che lo riceva senza che qualcuno lo sequestri a metà strada. È esattamente il problema che la scelta di farsi pagare in yuan e criptovalute promette di risolvere, rendendo la questione del pedaggio di Hormuz non solo militare, ma monetaria.

Yuan e bitcoin: come l’Iran incassa i pedaggi di Hormuz

Il sistema di pagamento ideato dall’Irgc prevede due canali principali: yuan cinese veicolato attraverso Kunlun Bank tramite il sistema Cips – il circuito di compensazione interbancaria cinese alternativo a SWIFT – oppure asset digitali come bitcoin e stablecoin.

La scelta dello yuan non è casuale. La Cina è il principale acquirente di petrolio iraniano e, come riporta l’analisi dell’Istituto analisi relazioni internazionali, già nel 2023 erano comparsi i primi scambi di gas naturale liquefatto regolati in yuan, inclusi accordi con controparti legate ad Adnoc (Abu Dhabi national oil company). Nel 2024 Reuters aveva riportato l’ingresso saudita nel progetto mBridge, piattaforma di pagamenti transfrontalieri a guida sino-golfo-asiatica. Lo yuan, per Teheran, è quindi una “valuta di corridoio”: non è il dollaro, ma ha liquidità sufficiente e un emittente, la Banca Popolare Cinese, che non obbedisce a Washington.

Bitcoin risponde a una logica diversa. La sua proprietà chiave, in questo contesto, è l’assenza di un emittente centrale. Dunque non può essere sequestrato o congelato da un intermediario, e viene utilizzato principalmente per transazioni in cui l’impossibilità di confisca è essenziale. Il pagamento avviene direttamente tra due wallet, senza passare per una banca corrispondente americana. Si tratta, tecnicamente, dello stesso principio di un bonifico istantaneo peer-to-peer. Simile nella logica a un pagamento via QR code, ma su scala geopolitica.

Tuttavia la preferenza operativa dell’Irgc sembra orientarsi più verso le stablecoin (come Usdt di Tether) che verso il bitcoin puro, proprio per evitare la volatilità. Nel luglio 2025, Tether aveva eseguito il più grande congelamento di fondi legati a sanzioni della sua storia, bloccando 42 indirizzi collegati all’Irgc per circa un miliardo di dollari in flussi Usdt. I vantaggi per Teheran rimangono però evidenti: autonomia finanziaria, difficoltà di tracciamento in tempo reale e impossibilità di blocco immediato da parte dell’Ofac.

Brics e dedollarizzazione: Hormuz come laboratorio del nuovo ordine monetario

Il caso iraniano non è un episodio isolato. Va letto all’interno di una tendenza strutturale portata avanti dal blocco Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e dai suoi nuovi membri, tra cui l’Iran stesso, entrato formalmente nel gruppo insieme a Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia a partire dal 2024. Nel 2025 si è aggiunta l’Indonesia.

La dedollarizzazione mira a costruire binari paralleli per ridurre la dipendenza da un’unica nazione che usa la propria valuta come strumento geopolitico. Nel 2023 un quinto di tutto il commercio petrolifero mondiale è stato regolato in valute diverse dal dollaro. E l’utilizzo del biglietto verde negli scambi commerciali tra i Paesi Brics è sceso al 28,7%.

Sul fronte del petrodollaro, va precisato che il “petrodollar agreement” con l’Arabia Saudita non era un trattato esclusivo che costringesse Riyad a vendere petrolio solo in dollari, e che il suo mancato rinnovo nel 2024 riflette una diversificazione prudente più che una rottura formale. 

Sul piano istituzionale, nell’agenda del vertice Brics 2026, ospitato dall’India, la Reserve Bank of India presenterà una proposta per collegare le valute digitali delle banche centrali dei Paesi membri, le Cbdc (Central bank digital currency), in un sistema comune di regolamento dei pagamenti che permetta scambi diretti senza dover convertire in dollari. Hormuz, in questo scenario, diventa il caso-test più visibile e urgente di questa transizione.

Rischi e sfide: un sistema ancora in prova

Il sistema di pagamento costruito intorno al pedaggio di Hormuz porta con sé contraddizioni significative.

Bitcoin è soggetto a oscillazioni di prezzo che rendono difficile usarlo come unità di conto stabile per transazioni nell’ordine dei milioni di dollari. Non a caso la preferenza storica dell’Irgc va verso le stablecoin, il cui ancoraggio al dollaro garantisce la preservazione del valore e la liquidità necessaria per operazioni ad alta intensità. Bitcoin è stato usato principalmente per ransomware e operazioni cyber, non per flussi commerciali ad alto volume.

Le compagnie di navigazione europee e asiatiche si trovano in una posizione insostenibile. Non pagare equivale a restare bloccate o a essere attaccate. Pagare espone al rischio di violazioni delle sanzioni dei propri Paesi o delle organizzazioni sovranazionali. 

Il rischio di una nuova escalation è diventato concreto nelle ore in cui scriviamo. Dopo il fallimento dei negoziati di Islamabad, conclusisi il 12 aprile 2026 dopo 21 ore di trattative senza accordo, con il punto di stallo principale sul programma nucleare iraniano e sul controllo di Hormuz, Trump ha annunciato su Truth Social che la Marina americana avrebbe avviato il blocco di tutte le navi in ingresso o uscita dallo Stretto. Due sistemi opposti di controllo del medesimo corridoio marittimo si fronteggiano ora con la forza militare. Con enormi ripercussioni sulle forniture energetiche ed in generale sull’economia globale.

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