Fossili, in incentivi l’Italia sborsa più di quanto riceverà dal Green Deal Ue

La Finanziaria 2020 ha confermato 474 milioni di agevolazioni per chi estrae petrolio e gas. Principali beneficiari: Eni ed Edison. Con buona pace dei propositi di decarbonizzazione

Foto di Shaun Undem da Pixabay

Altro che fondi per il Green New Deal. La cifra che l’Italia che potrebbe ottenere dalla Commissione europea, tra i 300 e i 400 milioni di euro per la decarbonizzazione, sono già già andati in fumo, con i sussidi nazionali alle fossili. La legge finanziaria del 2020 non ha cancellato, infatti, le agevolazioni per la lobby di gas e petrolio, pari a ben 474 milioni di euro, secondo le stime aggiornate di Legambiente.

Rimaste in legge di bilancio esenzioni alle royalty per petrolio e gas

«Rendite a favore di chi estrae petrolio e gas si traducono, ancora, in centinaia di milioni di euro di mancate entrate nelle casse pubbliche».  Lo ribadisce a Valori, Katiuscia Eroe, responsabile del dossier Stop sussidi alle fonti fossili.  Già a marzo 2019 l’associazione aveva stimato in ben 18,8 miliardi gli aiuti di Stato al settore.

«La nuova legge di Bilancio conferma, ancora una volta, la mancanza di coraggio e di lungimiranza. Eliminando le esenzioni alle royalty solo temporaneamente per le concessioni petrolifere e stabilendo nuove soglie di esenzione per il gas». Togliendo così alle aziende del settore estrattivo solo 27 milioni di euro di vantaggi. Le uniche novità in grado di scalfire le agevolazioni sono l’istituzione dell’Imu per le piattaforme petrolifere in mare e dall’aumento dei canoni di concessione.

«L’Italia, paese con pochi giacimenti trasformata in un Texas petrolifero»

I sussidi alle trivellazioni in mare e in terraferma diventano così, nuovamente, oggetto di scontro tra ambientalisti e governo. «Le estrazioni coprono solo il 2,6% di gas e  il 2,4% di petrolio del consumo interno lordo. Ma, grazie al sistema vigente, trasformano un Paese con pochi giacimenti in un Texas petrolifero» afferma il rapporto di Legambiente.

Secondo le prime stime, la nuova norma porterebbe ad una riduzione del vantaggio per il settore del 25% circa. Le sole esenzioni sui limiti di produzione farebbero entrare nelle casse dello Stato circa 27 milioni di euro, contro i 55 milioni di euro che si avrebbero con la totale esenzione. Il resto delle mancate entrate, per arrivare ai 474 milioni di euro stimati, proverrebbe invece, dal sistema di royalties ferme al 10%, tra le più basse d’Europa e alle deduzioni fiscali non trasparenti.

Le esenzioni sono state pensate per i piccoli produttori…

Nel dettaglio, come si legge all’articolo 1 comma 736 della legge di Bilancio approvata, le compagnie petrolifere avranno ancora esenzioni dal pagamento dei diritti petroliferi fino al 2022. Sia per le concessioni con produzione annuale inferiore-uguale a 10 milioni di Smc (standard metro cubo) per il gas estratto in mare. Sia per le concessioni con produzione annuale inferiore o uguale a 30 milioni di Smc.

Nel 2018 ben il 47,6% del gas estratto in mare e il 19,4% di quello estratto su terraferma, è stato esente dal pagamento di diritti. E su 48 titoli estrattivi operativi nel 2018 in mare, di cui 44 di Eni (ed Eni Mediterranea) e 4 di Edison, ben 38 sono quelli che hanno estratto sotto soglia. «Le esenzioni per le estrazioni di gas in mare che rimangono in vigore, sono state pensate per aiutare i piccoli produttori» sottolinea Legambiente.

…ma Eni (con Edison) la fa sempre da padrona

Ma, ad un occhio più attento, i vantaggi andranno solo a due grandi aziende come Eni ed Edison, rispettivamente con 10 e 4 concessioni che nel 2018 hanno estratto meno dei 10 milioni di smc di gas. Le uniche due aziende che, nello stesso anno, hanno estratto gas attraverso piattaforme marine. Proprio Eni, con l’alto numero di pozzi è la società più coinvolta e più avvantaggiata e che ha visto, solo nel 2018, produrre il 34,9% del gas esente dal pagamento di qualsiasi forma di tassazione.

Gas in terraferma in mano a 19 aziende

Più articolata la situazione delle estrazioni di gas su terra ferma, dove le esenzioni varranno per 19 aziende del settore. Oltre 277 milioni di mc di gas esenti dal pagamento di royalty, pari al 12,7% del totale estratto. In particolare, sulle 55 concessioni esenti – dati 2018 – sono 14 quelle di proprietà di Eni e associate, su un totale di 20 operative. Tutte le altre aziende coinvolte nelle estrazioni di gas su terra ferma, comprese Edison e controllate con 10 concessioni (pari al 100% di quelle operative nel 2018), sono esenti dal pagamento di diritti.

Carta degli impianti attivi di coltivazione di idrocarburi in Italia. Fonte MISE

Concessioni all’italiana: tra le più basse d’Europa

Districarsi tra le modifiche ai canoni di concessione, royalty e esenzioni di pagamento, non è semplice. Sebbene il governo Lega-5Stelle abbia provato a risolvere la questione, sul piatto rimangono almeno due problemi, come sottolinea Legambiente: royalty troppo basse e deduzioni fiscali non trasparenti.

Solo questi due vantaggi, per la lobby fossile, rappresentano per la casse pubbliche, oltre 447 milioni di mancate entrate. «Risorse che potrebbero essere, invece, destinate alla costituzione di un fondo green. Sia per affrontare la decarbonizzazione che la riqualificazione delle aree interessate dagli impianti in chiusura, bonifiche comprese» ribadisce Eroe.

La proposta di Legambiente: royalty al 20%

Attualmente, chi estrae risorse petrolifere corrisponde allo Stato italiano una royalty pari al 10%, per le estrazioni in terraferma,  e del 7% per quelle in mare. Percentuali tra le più basse d’Europa, dove i versamenti sono associati alla quantità di idrocarburi estratti, e vanno dal 22% (nel caso dell’Austria), al 40% (Irlanda). O prevedono sistemi diversi di tassazione, come in Norvegia, dove la tassa speciale sul petrolio vale il 54% della produzione.

«Per questo la nostra proposta è che le royalty italiane debbano salire almeno al 20%. Non solo per spingere gli obiettivi di decarbonizzazione, ma anche per valorizzare le risorse estratte. In questo modo, nel 2019 in base alla produzione del 2018, ci saremmo ritrovati, invece che con un gettito di 188, 1 milioni di euro, con uno da 442 milioni» sottolinea la responsabile di Legambiente.

Mancanza di trasparenza sulle deduzioni fiscali

Stando ai dati pubblicati dal ministero dello Sviluppo economico, Eni (ed Eni Mediterranea Idrocarburi S.p.A.), per l’estrazione di gas e petrolio del 2017, ha versato un importo di circa 119 milioni di euro, tra Stato, Regioni e Comuni. A fronte di oltre 72 mila milioni di euro, (cioè 72 miliardi) di ricavi solo dalla vendita dei prodotti greggi.

Ai ricavi si aggiungono anche ulteriori deduzioni fiscali, applicate sempre sulle royalty. In Italia, infatti, tutte le compagnie petrolifere hanno anche la possibilità di dedurre dall’imponibile, fino ad un massimo del 3%. E così le entrate per le casse dello Stato si riducono ancor di più. Problema su problema: manca trasparenza e chiarezza sull’ammontare di queste agevolazioni, a sfavore delle Regioni e dei territori interessati, denuncia Legambiente. «L’unica informazione rintracciabile, sono i 340mila euro del 2015 e nel 2014, per la sola Sicilia.  Una riduzione complessiva del gettito del 29,5% rispetto all’anno precedente, nonostante un aumento delle estrazioni» sottolinea Eroe.  «Vantaggio che andrebbe eliminato e sulla quale occorre fare chiarezza ». Secondo le stime di Legambiente, infatti, mancano all’appello 5,8 milioni di euro di risorse per le Regioni e i Comuni coinvolti nelle estrazioni.

Imu per le piattaforme e aumento canoni concessioni, entrate irrisorie per lo Stato e le regioni

Grazie alle pressioni della cittadinanza attiva, si sono ottenuti, ricorda il rapporto, l’introduzione del pagamento dell’Imu per le piattaforme petrolifere e l’aumento dei canoni delle concessioni.  Dal 2020 entra in vigore, infatti, l’Imu per le sole piattaforme petrolifere marine (aliquota:  10,6 per mille). Il gettito sarà ripartito tra Stato e comuni. Partendo dalla base imponibile potenziale di circa 570 milioni di euro, il gettito stimato è intorno ai 6 milioni di euro annui. Di cui 4,3 destinati allo Stato e 1,7 milioni ai Comuni.

Per quanto riguarda l’aumento dei canoni di concessione petroliferi, qualcosa è stato fatto, ma le cifre rimangono al di sotto di quelli degli altri Paesi europei. Le norme introdotte nel decreto Semplificazioni del 2018 e poi nel decreto ministeriale del 18 novembre 2019, non portano i canoni italiani al livello degli altri Paesi europei.

Istituita la Commissione per ridurre i sussidi ambientalmente dannosi

Al posto dei tanto agognati tagli ai sussidi dannosi, il governo ha invece introdotto, con la Legge di Bilancio, una «Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi». Dovrà elaborare, entro il 31 ottobre prossimo, il nuovo sistema di esenzioni, in vigore dal 2021 fissate per il trasporto merci, navale e aereo, agricoltura e usi civili.

L’obiettivo prefissato: ridurre la spesa pubblica e di sostenere innovazioni e investimenti per la riconversione ecologica. Elementi necessari per la riduzione delle emissioni di gas serra entro l’anno 2030 e la decarbonizzazione completa entro il 2040. Nell’attesa che venga pubblicato dal governo, il Piano Energia e Clima definitivo con gli obiettivi per il 2030. L’aumento delle energie rinnovabili al 30% dei consumi finali lordi di energia e al 21,6% in quelli dei trasporti e la riduzione dei gas serra del 40%. In un Paese che ha ancora il  76,4% dei consumi interni lordi, dato al 2017, legato alle fonti fossili.