Missione compiuta: le linee guida Esma “stanano” greenwashing e finanza fossile
Le linee guida sui nomi dei fondi volute da Esma (l’authority dei mercati finanziari europei) hanno funzionato. Lo dimostrano i dati
Fino a non molto tempo fa un prodotto finanziario poteva andare sul mercato chiamandosi sostenibile, Esg, climate-friendly e simili, senza che nessuno potesse obiettare nulla. Ora questo tempo, almeno in Europa, è finito. Il giro di vite si deve a Esma, l’authority dei mercati finanziari europei, che ha introdotto linee guida sull’uso di termini Esg e sostenibili nei nomi dei fondi. Regole che sembra stiano funzionando egregiamente, come emerge da un report appena pubblicato.
La “guerra” di Esma al greenwashing nella finanza sostenibile
Le linee guida di Esma sono entrate in vigore il 21 maggio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di contrastare il greenwashing. Uno strumento di soft law, certo, ma molto prossimo all’hard, perché proviene da chi deve controllare l’operato degli attori finanziari. Il nome di un fondo è uno degli elementi che più attira l’attenzione degli investitori, e aiuta a vendere. Sapendo questo, le linee guida suddividono in categorie i possibili termini che i fondi possono usare per essere riconosciuti come sostenibili; una precedente analisi di Esma ne aveva contati oltre 3mila.
Le differenze fra le categorie riguardano soprattutto i criteri di esclusione. Quelle meno sfidanti, che consentono di adottare termini come “transizione”, “sociale” o “governance”, prevedono di escludere le aziende coinvolte in settori quali armi controverse o tabacco, o responsabili di violazioni di principi e clausole sociali fissati a livello internazionale (Global Compact Onu, Linee guida Ocse). Le categorie più restrittive, che consentono termini come “ambiente”, “impatto”, “sostenibilità”, devono escludere anche le società che derivano dallo sfruttamento dei combustibili fossili una percentuale dei loro ricavi superiore a una data soglia (molto bassa per il carbone, più elevata per petrolio e gas).
I gestori di fondi Esg non conformi alle nuove regole avevano due opzioni: cambiare nome o cambiare politica d’investimento. Proprio l’esclusione del settore fossile è apparsa subito come la prescrizione potenzialmente più dirompente. E in effetti è andata proprio così.
Le nuove linee guida Esma spingono i gestori ad abbandonare le fonti fossili
Chi gestisce un fondo deve informare i sottoscrittori quando cambiano in modo significativo le modalità di investimento. Esma ha preso in considerazione i 25 maggiori asset manager europei, che insieme gestiscono un patrimonio di circa 7.500 miliardi di euro. E ha esaminato le notifiche che hanno pubblicato nei propri siti web durante l’anno intercorso tra la pubblicazione delle linee guida Esma e la loro entrata in vigore. Sono un migliaio quelle motivate proprio dalle linee guida stesse.
Ben 600 fondi (il 64% del campione) hanno cambiato nome, 530 (il 56%) hanno aggiornato la politica d’investimento. Le due categorie si sovrappongono parzialmente: tra i fondi che hanno cambiato nome, uno su tre ha anche aggiornato la propria politica di investimento. Sempre fra chi ha cambiato nome, la modifica di gran lunga più frequente (61% dei casi) è stata la rimozione dei termini Esg-related, seguita (21%) dal declassamento, cioè dal passaggio da categorie più sfidanti a più abbordabili (ad esempio dall’uso di “sostenibile” a “Esg”). C’è stato uno tsunami fra i fondi che utilizzavano termini legati a “sostenibilità”: due terzi hanno cambiato nome, eliminando del tutto il termine o sostituendolo con “Esg”.
Esma ha anche utilizzato i criteri di esclusione legati alle fonti fossili per analizzare il portafoglio di circa 4mila fondi europei che usano termini Esg. È emerso che i più propensi a rimuovere termini Esg dai nomi erano i fondi più esposti alle società fossili. Al contrario, quelli che hanno mantenuto una terminologia Esg hanno ridotto l’esposizione alle fossili più degli altri, sforzandosi di rendere “più verdi” i portafogli. È crollata da 17,4 a 5,9 miliardi di euro l’esposizione ai combustibili fossili dei fondi che utilizzano termini legati a “sostenibilità” o “ambiente”, con un vasto riallineamento tra nomi e composizione dei portafogli. Tra il dire e il fare, insomma.
La soddisfazione di Esma e il riconoscimento implicito al movimento per il divestment
I risultati del report saranno discussi il 20 gennaio 2026 in un webinar organizzato da Esma che, evidentemente, non solo ritiene che meritino visibilità ma sembra esserne particolarmente soddisfatta. «Il segnale che si è inteso inviare alla comunità dei fondi nell’Unione europea è stato efficace», si legge nel report. «Questi risultati evidenziano l’importanza dei nomi dei fondi e delle esclusioni minime nella progettazione dei futuri requisiti normativi relativi alla sostenibilità per i fondi di investimento». Esma ha dichiarato che continuerà a monitorare le tendenze nella denominazione dei fondi e a seguire l’evoluzione del mercato in risposta sia alle sue linee guida, sia a future modifiche nella legislazione sulla finanza sostenibile.
Le interpretazioni possibili dei dati di Esma sono tante. Ma una sembra spiccare: investire nell’industria fossile è incompatibile con un approccio di finanza sostenibile coerente e credibile. Non è una novità. Ma vale doppio se a dirlo, sebbene implicitamente, è l’authority dei mercati. È anche un gigantesco riconoscimento, seppure indiretto, agli investitori che hanno aderito al fossil fuel divestment, il movimento per il disinvestimento dalle fonti fossili che rappresenta il più grande fenomeno dal basso nella storia della finanza sostenibile. Che in pratica vuol dire: vuoi chiamarti sostenibile? Non investire nelle fossili. Tertium non datur.




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