L’Italia è la porta d’ingresso dell’oro extra-europeo, ma sui controlli è ferma dal 2021

Da cinque anni esiste una norma volta a impedire l'ingresso di oro legato a guerre e violazioni dei diritti umani. In Italia è rimasta lettera morta

La due diligence dovrebbe verificare che l'oro importato non provenga da miniere illegali © Christian Braga/Greenpeace

In breve

  • Dal 2021 le aziende che importano oro nell’Ue devono verificare che non provenga da zone di conflitto; l’Italia doveva vigilare tramite il ministero delle Imprese.
  • In cinque anni le ispezioni e le sanzioni sono state zero, e la Eu Whitelist delle raffinerie certificate non è mai stata istituita.
  • L’Italia è la prima porta d’ingresso dell’oro extra-Ue (707 tonnellate, 41% del totale europeo), spesso raffinato a Dubai e in Svizzera, dove la tracciabilità si interrompe.

A partire dal 2021 le aziende che importano oro, stagno, tantalio e tungsteno nell’Unione europea devono accertarsi che questi metalli non provengano da zone di conflitto o ad alto rischio. Lo dice a chiare lettere un regolamento europeo. Gli Stati membri sono tenuti a vigilare, ma l’Italia non lo fa. In questi cinque anni non c’è traccia di ispezioni e sanzioni.

È il duro atto d’accusa lanciato dall’organizzazione ambientalista Greenpeace attraverso un’inchiesta pubblicata il 19 giugno 2026. La posta in gioco è alta, visto che la domanda di oro è in crescita e proprio dall’Italia passa quasi la metà delle importazioni dai Paesi extra-europei.

Il regolamento europeo sulla tracciabilità dell’oro è rimasto sulla carta

Secondo il regolamento, ogni azienda che importa almeno 100 kg di oro l’anno deve individuare i rischi di violazioni dei diritti umani nella propria catena di fornitura e intervenire per limitarli. Il che significa, per esempio, interrompere gli acquisti da fornitori sospettati di trattare oro di provenienza illegale. Agli Stati membri spetta il compito di vigilare. L’Italia, come previsto, ha scelto l’autorità competente: si tratta del ministero delle Imprese e del made in Italy. Ma lì si è fermata. A gennaio di quest’anno Greenpeace Italia ha inviato una richiesta di accesso agli atti per conoscere il numero di ispezioni e sanzioni in questi cinque anni. La risposta? Zero. «A causa di impedimenti meramente amministrativi», ci tiene a chiarire il ministero. 

A rendere ancora più debole il regolamento c’è il fatto che anche la Commissione europea è in ritardo. Il testo le chiede infatti di istituire una Eu Whitelist, una lista degli impianti di fusione e raffinazione in tutto il mondo che rispettano gli standard richiesti. Uno strumento che per le imprese sarebbe prezioso, perché permetterebbe loro di acquistare da operatori già verificati senza dover ricostruire ogni volta l’intera filiera. Ma la Eu Whitelist, ha accertato Greenpace, ancora non esiste. Eppure, dall’entrata in applicazione del regolamento sono passati cinque anni.

Passa dall’Italia quasi la metà delle importazioni di oro extra-europeo

Ci si aspetterebbe maggiore attenzione da un Paese che è il principale punto d’accesso per l’oro extra-europeo. L’Italia, infatti, tra il 2021 e il 2025 ha importato quasi mille tonnellate d’oro, per un valore complessivo di 39 miliardi di euro. L’assoluta maggioranza, 707 tonnellate, proviene da Paesi al di fuori dell’Unione europea: si tratta del 41% del totale europeo. La Germania segue con 557 tonnellate, il 31% del totale. Nel 2025 addirittura il 49% dell’oro entrato nei confini dell’Unione da Paesi terzi è transitato nel nostro Paese, per un volume di 148 tonnellate.

Ma quali sono questi Paesi terzi? Le importazioni dal Brasile sono crollate a seguito delle inchieste internazionali sulla deforestazione e sulle violazioni dei diritti umani dei popoli indigeni. L’Italia ha comprato 14,3 tonnellate di oro brasiliano nel periodo considerato, passando però dalle 8,6 tonnellate del 2021 ai 194 kg del 2025. Nell’ultimo anno il principale partner commerciale del nostro Paese sono gli Stati Uniti, da cui proviene un terzo dell’oro extra-europeo (48 tonnellate). Sugli altri due gradini del podio si trovano Svizzera (31 tonnellate) ed Emirati Arabi Uniti (25 tonnellate).

I punti di domanda sulla provenienza dell’oro raffinato a Dubai e in Svizzera

Non sono due Paesi qualsiasi. Le raffinerie di Dubaiha rivelato la fondazione umanitaria Swissaid – lavorano quasi la metà dell’oro estratto dalle miniere africane. Compreso quello di contrabbando. Nel solo 2022 gli Emirati Arabi Uniti hanno importato 405 tonnellate di oro che non risultava dichiarato all’esportazione nei Paesi africani di origine. Da lì viene esportato anche in Svizzera, che ospita alcune delle maggiori raffinerie del mondo e rappresenta uno dei principali hub del commercio aurifero. È in questi passaggi di fusione, lavorazione e certificazione che la tracciabilità rischia di interrompersi.

Seguendo questi passaggi, avverte Swissaid, anche oro estratto illegalmente o proveniente da aree di conflitto finisce per essere commercializzato come “oro riciclato“, un’etichetta che in teoria dovrebbe indicare il metallo recuperato da gioielli usati, scarti industriali o componenti elettronici. E l’Italia rischia di importarlo senza saperlo, perché non ha ancora messo in campo gli strumenti di controllo che sarebbero obbligatori per legge.

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