Francia, condannata Yves Rocher: «Non ha vigilato sui diritti dei lavoratori turchi»
Il gruppo Yves Rocher sanzionato per repressione sindacale in Turchia. È il primo risarcimento per la legge sulla due diligence in Francia
Non sarà una vittoria su tutti i fronti, ma è comunque una vicenda giudiziaria dalla portata storica. Il gruppo Rocher, a cui fa capo il celebre marchio di cosmesi Yves Rocher, dovrà risarcire un gruppo di lavoratori e un sindacato. Lo ha stabilito giovedì 12 marzo il tribunale di Parigi. Il motivo? La multinazionale non avrebbe vigilato a sufficienza sul rispetto dei diritti sul lavoro nella propria filiale in Turchia (che oggi non fa più parte del gruppo). Contravvenendo così alla legge sulla due diligence in vigore in Francia. Un testo che, soprattutto sul piano della responsabilità delle imprese, risulta più stringente rispetto a quello europeo, ormai molto annacquato.
Le violazioni dei diritti sul lavoro nella ex-filiale di Yves Rocher in Turchia
È il 2018, in quella che all’epoca era una filiale del gruppo Yves Rocher a Gebze, nella provincia di Kocaeli. Un nutrito gruppo di dipendenti, sfiniti dai salari bassi, dalle pessime condizioni di lavoro, dalle discriminazioni contro le donne e dalle violenze di genere, aderisce al sindacato turco Petrol-İş. Per tutta risposta, questi lavoratori e lavoratrici (per la maggior parte donne) iniziano a subire minacce e intimidazioni. Ben 130 di loro vengono licenziati.
Dopo una diffida nel 2020, nel 2022 l’associazione Sherpa, insieme ad ActionAid France, a 81 ex-dipendenti e al sindacato Petrol-İş, fa causa al gruppo Rocher. «In quel periodo, Yves Rocher, società madre in Francia, era soggetta alla due diligence, quindi all’obbligo di identificare i rischi e prevenire le violazioni. E ciò che sosteniamo in questo caso è che l’azienda non lo ha fatto», spiega Lucie Chatelain, responsabile contenziosi e advocacy di Sherpa.
Una vittoria giudiziaria storica per i diritti sul lavoro, ma a metà
Il tribunale giudiziario di Parigi ha dato ragione ai lavoratori. La sentenza afferma che il gruppo Rocher avrebbe dovuto vigilare sulle violazioni dei diritti umani, ma non l’ha fatto. Perché ha escluso la filiale turca dal proprio piano di vigilanza e non ha adottato le misure necessarie per prevenire i rischi di repressione sindacale. Di conseguenza, il gruppo dovrà risarcire con 48mila euro sei ex-dipendenti e con 40mila euro il sindacato. In più, dovrà pagare simbolicamente un euro alle associazioni Sherpa e ActionAid France. Il gruppo Rocher non ha ancora fatto sapere se presenterà appello.
Nel 2025 anche La Poste era stata condannata in primo grado e in appello per violazione del dovere di vigilanza: in quel caso, però, i giudici avevano solo imposto di irrobustire il plan de vigilance, oltre a pagare le spese processuali. Il caso del gruppo Rocher, invece, è il primo in assoluto in cui un’impresa francese è chiamata a risarcire i danni causati dalle sue attività all’estero.
Resta comunque una vittoria a metà, perché la maggior parte delle richieste di risarcimento è stata respinta. Questo perché, dopo trecento giorni di manifestazione davanti alla fabbrica, nel 2019 alcuni dipendenti hanno accettato un indennizzo dall’azienda a patto di rinunciare alla propria richiesta di reintegro. «Siamo stati costretti ad accettare il protocollo perché avevamo fame», ha dichiarato uno di loro. Anche per quanto riguarda gli altri dipendenti, il tribunale si è espresso solo sulla repressione sindacale, perché non c’erano prove a sufficienza per dimostrare i rischi per la salute e le discriminazioni ai danni delle donne.
Due diligence, la legge in Francia fa scuola (e supera quella europea)
La Francia è stata il primo Paese europeo a introdurre una legge sulla due diligence, già il 27 marzo 2017. Nel 2021 l’ha seguita la Germania, salvo poi congelare la propria normativa per allinearla a quella europea (che, nel frattempo, veniva ridimensionata). Il testo si applica alle aziende che hanno almeno 5mila dipendenti in Francia e 10mila tra Francia ed estero. Questi soggetti hanno l’obbligo di pubblicare un piano di vigilanza annuale su cinque aree: mappatura dei rischi, valutazione di fornitori, subappaltatori e filiali, azioni per mitigare o prevenire i rischi, meccanismi di avviso e reclamo, monitoraggio dell’attuazione e dell’efficacia delle misure.
La Francia di Emmanuel Macron dunque ha fatto da apripista. Al tempo stesso, però, ha fatto pressione per escludere il settore finanziario dall’analoga direttiva europea (la Csddd, Corporate Sustainability Due Diligence Directive). Una linea che ha prevalso. Il testo europeo approvato nella primavera del 2024, dunque, esclude banche e società di investimento. In più, l’anno successivo è stato via via smontato dal primo pacchetto Omnibus. Ora si applica solo alle grandi imprese con almeno 5mila dipendenti e 1,5 miliardi di euro di ricavi netti, non chiede di mappare l’intera catena di fornitura, non prevede un regime armonizzato di responsabilità civile a livello europeo. Tutto fa pensare, dunque, che il modello francese resterà un caso isolato.




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