Dagli insediamenti israeliani agli scaffali europei, come si perde l’origine dei prodotti

Diversi Paesi europei valutano di vietare il commercio con gli insediamenti israeliani, ma ancora non si riesce a ricostruire l’origine di tutte le merci

Leila Belhadj Mohamed
Coltivazioni agricole e serre in Cisgiordania © יעקב/Wikimedia Commons
Leila Belhadj Mohamed
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In breve

  • Secondo l’indagine Importing Occupation di Global Echo, il 19% delle spedizioni agricole israeliane dirette nell’Unione europea conteneva prodotti degli insediamenti.
  • Le merci degli insediamenti verrebbero associate a località israeliane, confezionate insieme ad altre e accompagnate da certificazioni biologiche e fitosanitarie non valide nell’Unione.
  • Alcuni Stati stanno vietando il commercio con gli insediamenti israeliani, ma un divieto funziona solo se l’origine delle merci resta riconoscibile lungo tutta la filiera.

Una cassetta di datteri, agrumi o altra frutta può attraversare migliaia di chilometri prima di arrivare sullo scaffale di un supermercato europeo. Lungo il percorso passa dalle aziende agricole ai centri di confezionamento, dagli esportatori ai certificatori, dalle dogane ai distributori. C’è però un’informazione che dovrebbe accompagnarla fino al consumatore: il luogo in cui è stata prodotta. Nel caso delle merci provenienti da Israele questa indicazione ha un significato anche giuridico e politico. Ciò perché l’Unione europea distingue il territorio israeliano dagli insediamenti costruiti nei territori palestinesi occupati dal 1967. Eppure proprio questa distinzione, secondo l’indagine “Importing Occupation” di Global Echo, può perdersi lungo la filiera. Ciò significa che i prodotti provenienti dagli insediamenti finiscono sui mercati europei dichiarati come israeliani. 

Per quattro anni l’organizzazione ha ricostruito il percorso delle merci analizzando più di 30mila documenti relativi a quasi 6mila spedizioni di prodotti agricoli israeliani verso l’Europa tra il 2017 e il 2026. Li ha poi incrociati con dati governativi, indagini sul campo e interviste a rappresentanti di esportatori, produttori e centri di confezionamento. Secondo il rapporto, il 17,2% delle spedizioni esaminate conteneva prodotti provenienti dagli insediamenti. Restringendo l’analisi alle merci destinate all’Unione europea, la quota sale al 19,2%, quasi una spedizione su cinque. Gli autori avvertono inoltre che il dato potrebbe sottostimare il fenomeno, proprio a causa delle difficoltà nel ricostruire l’origine effettiva dei prodotti.

L’Unione europea distingue già Israele dai territori occupati

Il problema non nasce dall’assenza di una distinzione europea tra Israele e i territori che occupa. Al contrario, quella separazione esiste tanto sul piano doganale quanto su quello dell’informazione destinata ai consumatori. Le preferenze tariffarie previste dall’Accordo di associazione tra Unione europea e Israele non si applicano ai prodotti originari degli insediamenti israeliani nei territori occupati. Dal 2005 l’accordo tecnico tra Unione europea e Israele prevede, infatti, che le prove dell’origine presentate per ottenere il trattamento preferenziale riportino il luogo di produzione e il relativo codice postale. Il che permette alle autorità doganali europee di verificare se la merce provenga da un territorio cui le preferenze non si applicano.

La distinzione riguarda anche ciò che viene comunicato a chi acquista il prodotto. Nel novembre 2019 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che gli alimenti provenienti da un territorio occupato da Israele devono riportarne l’indicazione d’origine, specificando anche se provengono da un insediamento israeliano. La Corte ha fatto riferimento anche al diritto dei consumatori a compiere scelte informate tenendo conto di considerazioni etiche e del rispetto del diritto internazionale.

Sulla carta, dunque, la Linea Verde (la linea di demarcazione stabilita dall’armistizio del 1949 tra Israele e i Paesi arabi alla fine della prima guerra arabo-israeliana) continua a esistere anche dentro una fattura commerciale. La Commissione europea pubblica una lista delle località e dei codici postali esclusi dal trattamento preferenziale, che permette alle autorità doganali degli Stati membri di confrontare il luogo riportato sulla prova d’origine con quelli situati nei territori sotto amministrazione israeliana a partire dal giugno 1967. Se c’è corrispondenza, il trattamento tariffario previsto dall’Accordo Unione europea-Israele deve essere negato. 

Quando l’origine dei prodotti si perde lungo la filiera

È proprio in questo passaggio che Global Echo individua una delle falle più rilevanti. Analizzando oltre duemila fatture relative a spedizioni agricole dirette nell’Unione europea, l’inchiesta sostiene che nel 16,7% dei casi esaminati prodotti provenienti dagli insediamenti siano stati dichiarati di origine israeliana ai fini dell’accesso al trattamento tariffario preferenziale, per un valore complessivo di 13,1 milioni di euro. Il problema, però, non si fermerebbe alla dogana. Infatti, il rapporto individua criticità anche nelle certificazioni biologiche e fitosanitarie e nell’etichettatura finale.

Per capire come una merce prodotta in un insediamento possa arrivare sul mercato europeo con un’origine diversa bisogna risalire la filiera. Uno dei problemi individuati da Global Echo riguarda il rapporto tra il luogo in cui il prodotto viene coltivato e quello che compare nei documenti che lo accompagnano. L’indagine sostiene di aver trovato casi in cui prodotti provenienti dagli insediamenti venivano associati, ai fini della dichiarazione d’origine, a località situate all’interno di Israele. In questo modo, il codice postale non consente più alle dogane europee di individuare il luogo in cui la merce è stata effettivamente prodotta.

Il passaggio attraverso centri di confezionamento ed esportatori rende la ricostruzione ancora più complessa. Prodotti coltivati da aziende diverse possono essere raccolti, selezionati e confezionati prima dell’esportazione. La documentazione che accompagna la spedizione viene prodotta lungo una catena commerciale nella quale luogo di coltivazione, sede dell’esportatore e punto di confezionamento possono non coincidere. Secondo Global Echo, è in questi passaggi che merci provenienti dagli insediamenti possono confluire nelle stesse catene di esportazione di quelle israeliane. Perdendo quindi l’indicazione della loro provenienza effettiva. 

Le certificazioni biologiche e fitosanitarie non sarebbero valide

Il rapporto dedica particolare attenzione anche ai prodotti biologici. Per poter essere commercializzati come tali nell’Unione europea, gli alimenti importati devono essere accompagnati da un certificato di ispezione. e rispettare il sistema europeo previsto per le importazioni biologiche. Global Echo sostiene però di aver individuato prodotti accompagnati da certificazioni biologiche che, secondo l’analisi giuridica dell’organizzazione, non sarebbero valide ai sensi del diritto europeo. Le autorità israeliane, sostiene il rapporto, non avrebbero infatti la competenza territoriale per certificare come biologici prodotti originari dei territori occupati. 

Lo stesso vale per i controlli fitosanitari, necessari per molti prodotti vegetali importati. Il sistema europeo di certificazione fitosanitaria serve a verificare che piante, frutta e altri prodotti vegetali rispettino i requisiti sanitari previsti per entrare nel mercato dell’Unione. Global Echo sostiene di aver individuato prodotti coltivati negli insediamenti accompagnati da certificati fitosanitari, rilasciati dalle autorità israeliane, che non sarebbero validi per merci provenienti dai territori occupati. Quando una provenienza viene rappresentata in un certo modo già nei documenti che accompagnano la merce, ricostruirla alla fine della catena diventa molto più difficile. 

Quali e quanti prodotti degli insediamenti israeliani arrivano nei mercati europei?

Che i prodotti degli insediamenti raggiungano il mercato europeo, del resto, non emerge soltanto dall’indagine di Global Echo. Nel maggio 2026 Cidse ha pubblicato, sulla base di una ricerca di Who Profits, una ricostruzione delle relazioni commerciali tra aziende attive negli insediamenti e il mercato dell’Unione europea. La ricerca ha individuato circa 45 imprese con rotte commerciali confermate verso Paesi europei. Sonoo soprattutto due i settori strettamente legati all’uso del territorio e delle risorse: l’agricoltura e i materiali utilizzati nell’edilizia.

La mappa che ne emerge permette di scendere dal dato aggregato alle merci. Secondo la ricerca, i fiori commestibili commercializzati da AdaFresh hanno raggiunto il Belgio, i prodotti di Adanim la Francia, i datteri di Hadiklaim i Paesi Bassi, quelli di Field Produce il Portogallo e la frutta commercializzata da Arava la Slovenia. In Spagna sono state individuate relazioni commerciali con almeno sette aziende incluse nell’analisi. Le imprese considerate, inoltre, possono commercializzare prodotti provenienti sia dagli insediamenti sia dal territorio israeliano. Una sovrapposizione che rende ancora più centrale la possibilità di ricostruire l’origine della singola merce lungo tutta la filiera.

Nel 2025 gli scambi complessivi tra Israele e Unione europea hanno raggiunto 43,3 miliardi di euro, mentre le stime europee disponibili hanno collocato in passato sotto i 250 milioni di euro l’anno il valore delle merci provenienti dagli insediamenti. È dentro questo volume molto più ampio di scambi che i prodotti coltivati o realizzati nei territori occupati devono essere identificati e separati da quelli israeliani. La questione della tracciabilità, quindi, precede quella delle eventuali misure sui rapporti commerciali con Israele nel suo complesso. Qualunque distinzione commerciale decida di applicare, l’Unione deve prima essere in grado di sapere da dove provengono le merci che entrano nel suo mercato.

Quando il dazio viene compensato da Israele

Il sistema europeo incontra però un ulteriore limite anche quando riesce a individuare correttamente la provenienza della merce. Se una dogana riconosce che un prodotto dichiarato come israeliano proviene in realtà da un insediamento, il trattamento tariffario preferenziale previsto dall’Accordo di associazione viene negato e l’importatore è tenuto a versare i dazi previsti.

Israele ha però introdotto un meccanismo di compensazione. Secondo l’indagine di Global Echo, quando le merci provenienti dagli insediamenti vengono escluse dal trattamento preferenziale nei mercati esteri, gli esportatori israeliani possono ricevere dallo Stato una compensazione per i costi derivanti dall’applicazione dei dazi. Il meccanismo è stato introdotto dopo l’accordo tecnico entrato in vigore nel 2005.

Tra il 2005 e il 2024, secondo i dati raccolti da Global Echo, il governo israeliano avrebbe versato attraverso questo sistema almeno 278,9 milioni di shekel, circa 63 milioni di euro, agli esportatori di merci provenienti dagli insediamenti. Il risultato è un cortocircuito economico. L’Unione europea nega la preferenza tariffaria per distinguere tra le merci israeliane e quelle degli insediamenti, mentre lo Stato israeliano interviene per compensarne almeno in parte le conseguenze economiche sugli esportatori.

Ogni divieto sul commercio con le colonie richiede tracciabilità

La questione della tracciabilità diventa ancora più rilevante mentre alcuni governi ragionano su restrizioni commerciali vere e proprie. L’8 settembre Francia, Regno Unito e Canada hanno annunciato lo stop al commercio con gli insediamenti israeliani. Mentre altri nove Paesi hanno aderito a una dichiarazione congiunta impegnandosi, con modalità differenti, a introdurre restrizioni nazionali o a sostenerle a livello europeo. Il dibattito si inserisce in quello, ancora più ampio, sul futuro dei rapporti commerciali tra Unione europea e Israele.

Qualunque restrizione fondata sulla provenienza delle merci si scontra però con la domanda sollevata dalle indagini di Global Echo e Who Profits: chi deve dimostrare da dove arriva un prodotto? È anche per rispondere a questo problema che la campagna Stop Trade with Settlements propone di invertire l’onere della prova. Chiedendo quindi agli operatori economici di dimostrare che beni e servizi commercializzati non abbiano origine negli insediamenti. Considerato che i prodotti provenienti da Israele e dai territori occupati possono attraversare gli stessi esportatori, centri di confezionamento e canali commerciali, affidare il controllo soltanto alle informazioni che accompagnano la merce rischia infatti di lasciare intatto proprio il punto debole individuato dalle due ricerche.

Ed è qui che la cassetta di datteri da cui siamo partiti smette di essere soltanto una questione di etichetta. L’Unione europea ha costruito negli anni strumenti giuridici e doganali per tracciare una linea tra Israele e i territori che occupa. Alcuni Stati stanno ora cercando di trasformare quella linea in un confine commerciale ancora più netto. Ma, perché quel confine esista davvero, deve rimanere riconoscibile lungo tutta la filiera. Una restrizione commerciale può essere applicata soltanto alle merci che si è in grado di riconoscere. E le indagini pubblicate negli ultimi mesi indicano che è proprio su questa capacità che persistono le falle del sistema europeo. 

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