Il capitalismo della finzione
12:30
In diverse città cinesi, con una cifra tra i 4 e i 7 dollari al giorno, si può entrare in un ufficio finto: postazioni con computer, sale riunioni, un tavolo da ping-pong, e nessun lavoro da fare. Ci vanno giovani disoccupati in cerca di una foto da mostrare ai genitori o da pubblicare sui social, oppure di una routine mentre cercano un impiego vero.
In questo episodio di Unchained, Lorenzo Tecleme parte dai fake office raccontati dal South China Morning Post per arrivare ai siti della dopamina nati in Corea del Sud, e-commerce dove si paga con denaro fittizio una merce che non arriverà mai, e ai finti smartphone pensati contro la dipendenza da scrolling. Sono gli esempi di un capitalismo della finzione, che vende la simulazione di beni e status a chi non può permettersi quelli reali.
In questo episodio
- I fake office cinesi, dove si paga per fingere di lavorare, nel racconto del South China Morning Post
- I siti della dopamina nati in Corea del Sud e i pareri discordanti degli psicologi intervistati dal New York Times
- I finti smartphone contro la dipendenza da scrolling
- Il tracciamento online, che trasforma gli acquisti finti in pubblicità per acquisti veri
- Un rimando all’episodio 12, Quando la Pepsi divenne una potenza navale
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La scena è questa. Immaginate di entrare in una sala arredata come un ufficio. Ci sono postazioni con computer, piccoli pouf qua e là per rilassarsi, sale riunioni, una cucina e anche un ping-pong, per dare un’idea di azienda à la Silicon Valley.
Attorno a voi ci sono molte persone, in gran parte giovani, vestite eleganti, corporate, che chiacchierano tra loro, armeggiano con cellulari e pc e, soprattutto, fanno foto e video.
Sarebbe ragionevole pensare di trovarvi, appunto, in un ufficio – magari in una startup che si occupa di marketing. Ma non è così. Vi trovate in un finto ufficio. Cioè, in uno spazio dove, per pochi soldi, le persone possono fare finta di lavorare.
Si tratta di un fenomeno soprattutto cinese. Ne ha parlato il South China Morning Post, e da lì è stato ripreso dalla stampa di mezzo mondo. È il tipo di storia che piace molto ai media occidentali perché ha a che fare con un problema cinese, la disoccupazione giovanile, e piace molto al pubblico perché è un po’ assurda. Ma piace anche a noi qui su Unchained perché ci permette di parlare di un fenomeno sparso, ma reale: il capitalismo della finzione.
Questo podcast esiste da ormai più di un anno. Esiste, ed esiste gratuitamente, perché un piccolo media, Valori.it, ha deciso di crederci. Vi assicuro, dalla mia pur breve esperienza di freelance, che non sono tanti, in Italia, i media disposti a parlare di economia e finanza come fa Valori.it. Non è un caso se la gran parte dei podcast che parlano di soldi, là fuori, sono fatti da fuffaguru che cercano di vendervi i loro corsi su come diventare ricchi, o da imprenditori che cercano di convincervi che è necessario abbassargli le tasse per permettergli di comprare la quinta casa al mare.
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Finito il prologo, andiamo alla storia di questa settimana!
Perché il capitalismo ha vinto
Esiste un grande dibattito interdisciplinare sul successo del capitalismo. Questo sistema economico, nato tra i mercanti italiani del Rinascimento per alcuni o nella Compagnia delle Indie orientali per altri, ha dimostrato di saper prevalere sia sull’economia feudale e terriera che lo ha preceduto in Occidente, sia sulle varie alternative socialiste che lo hanno sfidato, e hanno perso, nel corso del Novecento. Perché?
Le teorie sono molte, tutte indimostrabili. Chi per il capitalismo ha più simpatia tende a vedere nel suo successo la conferma della sua bontà. Continuiamo a vivere nel capitalismo per la stessa ragione per cui continuiamo a usare la ruota o la penicillina: funzionano. Chi al contrario ne ha antipatia punta su altro. Sulla violenza che lo sostiene e lo ha sostenuto, ad esempio, o sulla sua capacità di cambiare. Il capitalismo, in questa lettura, rimane al suo posto perché si sa adattare strepitosamente. Botte, moschetto e Pinochet all’occorrenza, e all’occorrenza opposta socialdemocrazia, diritti e crescita.
Una chiave di lettura che si era fatta molto popolare nel periodo attorno alla fine dell’Unione Sovietica era quella dell’attrattiva. Il capitalismo ha sconfitto il socialismo sovietico perché seduce, convince i popoli ad abbracciarlo meglio di qualunque altro sistema. Non lo si diceva per forza in senso elogiativo, intendiamoci. In quel momento si parlava molto di consumismo. Il capitalismo seduce perché ti permette di accedere a beni posizionali, che ti fanno apparire bene, che ti fanno sentire bene. O quantomeno, ti dà la sensazione di poterli avere. Anche a costo di negarti la certezza di quelli di base – la casa, la sanità e così via. Uno dei primissimi episodi di questo podcast, il numero 12, si intitola Quando la Pepsi divenne una potenza navale. Recuperatevelo, perché ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando.
Non risolveremo il mistero sul successo del capitalismo in questo episodio, mi dispiace deludervi. Ma ci serviva quell’introduzione per spiegare il fenomeno di cui parliamo oggi. Perché nel capitalismo particolarmente sregolato – selvaggio, direbbe qualcuno – in cui viviamo, a un certo punto è diventato possibile vendere anche la finzione dei beni di cui sopra. Non hai, non puoi permetterti la piacevole sensazione dello shopping compulsivo o della vita corporate? Tranquillo, puoi pagarti l’illusione.
I fake office cinesi
Le storie di oggi sono in gran parte asiatiche, e non è un caso. Posti come Singapore o la Corea del Sud sono diventati, nel corso del secolo scorso, alcune delle economie di mercato più dure e meno regolate del Pianeta. La Cina è un complicatissimo capitolo a parte, ma condivide con Seoul e New York un certo mito della produttività, del successo economico e del consumo. Combinato con una buona dose di confucianesimo e senso del dovere tutto locale, peraltro.
La prima storia è quella, con cui siamo partiti, dei fake office. Ne esistono diversi in varie parti della Cina, e sono un fenomeno abbastanza recente. Starci per un giorno costa poco, tra i 4 e i 7 dollari. Alcuni li usano davvero come degli uffici in coworking, per quanto senza diverse delle comodità che hanno quelli reali, ma in gran parte sono pensati come delle simulazioni. Ci si va per farsi una foto con cui far credere ai propri genitori di avere un lavoro, o da mettere sui social per la stessa ragione. In alcuni casi, persino per darsi una routine e un contegno mentre il lavoro lo si cerca.
Il South China Morning Post racconta l’esperienza di una ragazza di 25 anni di Hangzhou che ha comprato l’accesso per un giorno allo scopo di convincere la madre di aver trovato, cito, «un vero lavoro». Un altro intervistato, un uomo, ha aperto un suo fake office, e racconta ai giornalisti di offrire anche finti colloqui di lavoro, e di aver messo regole prese dagli uffici reali – tipo niente relazioni tra colleghi e orari di ingresso e uscita.
La nascita dei fake office ha a che fare con un fenomeno congiunturale, l’aumento della disoccupazione giovanile in Cina, e con una società tendenzialmente molto attenta all’immagine pubblica legata al lavoro e molto ostile all’ozio. Ma ci dice qualcosa sul capitalismo della finzione. Se il sistema economico in cui viviamo ci ha sedotti con l’idea di una carriera nel terziario soddisfacente e rispettabile, quando non riesce più a garantirla… ci vende anche la sua simulazione.
Intendiamoci, non è che il capitalismo della finzione sia la cifra dell’economia in cui viviamo. Ma l’economia in cui viviamo ha portato al fenomeno del capitalismo della finzione. E gli esempi potrebbero essere tanti altri. Ci sono le finte fidanzate affittate per dare l’impressione di averne una reale, i finti amici affittati per rimediare alla solitudine, le boutique che affittano Rolex e Audemars Piguet non per usarli, ma per mostrarli agli amici e poi rimetterli in un cassetto.
I siti della dopamina in Corea del Sud
Passiamo dalla Cina alla Corea del Sud.
Alcuni anni fa, in Corea, hanno iniziato a comparire i cosiddetti siti della dopamina. Si tratta di e-commerce, negozi online un po’ di ogni tipo. Di solito vendono vestiti, ma ce n’è anche per cibo, auto, orologi, libri, viaggi. Sono in tutto e per tutto come i negozi online che usiamo, genere Amazon, ma con una differenza: la merce qui non arriverà mai.
I siti della dopamina non vendono nulla. Tutti gli annunci sono fittizi, come è fittizio il pagamento. Servono solo a provare la sensazione piacevole di fare shopping online. La dopamina, appunto. A differenza dei fake office, questi non sono un business. Usarli è gratis, e i primi – appunto, in Corea – nascevano da giovani nerd che volevano provare a disintossicarsi dalla dipendenza da shopping online. Il New York Times ha intervistato alcuni psicologi, e i loro pareri sono discordanti. Per alcuni, questo genere di idee può davvero aiutare a staccarsi dall’overconsumo e dalla voglia irrefrenabile di comprare cose non necessarie – che è negativa sia per le proprie finanze, sia per ovvie ragioni ecologiche. Altri dicono di temere che, al contrario, i siti della dopamina abituino il cervello allo stimolo positivo dell’acquisto, creando la necessità di stimoli più forti e portando, paradossalmente, agli acquisti veri.
Finti smartphone e tracciamento
C’è anche un precedente molto simile, quello dei finti smartphone. Anche qui il problema è una dipendenza molto contemporanea, quella da scrolling. Centinaia di milioni di persone fanno un uso non sano delle piattaforme social – incluso chi parla – passandoci molte ore al giorno e percependole, appunto, come una dipendenza. Un problema ormai molto studiato dalla comunità scientifica, e che ha anche delle conseguenze legali, perché le aziende produttrici hanno costruito l’interfaccia delle loro app allo scopo di tenere gli utenti il più a lungo possibile al loro interno. Ormai una decina di anni fa alcune startup, stavolta statunitensi, hanno provato a vendere una soluzione: i finti smartphone, appunto. In pratica sono dei pezzi di plastica con forma e peso di un telefono cellulare. Alcuni hanno anche i tasti laterali e delle sfere di metallo al centro per ricreare la sensazione di muovere il dito sullo schermo.
Non hanno avuto un grande successo, a differenza dei siti della dopamina. Ma almeno sono stati considerati generalmente innocui. I siti, al contrario, hanno iniziato a destare una preoccupazione imprevista. Quando stiamo sul web, infatti, permettiamo di solito il cosiddetto tracciamento – cioè software che registrano cosa visitiamo e cosa facciamo. E questi dati possono essere usati da aziende come Google, ad esempio, per personalizzare le pubblicità che ci appaiono. L’effetto è che le abitudini di consumo finte dei siti della dopamina possono finire per invogliarci ad acquisti veri di quegli stessi prodotti.
Si tratta di un esito un po’ paradossale. Ma non è la cosa più paradossale di questa storia. Il capitalismo della finzione lo è di per sé. Eppure, ci viviamo dentro.



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