Venezuela, Trump va alla guerra per fermare un declino inesorabile

L’aggressione statunitense al Venezuela rivela la crisi degli Stati Uniti e il ruolo del petrolio nelle nuove guerre globali. Un’analisi critica

© Jason Gooljar/Flickr

Affrontare a caldo l’aggressione americana al Venezuela non è semplice anche perché potrà avere effetti pesanti. È bene cominciare quindi dal nostro Paese. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulla legittimità dell’attacco militare di Trump sono gravi per almeno tre ragioni.

La subordinazione italiana all’unilateralismo statunitense

La prima. Segnano la totale e assoluta subordinazione della destra e dei liberal italiani alla volontà unilaterale da parte degli Stati Uniti di risolvere militarmente ogni questione che ha a che fare con i loro interessi economici. Senza alcuna necessità di consultazione con le organizzazioni internazionali, né tantomeno con i presunti alleati.

La seconda. Un simile servilismo si nutre della speranza di ricevere un trattamento di favore da parte di Trump. Senza cogliere il senso della gravità della crisi americana. E quindi accettando fino in fondo il ruolo di servo sciocco solerte a fornire risparmi e capitali, a pagare dazi e armi e a non tassare servizi americani. Trump naturalmente disprezza e usa questa Europa nella certezza che il Vecchio Continente accetti tutto, persino le guerre. Con tale posizione, Meloni si mette definitivamente fuori da qualsiasi ipotesi multipolare.

La terza. La dichiarazione di Meloni giustifica l’attacco statunitense perché difensivo contro la guerra ibrida di Maduro contro gli Stati Uniti. Ora, una tale dichiarazione apre le porte ad un conflitto continuo. Qualsiasi potenza militare voglia impossessarsi di un territorio può farlo, accusandolo di propaganda, di narcotraffico o di quant’altro.

L’aggressione al Venezuela conferma la profonda crisi degli Stati Uniti

Definito, in termini molto sintetici, il quadro italiano è necessario tracciare alcune considerazioni di carattere generale. L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Una, tuttavia, è particolarmente evidente. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Stati Uniti. Schiacciati da un debito federale fuori controllo e da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana. Da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese. Da un’inflazione pronta ad esplodere per i dazi e se Trump ordinerà alla Fed una riduzione dei tassi. E, infine, da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.

Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra, aggredendo un Paese ricchissimo di risorse. Per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari statunitensi in America Latina per contrastare la penetrazione cinese. Si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay, in Ecuador e in Cile. Per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.

Guerra, dollaro ed energia nella strategia globale di Trump

Gli Stati Uniti in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare ad imporre il dollaro come valuta internazionale. E obbligare il mondo ad acquisti forzati di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Stati Uniti, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia, l’unica a cui Trump può puntare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e per acquisire risorse.

In sintesi, è molto probabile che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile. Del resto a differenza della narrazione dominante nei media italiani che ha ricondotto l’attacco americano alla Nigeria alla «vocazione religiosa» di Trump e dei suoi Maga è più credibile che la motivazione più generale e, forse, più importante anche di quel gesto sia stata un’altra. Da quando si è insediato Trump ha lanciato 5 attacchi militari, in larga misura collegati: contro gli Houthi in Yemen, contro gli impianti nucleari in Iran, contro “lo Stato islamico” in Siria, contro i miliziani dell’Isis in Nigeria e ora la guerra in Venezuela. Tutti questi attacchi hanno un dato comune costituito dalla fondamentale attenzione dell’amministrazione Trump per l’esportazione del proprio gas e del proprio petrolio, con un occhio di riguardo alle aree di possibile approvvigionamento.

La mappa energetica delle guerre: gas, petrolio e controllo delle rotte

Così lo Yemen è uno dei transiti fondamentali per il gas liquido americano, la Siria ha una posizione strategica come hub di passaggio per gasdotti e oleodotti, l’Iran, può destabilizzare i prezzi del petrolio e del gas attraverso lo stretto di Hormuz, il Venezuela e la Nigeria sono formidabili riserve di petrolio e gas. Per Trump, alla ricerca di un controllo strategico degli approvvigionamenti energetici mondiali e del potenziamento di un settore con cui ridurre l’infinito disavanzo commerciale, esiste dunque una “mappa” dell’energia da sottoporre ad una forte egemonia, militare ed economica per trovare una soluzione alla perdita di centralità statunitense.

Come nel 1971 l’agganciamento del dollaro al petrolio, nel momento in cui finiva la convertibilità del biglietto verde, è stata la soluzione salvifica per un’economia capitalistica in crisi che aveva bisogno della globalizzazione, ora le guerre di Trump sono il modo di difendere un primato, ormai svanito, puntando di nuovo a controllare l’energia e a negoziare con Cina e Russia un multipolarismo fondato sulla reciproca diffidenza. Forse davvero troppo conflittuale per poter reggere.

Il petrolio venezuelano e gli interessi delle multinazionali

A questi elementi va aggiunta un’ultima considerazione assai rilevante. Il petrolio venezuelano è gestito da una compagnia di Stato, Pdvsa, che ha mantenuto relazioni con la major statunitense Chevron, nel bacino del Lago di Maracaibo, mentre nella Fascia dell’Orinoco, dove sono detenute le riserve più grandi, sono presenti joint venture con russi (Roszarubezhneft), cinesi (Cnpc) e con le europee Eni e Repsol. Il petrolio veniva spesso venduto anche “sotto banco” a intermediari che lo portavano in Asia, soprattutto in Cina, cambiando il nome delle navi o spegnendo i trasmettitori gps, le cosiddette “navi fantasma”, e con pagamenti che avvenivano tramite scambi di merci o valute digitali per evitare il sistema bancario americano.

Ma grandi ambizioni sul petrolio venezuelano hanno anche ExxonMobil e ConocoPhillips, estromesse al tempo di Chàvez, così come interessi di rilievo nutrono le grandi raffinerie del Golfo del Messico, per le quali l’approvvigionamento del petrolio venezuelano risulta decisamente conveniente.

La fine di Maduro e la costruzione di una “colonia” in Venezuela saranno certamente un’occasione formidabile per tutta questa rete di società, così come per quelle impegnate nella ricostruzione e nella protezione degli impianti, da Hallibarton, a Schlumberger, a Baker Hughes. Società americane che hanno il dato comune, e impressionante, di avere BlackRock, Vanguard e State Street come principali azionisti.

Il 35-45% del debito estero venezuelano detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti

C’è poi un aspetto dell’occupazione militare americana in Venezuela che rischia di essere trascurato ma ha, invece, un grande rilievo. Si stima che circa il 35-45% dell’intero debito estero venezuelano, composto da bond sovrani e bond Pdvsa, la società petrolifera di Stato, sia detenuto da fondi e banche con sede negli Stati Uniti. Si tratta di circa 100 miliardi di dollari che sono posseduti in larga prevalenza da Fidelity Investments, BlackRock, Goldman Sachs Asset Management, T. Rowe Price e Eaton Vance.

I bond venezuelani sono stati acquistati negli ultimissimi anni con uno scopo preciso: in caso di un “cambio di regime” guidato dagli Stati Uniti, questi titoli del debito venezuelano, comprati a prezzi stracciati, conosceranno una ristrutturazione. Per cui gli stessi fondi e le banche statunitensi stanno già preparando i piani per scambiare i vecchi bond con nuovi titoli garantiti dalle future entrate petrolifere del Venezuela.

Si ipotizza che una parte del debito detenuto dalle banche americane possa anche essere convertito in partecipazioni azionarie o concessioni nei giacimenti petroliferi del bacino dell’Orinoco. Permettendo alle major energetiche americane, di cui i fondi e le banche sono grandi azionisti, di rientrare nel settore energetico venezuelano senza esborso immediato di contanti.

In 48 ore gli scambi sul mercato secondario di bond venezuelani a livelli record. E i prezzi si impennano

Peraltro, dopo la rimozione totale delle sanzioni commerciali avvenuta nelle ultime ore, JPMorgan sta accelerando il reinserimento dei bond venezuelani nei suoi indici EMBI (Emerging Market Bond Index), per indurre altri fondi passivi americani a comprare miliardi di dollari di questi titoli.

Oltre alla detenzione diretta, banche come la stessa JPMorgan o Bank of America gestiscono oggi la quasi totalità degli scambi sul mercato secondario. Nelle ultime 48 ore, il volume delle compravendite di bond venezuelani a New York ha superato i livelli dell’intero anno 2024, con prezzi che sono balzati da 12-15 centesimi a oltre 45-50 centesimi in una sola sessione. In estrema sintesi, il debito del Venezuela è stato utilizzato come biglietto, molto economico, di ingresso nell’economia del Paese di cui si immaginava una presa di possesso da parte degli Stati Uniti in tempi brevi.

Nessun commento finora.

Lascia il tuo commento.

Effettua il login, o crea un nuovo account per commentare.

Login Non hai un account? Registrati