Banche armate

Armi italiane in Yemen, RWM e governo in tribunale

Un gruppo di Ong europee ha presentato una denuncia alla Procura di Roma contro l'Autorità italiana esportazioni armi e la Rheinmetall.

Di Emanuele Isonio
Un frammento di una bomba prodotta in Sardegn da RWM fotografato dalla Ong Mwatana dopo il raid aereo dell'8 ottobre 2016

Chiamatela, se volete, strategia a tenaglia. Nelle aule di tribunale e davanti agli azionisti durante le assemblee dei soci. Al centro dell’accerchiamento c’è la RWM Italia Spa, filiale italiana del produttore di armamenti tedesco Rheinmetall AG, il maggiore produttore di armi tedesco con 5,6 miliardi di fatturato nel 2016 e 23mila dipendenti. Nella rete rischia di finirci anche la UAMA, Autorità nazionale per le autorizzazione all’esportazione di armamenti. Se l’azione avrà successo, potrebbe essere uno degli aiuti più efficaci alla popolazione yemenita, che ormai da tre anni sta affrontando una crisi umanitaria di vaste proporzioni eppure dimenticata da molti media che ha causato almeno 10mila morti e 3 milioni di profughi.

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A sferrare l’attacco è una coalizione internazionale di organizzazioni non governative che ha deciso di presentare una denuncia penale alla Procura della Repubblica italiana di Roma. Nell’esposto, curato dallo Studio Legale Gamberini, si chiede che venga avviata un’indagine sulla responsabilità penale dell’Autorita italiana che autorizza le esportazioni di armamenti e degli amministratori della societa produttrice di armi RWM Italia S.p.A. per gli ordini  inviati ai membri della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita coinvolti nel conflitto in Yemen.

Francesca Cancellaro – Studio legale Gamberini

ECCHR: “Sconcertante ipocrisia”

Numerosi attacchi aerei sferrati dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita sono stati giudicati dalle Nazioni Unite in violazione del diritto umanitario internazionale. «Le esportazioni di armi ancora in atto da parte dei Paesi europei favoriscono l’uccisione di civili, mentre società come Rheinmetall AG e la sua filiale RWM Italia traggono vantaggio da questo business. Allo stesso tempo, i Paesi esportatori forniscono aiuti umanitari alla medesima popolazione colpita da queste armi. L’ipocrisia è sconcertante. E si protrae a causa della mancata attuazione del regime normativo europeo sul controllo delle esportazioni di armi in relazione ai diritti umani», afferma Miriam Saage-Maaß, Vice Legal Director di ECCHR. «È pertanto di fondamentale importanza avviare un’indagine sulla responsabilitàpenale per queste esportazioni di armi e le relative autorizzazioni».

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Il racconto dei testimoni yemeniti

Un approccio innovativo, portato avanti dall’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), insieme alla Rete Italiana per il Disarmo e all’organizzazione yemenita Mwatana Organization for Human Rights che prende le mosse da quanto avvenuto alle 3 dell’8 ottobre 2016. Quella notte, un raid aereo, condotto verosimilmente dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari, situato nello Yemen nord-occidentale. L’attacco aereo ha ucciso una famiglia di sei persone, tra cui una madre incinta e quattro bambini. Sul luogo dell’attacco sono stati rinvenuti dei resti di bombe e un anello di sospensione prodotti da RWM Italia S.p.A.

Francesco Vignarca – Rete italiana per il Disarmo

«La coalizione guidata dall’Arabia Saudita ha ucciso e ferito migliaia di civili dal 2015, e ha bombardato in Yemen anche scuole, ospedali, case, ponti, fabbriche. È molto triste che l’Italia stia alimentando come altri Stati questa Guerra, vendendo armi ad alcuni membri della coalizione guidata dall’Arabia Saudita», spiega Radhya Al-Mutawakel, direttrice della ONG Yemenita per i Diritti Umani Mwatana.

Torna alle modificheBonyan Gamal – Mwatana Organization for Human Rights

E poi le pressioni in assemblea azionisti

L’azione in tribunale è però solo uno dei due pezzi della strategia. Il secondo tira in ballo le pressioni verso gli azionisti dell’azienda tedesca. Come? Con lo strumento dell’azionariato critico. Si compra un piccolo pacchetto di azioni per avere il diritto a intervenire nelle assemblee soci, porre domande alla dirigenza e proporre soluzioni alternative.

La prima azione, nel caso di Rheinmetall è andata in scena l’anno scorso. La Fondazione Finanza Etica, insieme a Urgewald, Pax Christi, Campact e altre organizzazioni tedesche, aveva portato dentro l’hotel Maritim di Berlino, dove si svolgeva l’assemblea, le domande della Rete Italiana per il Disarmo sulla produzione di bombe della sede di Domusnovas in Sardegna che venivano poi vendute all’Arabia Saudita. In quell’occasione, la Rheimetall fece orecchie da mercante: «Non possiamo essere più precisi sui Paesi di destinazione. Le clausole contrattuali ce lo vietano», spiegò l’amministratore delegato Armin Papperger. Il Ceo dell’azienda si giustificò sostenendo di aver «fatto tutte le indagini richieste. In ogni caso abbiamo rispettato la legge, visto che il governo italiano ha dato permesso all’esportazione».

Nicoletta Dentico – Fondazione Finanza Etica

Appuntamento a Berlino

Le puntate successive andranno in onda da Berlino. Il 3 maggio, ECCHR organizzerà un incontro pre-assemblea per spiegare le ragioni della causa legale. Cinque giorni dopo, arriverà l’intervento davanti a CdA e soci. In quell’occasione gli azionisti critici faranno pesare le altre notizie raccolte che certificano l’uso delle bombe italotedesche in Yemen e la denuncia presentata oggi. Mai come nelle prossime settimane i riflettori dell’opinione pubblica italiana e tedesca saranno puntati sulla multinazionale tedesca delle armi, che storicamente ha sempre mantenuto un profilo molto basso.

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