I 200 contro i Pfas: prende il via un’azione legale in Francia

200 cittadini sfidano i giganti della chimica. Dalla "Vallée de la Chimie" parte un'azione legale contro le aziende produttrici di Pfas

L'azione legale riguarda la contaminazione da Pfas nella Vallée de la chimie a sud di Lione © Pubblico dominio/Wikimedia Commons

“I 200 contro i Pfas”: si chiama così l‘azione legale contro gli inquinanti eterni che arriva dalla Francia. Duecento tra cittadine e cittadini hanno denunciato due delle principali aziende produttrici d’Oltralpe, Daikin Chemicals e Arkema. Sul piatto un principio, sempre lo stesso: chi inquina paga.

L’azione legale contro i Pfas in Francia sarà il più grande processo civile sul tema avviato in Europa. Le persone ricorrenti, 192 tra adulti e bambini, sono sostenute dall’associazione Notre affaire à tous e dallo studio legale Kaizen. La stessa Notre affaire à tous  aveva già denunciato lo Stato francese nel 2019 per «inazione climatica» e «danno ecologico». La causa, nota come Affaire du Siècle, ha portato il Tribunale di Parigi, nel 2021, a riconoscere le responsabilità dello Stato nel mancato raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni.

L’azione legale contro la contaminazione da Pfas nella Vallée de la Chimie

Adesso è la volta dei Pfas e di Daikin Chemicals France e Arkema France, accusate di inquinamento nella cosiddetta Vallée de la chimie (“Valle della chimica”), l’epicentro della contaminazione a sud di Lione. Le aziende avrebbero scaricato circa 3,5 tonnellate di Pfas nel Rodano «pur essendo a conoscenza dei rischi».

Il risarcimento richiesto riguarda cinque tipologie di danni. In primo luogo, quelli alla salute e alla possibilità di consumare frutta e verdura del proprio orto, uova delle galline e pesce locale. Ci sono poi i danni materiali, cioè le spese legate all’inquinamento. E poi ci sono quelli morali, come l’ansia di sviluppare malattie e lo shock psicologico dovuto alla scoperta della contaminazione. La richiesta è di 190mila euro per ciascun ricorrente, per un totale di più di 36 milioni di euro.

Già nel 2022 Notre affaire à tous Lyon aveva denunciato violazioni da parte di Arkema ma, in quel caso, non c’erano state sanzioni. A giugno 2025 è stata la volta di uno stabilimento Basf vicino Rouen, citato da sette associazioni per emissioni massicce di acido trifluoroacetico (Tfa), un contaminante molto diffuso nell’acqua.

La storica sentenza di primo grado contro Miteni, in Italia

La contaminazione da Pfas è un’emergenza ambientale che anche l’Italia conosce molto da vicino. A Spinetta Marengo, frazione di Alessandria che ospita l’unico stabilimento che ancora produce queste molecole nel territorio nazionale, sono in corso i biomonitoraggi. Voluti, anzi, quasi imposti dalla popolazione. Queste analisi serviranno a comprendere la portata di un inquinamento che vede il suo caso più emblematico in Veneto. Per la precisione a Trissino, in provincia di Vicenza, dove è stata accertata la responsabilità dell’azienda chimica Miteni.

Lo scorso giugno c’è stata una sentenza di primo grado senza precedenti. Undici ex manager di Miteni e delle aziende che ora ne sono proprietarie (Mitsubishi e ICIG) sono stati condannati per disastro ambientale e avvelenamento delle acque, con pene complessive di 141 anni di carcere. La sentenza ha riconosciuto inoltre un risarcimento di circa 58 milioni di euro per il ministero dell’Ambiente e indennizzi per più di trecento parti civili: comuni, enti idrici e il gruppo “Mamme No Pfas”, che ha il merito di aver iniziato la battaglia. La sentenza di giugno, però, si è spinta oltre. È la prima volta che un tribunale italiano riconosce un nesso di causalità tra l’esposizione ai Pfas e la morte di un lavoratore per malattia professionale.

Il fronte delle leggi: nuovi limiti ai Pfas nelle acque e divieti europei

I rischi sanitari dei Pfas e le loro conseguenze economiche sono ampiamente documentati. A fine gennaio è stato pubblicato uno studio, richiesto dalla Commissione europea, che quantifica il costo sanitario e di bonifica a livello europeo in cifre che vanno dai 330 ai 1.700 miliardi di euro entro il 2050. Con la crescita della consapevolezza e il moltiplicarsi delle iniziative dal basso, anche le leggi si stanno finalmente evolvendo.

Su iniziativa di Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia, nel 2023 l’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) ha iniziato a valutare una proposta volta a limitare l’uso dei Pfas in ventitré settori industriali, ai sensi del regolamento Reach sulle sostanze chimiche. La proposta è ancora al vaglio dell’agenzia. Anche qualora venisse ufficializzata, non è automatico che si traduca in una messa al bando totale. L’opzione descritta finora come più proporzionata, per il rapporto tra costi e benefici, è il «divieto con deroghe temporanee». Nel frattempo, a ottobre 2025, la Commissione ha adottato una modifica al regolamento Reach che vieta l’uso di Pfas nelle schiume antincendio. La misura potrebbe evitare lo scarico di 470 tonnellate di Pfas ogni anno in Europa, ma il percorso è ancora lungo: le ultime deroghe scadranno nel 2035.

Dal 12 gennaio 2026 gli Stati membri sono tenuti a monitorare in modo armonizzato i livelli di Pfas nell’acqua potabile per conformarsi ai nuovi valori limite previsti dalla direttiva europea sul tema, riformulata e aggiornata nel 2020. In caso di sforamento, devono informare istituzioni e cittadini e adottare misure correttive. Attraverso un emendamento alla legge di bilancio, però, il governo italiano ha deciso di rivedere il metodo di calcolo del parametro “somma di Pfas” (cancellando sei sostanze prodotte proprio a Spinetta Marengo) e posticipare di sei mesi l’applicazione di un altro parametro, “somma di quattro Pfas”.

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