Banche centrali e sfida climatica: è tempo di ripensare l’indipendenza?
La crisi climatica riapre il dibattito sul ruolo delle banche centrali: l’indipendenza monetaria può diventare un freno all’azione sul clima?
Con la crisi climatica che diventa sempre più minacciosa, il ruolo delle banche centrali e la loro tradizionale architettura istituzionale sono messi in discussione. Un recente studio del London School of Economics solleva un quesito: l’indipendenza delle banche centrali occidentali, tradizionalmente vista come un valore imprescindibile per la stabilità economica, non rappresenterebbe in realtà un freno all’azione climatica? Il caso esemplare della Banca Popolare Cinese (PBoC) offre un modello alternativo?
Il modello cinese: la Banca popolare e la politica monetaria green
Quest’ultima, evidenziano gli autori del paper, è l’unica banca centrale al mondo a praticare una politica monetaria attiva in senso green. Ovvero con interventi diretti come prestiti dedicati a progetti ambientali, uso di obbligazioni verdi come collaterale e requisiti di riserva variabili legati alle emissioni inquinanti.
Questa spinta non è frutto di una scelta autonoma della banca, ma – come è la norma a Pechino – di direttive governative stringenti. Allo stesso tempo, la PBoC mantiene una discreta indipendenza operativa nella gestione e applicazione delle politiche imposte. Un modello che gli autori definiscono «government directing with operational independence» (indirizzo politico del governo con indipendenza operativa). Questa architettura consente un’azione climatica coordinata ed efficace su larga scala, superando i limiti del modello occidentale di banca centrale neutrale e indipendente dal potere politico?
Bce e Fed: il modello occidentale tra neutralità e prudenza climatica
Banca Centrale Europea e Federal Reserve hanno, invece, un approccio più prudente e meno interventista. Il loro mandato prioritario riguarda la stabilità monetaria e finanziaria e ogni intervento diretto che possa distorcere i mercati viene in genere evitato. Alla luce di questi principi, la tematica ambientale viene affrontata in maniera “agnostica”. Con uno sguardo ai cambiamenti climatici legato soprattutto all’assunzione di rischi da parte dei soggetti economici.
I rischi climatici sono considerati sistemici perché eventi come inondazioni, siccità o incendi possono generare perdite economiche significative e improvvise per aziende, assicurazioni e istituti di credito. Con effetti a catena che minacciano l’intero sistema finanziario. Pertanto, le banche centrali sono chiamate a integrare queste valutazioni di rischio nelle loro funzioni di vigilanza e di politica monetaria. Ciò con l’intento di prevenire crisi e garantire stabilità a lungo termine.
La Bce e l’integrazione dei rischi climatici nella politica monetaria
Proprio alla luce di queste considerazioni, la Banca centrale europea sta progressivamente integrando il fattore climatico nei criteri di rischio applicati alle garanzie concesse agli operatori dell’Eurozona. E ha implementato procedure di vigilanza bancaria che tengono conto dei rischi medesimi. In particolare, nei piani di acquisto delle obbligazioni corporate si è tenuto conto dell’impatto climatico dell’emittente. E, in linea con l’evoluzione normativa comunitaria, vengono richiesti dati climatici sempre più stringenti per ammettere titoli a garanzia delle operazioni di rifinanziamento.
Non si tratta di una vera e propria “politica industriale green”. Piuttosto, di un approccio motivato dalla volontà di correggere le distorsioni dovute alla considerazione che spesso i mercati finanziari sottovalutano i rischi climatici.
I limiti di un intervento diretto delle banche centrali sul clima
Un intervento diretto per accelerare la transizione green – alla luce degli statuti attuali – non è in alcun modo ipotizzabile. Né è detto che porterebbe agli obiettivi auspicati. Basti pensare a quanto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove le pressioni politiche dei governatori repubblicani da tempo stanno disincentivando imprese e gestori di capitali a proseguire nel loro impegno per la sostenibilità. Un approccio rafforzato dagli intendimenti dell’amministrazione Trump, che piuttosto spinge sugli idrocarburi, trascurando e talvolta attaccando l’impronta green di operatori politici ed economici.
Più in generale, all’interno dei sistemi democratici c’è il rischio che banche centrali eterodirette possano orientarsi verso politiche economiche a breve termine ed elettoralmente convenienti piuttosto che tenere la barra dritta sulle necessità di lungo termine. D’altro canto è pur vero che lasciare decisioni strategiche in mano ai tecnici (quindi senza sensibilità politica e la necessità di dar conto all’elettorato delle proprie decisioni) inevitabilmente comporta una delega dei principi democratici.
Ripensare l’indipendenza delle banche centrali di fronte alla crisi climatica
In definitiva, il paradigma tradizionale di banca centrale indipendente, neutrale e non distorsiva, garantisce stabilità e credibilità, ma mostra segnali di insufficienza di fronte all’urgenza dei cambiamenti climatici. La ricerca della London School suggerisce che possa essere necessario ripensare l’architettura istituzionale in funzione delle sfide eccezionali poste dalla crisi climatica. Un modello che combini un chiaro indirizzo politico in materia ambientale con un’adeguata autonomia operativa, come quello della PBoC, potrebbe rivelarsi più efficace nel mobilitare la potente leva monetaria e creditizia sulle direttrici della sostenibilità.?
L’autorevolezza degli autori del paper lascia immaginare che susciterà un ampio dibattito nella comunità scientifica e non solo.




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