La California voterà per tassare gli ultraricchi

Il 3 novembre referendum sulla tassa una tantum del 5% sui patrimoni oltre il miliardo. I miliardari del tech spendono milioni per il no

Lo skyline di San Francisco. La California è tra i luoghi con la più alta concentrazione di miliardari al mondo. © Artem Onoprienko/iStockPhoto

In breve

  • Il 3 novembre la California voterà un referendum sulla billionaire tax: una tassa una tantum del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari.
  • Il 90% del gettito è vincolato alla sanità pubblica, il resto a scuola e assistenza alimentare; le stime parlano di decine di miliardi
  • I miliardari del tech, da Sergey Brin in giù, finanziano la campagna per il no; anche il governatore democratico Newsom è contrario.

In Italia della patrimoniale si parla, in California la si vota. Gli oltre 25 milioni di aventi diritto al voto dello iStato federato americano si troveranno, in concomitanza con le elezioni di metà mandato per il rinnovo del Congresso, ad approvare o bocciare tramite referendum la billionaire tax. Si tratta di una tassa una tantum sui miliardari proposta dai sindacati e pensata per finanziare sanità pubblica, assistenza alimentare e istruzione.

Il voto è previsto per il 3 novembre, e i miliardari californiani si stanno già organizzando, spendendo milioni per far prevalere il no.

Come funziona la billionaire tax: 5% sui patrimoni

In California è frequente che, in occasione delle elezioni, gli elettori trovino sulla scheda anche uno o più quesiti referendari. Ma il 3 novembre sarà un election day con pochi precedenti. Oltre alla scelta dei rappresentanti al Congresso e le cariche locali, i californiani sono chiamati a esprimersi su 25 quesiti. La billionaire tax è però il più importante (e discusso) del gruppo.

La proposta consiste in una tassa una tantum, quindi non ripetuta, del 5% sui patrimoni superiori al miliardo di dollari, siano essi di privati cittadini o di fondi. Si tratterebbe di una tassa di scopo: i proventi sarebbero cioè vincolati a certi usi. Specificamente, il 90% delle entrate verrebbe destinato alla sanità pubblica, e il restante 10% a istruzione e assistenza alimentare.

Il Legislative Analyst’s Office – l’agenzia pubblica che si occupa dei conti pubblici, simile alla Ragioneria generale dello Stato italiana – stima che la tassa genererebbe «decine di miliardi di dollari» distribuiti su diversi anni. Altre stime parlano di 100 miliardi. La stessa analisi parla anche di una probabile riduzione del gettito fiscale annuale, dovuta all’eventualità che alcuni ultraricchi cerchino modi di ridurre la loro pressione fiscale. Si tratterebbe comunque di un calo ben inferiore rispetto alle entrate, nell’ordine delle centinaia di milioni all’anno.

I miliardari non vogliono la tassa sui miliardari

La billionaire tax ha molti nemici. Non solo il Partito Repubblicano è contrario, ma anche i Democratici, storicamente egemoni in California, si oppongono. Il governatore Gavin Newsom, astro nascente dell’establishment del Partito e considerato un possibile sfidante del presidente Donald Trump alle prossime elezioni, ha dichiarato che la legge «danneggerebbe i lavoratori californiani». Il rischio, secondo gli oppositori, è che gli ultraricchi decidano semplicemente di spostare la loro residenza fiscale altrove, privando lo Stato di preziose entrate. 

La California è uno dei posti al mondo con la più alta concentrazione di miliardari. La gran parte di loro proviene dalla Silicon Valley, l’area in cui hanno sede molte delle grandi aziende tecnologiche statunitensi come Apple, Meta, Google, PayPal, OpenAI. E i miliardari del tech sono impegnati nella campagna referendaria. Ovviamente dal lato del no. Il cofondatore di Google Sergey Brin, ad esempio, ha donato decine di milioni di dollari a Building a Better California, un’organizzazione dedicata a fare campagna contro la billionaire tax.

A favore della legge, al contrario, ci sono la sinistra democratica e i sindacati. Ad averla formulata è un’organizzazione dei lavoratori della sanità, e ha ricevuto l’appoggio del leader dell’ala progressista del Partito, Bernie Sanders, e dei Democratic Socialists of America. Quest’ultima è l’organizzazione che ha eletto il sindaco di New York Zohran Mamdani con una campagna centrata proprio sulla necessità di tassare i ricchi, come abbiamo raccontato. I sondaggi, per ora, sembrano premiare il secondo fronte. La maggioranza dei californiani si dice intenzionata a votare sì.

Il dibattito sulla patrimoniale, dalla Francia all’Italia

Il dibattito sulla possibilità di tassare i patrimoni di milionari e miliardari va ben oltre i confini della California. Il Paese europeo in cui più se ne è discusso in tempi recenti è la Francia. Il Parlamento di Parigi ha bocciato pochi mesi fa, coi voti dell’ultradestra di Marine Le Pen e della destra di Emmanuel Macron, la cosiddetta legge Zucman. Si trattava di un’imposta annuale del 2% sui patrimoni netti superiori ai 100 milioni di euro, elaborata dall’economista Gabriel Zucman e fatta propria dalle sinistre.

Proprio Zucman, in un pezzo d’opinione pubblicato dal New York Times, ha espresso il suo appoggio al referendum californiano. «I super ricchi [del settore tecnologico californiano] – che hanno beneficiato delle infrastrutture, delle università e delle reti di persone e imprese dello Stato – hanno accumulato enormi fortune quasi esentasse. La tassa proposta per i miliardari li costringerebbe infine a contribuire in modesta proporzione ai loro guadagni», ha scritto.

Patrimoniale in Italia: le proposte in campo

Anche in Italia il tema è tornato nel dibattito politico. Dalla società civile è partita la campagna 1% equo, che propone una tassa dall’1% al 3,5% sui grandi patrimoni superiori a 2 milioni di euro. Sempre dalla società civile, e con la partecipazione dello stesso Valori insieme all’editore People, è partito l’appello «La grande restituzione», che chiede una patrimoniale sulle grandi ricchezze come strumento di riequilibrio fiscale. L’obiettivo è far convergere in un unico piano i molti soggetti che in Italia discutono di progressività fiscale, e che oggi – sostengono i promotori – troppo frammentati per incidere sul dibattito pubblico.

Il cosiddetto Campo largo, la coalizione delle opposizioni al governo di Giorgia Meloni, ha iniziato a discutere della possibilità di includere una patrimoniale nel suo programma. Ma sia il Partito Democratico sia il Movimento 5 Stelle hanno espresso perplessità. Le tasse sugli ultraricchi, insomma, potrebbero arrivare prima nella terra della finanza e delle multinazionali tecnologiche che in Italia.

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