Tassare la ricchezza: come funziona la patrimoniale (e perché divide)

Cos’è la tassa patrimoniale, come funziona e perché divide: principi, criticità e applicazioni concrete in Europa per tassare la ricchezza

Antonio Piemontese
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Antonio Piemontese
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La tassazione dei grandi patrimoni divide perché riguarda una scelta politica fondamentale: chi deve finanziare il welfare e la transizione, e chi oggi ne è in larga parte escluso. Patrimoniali e tasse di successione mettono in discussione rendite e privilegi consolidati.

Guardare a come funzionano in Europa e ai loro effetti sulle disuguaglianze serve a una cosa sola: riportare la ricchezza dentro un patto sociale che renda la società più giusta, solidale e democratica.

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Impôt de solidarité sur la fortune, wealth tax, vermögensteuer: in italiano, semplicemente, patrimoniale. Un’imposta sulla ricchezza. Il nome provoca prurito ai grossi contribuenti, mentre appare una sorta di riparazione tardiva per quelli più poveri che la leggono come espressione somma della giustizia sociale. Come si capisce, l’argomento scatena passioni contrapposte.

Riparare alle disuguaglianze tramite la tassazione

Così scrive l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) in un rapporto del 2018: «[…] ci sono forti argomenti per rispondere alla disuguaglianza di ricchezza tramite il sistema fiscale. La disuguaglianza nella ricchezza è di gran lunga più ampia di quella di reddito, e ci sono alcune evidenze che suggeriscono che è aumentata negli ultimi decenni».

E ancora: «[…] l’accumulo di ricchezza funziona auto-rafforzandosi e sembra aumentare in assenza di tassazione. Chi percepisce un reddito alto ha la possibilità di risparmiare di più, e questo significa che può investire di più, e, alla fine del ragionamento, accumulare più ricchezza. Inoltre, i ritorni sugli investimenti tendono ad aumentare di pari passo con la ricchezza, in larga parte perché i contribuenti ricchi sono in una posizione migliore per investire in asset più rischiosi e generalmente hanno livelli più elevati di educazione finanziaria, esperienza e accesso a consigli professionali in materia di investimenti».

Ma, aggiunge l’organizzazione, nonostante la tassazione sia la strada per redistribuire la ricchezza, è necessario verificare che la soluzione giusta sia una patrimoniale. A questo punto è necessario introdurre qualche nozione, prima di guardare a come è applicata in Europa.

Cos’è una patrimoniale e su cosa si calcola

In primo luogo, è necessario distinguere tra i concetti di reddito e ricchezza. Il reddito è un flusso di denaro che viene tassato solo se presente; la ricchezza è uno stock, cioè una quantità fissa, che non si rinnova. In altre parole, lo stipendio mensile è un reddito, le case di proprietà compongono la ricchezza.

In secondo luogo, non esiste una sola patrimoniale. Sono tante le possibilità a disposizione del legislatore. Può, per esempio, decidere per un’imposta omnicompresiva oppure, in alternativa, scegliere di tassare solo alcuni dei beni che compongono la ricchezza complessiva dei contribuenti. Inoltre, può decidere di farvi ricorso una tantum (come il prelievo forzoso del governo Amato nel 1992) o di renderla strutturale.

La base imponibile, cioè il perimetro su cui insiste l’imposta, è variegata e può comprendere depositi liquidi, certificati, obbligazioni private, brevetti, fondi comuni, azioni, partecipazioni, oltre ovviamente agli immobili (che di solito rappresentano la parte più consistente del patrimonio). Di norma nel computo non si considerano i debiti personali e le attività legate a piani pensionistici e assicurazioni sulla vita, in quanto non consentono di disporre immediatamente del denaro.

Gli aspetti che i governi devono valutare prima di imporre una patrimoniale

Fatte le necessarie premesse, il report dell’Ocse invita a esaminare alcuni caveat. In primis, non tutta la ricchezza è uguale. Nella decisione se imporre una patrimoniale, i governi devono tenere a mente che, mentre quella immobiliare è una forma di immobilizzazione del capitale che non produce crescita aggregata,  la ricchezza finanziaria può entrare a far parte del ciclo economico. L’esempio tipico sono i depositi bancari, che consentono alle banche di prestare alle aziende il denaro dei risparmiatori. Questi a propria volta lo impiegano per investire, portare avanti il proprio progetto industriale e quindi creare lavoro. È un primo distinguo.

In secondo luogo, censire la ricchezza è tutt’altro che facile. Neanche con le tecnologie digitali di oggi, e sempre ammesso e non concesso che lo si voglia fare davvero. Prendiamo i super miliardari. Buona parte della loro ricchezza è detenuta sotto forma non liquida: immobili, opere d’arte, trust, attività private. Stimare annualmente questi patrimoni è costoso per chi controlla, in termini sia di risorse finanziarie sia di risorse umane. E, senza una base di dati affidabile, diventa impossibile (e iniquo) richiedere un’imposta. Il caso dei valori catastali, che spesso differiscono in maniera significativa da quelli di mercato, è emblematico. Inoltre, in caso di errori l’amministrazione si espone a ricorsi, procedimenti giudiziari e sentenze avverse. Non solo: chi si oppone argomenta che l’imposta patrimoniale tassa asset derivati da redditi già colpiti dal prelievo fiscale. Ma lo stesso, in realtà, accade anche per i consumi.

Chi usa la fiscalità come leva per attrarre capitali

L’Ocse cita anche l’ipotesi che una tassazione patrimoniale inneschi una fuga di capitali. I detentori di grandi patrimoni, infatti, sarebbero più propensi a spostarli e a spostarsi, e avrebbero gli strumenti per farlo. In Francia nel 2016 avrebbero preso la via dell’estero 12mila persone. La lettura di questo fenomeno non è unanime: il Conseil d’analyse économique (Cae), sempre francese, lo dipinge come marginale. Quel che è certo è che ci sono Stati pronti ad accogliere i ricchi a braccia aperte, come dimostra l’imposta forfettaria sui redditi esteri per chi trasferisce la residenza fiscale in Italia, introdotta nel 2017 con un importo di 100mila euro e poi alzata a 200mila nel 2024.

Solo a Milano, scrive il Financial Times, sarebbero arrivati Nassef Sawiris (l’uomo più ricco d’Egitto), Richard Gnodde (vicepresidente di Goldman Sachs), e Yoël Zaoui (co-fondatore di Zaoui & Co.). Dal canto suo, Frédéric Arnault (LVMH, Loro Piana) dividerebbe ormai il proprio tempo tra Parigi e il capoluogo lombardo. Va notato che la collaborazione tra Paesi scoraggia, rispetto al passato, questo tipo di comportamenti. Resta da vedere se il vento dei nazionalismi di questi anni cambierà le politiche e riporterà in auge l’uso aggressivo della fiscalità come leva per l’attrattività.

Altra osservazione dell’Ocse è che la patrimoniale potrebbe incoraggiare il risk taking finanziario. Ciò significa il risparmiatore, con margini ridotti, sarebbe indotto a cercare rendimenti più elevati per i propri investimenti per compensare. Quello che è certo – scrive l’organizzazione economica – è che è necessario prevedere soglie di esclusione alte, cioè colpire solo i cittadini veramente ricchi.

Quali Paesi in Europa applicano una patrimoniale e come

Ma come si comportano i Paesi europei? Per rispondere facciamo ricorso alla disamina del centro studi Tax Foundation Europe. Che, per inciso, non è certo favorevole alle patrimoniali. Secondo questi dati, gli unici Paesi europei a mantenere una patrimoniale onnicomprensiva nel 2025 sono Norvegia, Spagna e Svizzera (quest’ultimo può essere considerato Europa geograficamente, non in senso politico). Il Global revenue statistics database dell’Ocse riferisce che tali imposte, nel 2023, hanno generato rispettivamente lo 0,61%, lo 0,21% e l’1,16% del prodotto interno lordo (Pil) dei rispettivi Stati.

In Norvegia vige un’imposta dell’1% sullo stock individuale di ricchezza a partire dalla soglia degli 1,7 milioni di corone norvegesi, pari a circa 147mila euro. Lo 0,7% va alle municipalità mentre lo 0,3% al governo centrale. Si tratta di un’imposta storica: risale al 1892 ed è comprensibile all’interno del sistema di stato sociale tipicamente nordico. In più, per stock che superano i 20 milioni di corone (circa 1,7 milioni di euro) l’imposta aumenta all’1,1%.

Diverso il caso della Spagna che presenta una tassazione progressiva che spazia dallo 0,16% al 3,5% e colpisce la ricchezza sopra i 700mila euro, anche se detenuta all’estero. Le comunidades autonomas iberiche godono di ampia discrezionalità: Madrid, ad esempio, applica un’agevolazione che azzera il carico fiscale per i residenti. In Svizzera le prime imposte cantonali sulla ricchezza risalgono al 1840, prima ancora rispetto alla Norvegia. Anche dopo la nascita della Confederazione moderna hanno continuato a essere definite, modulate e riscosse dai singoli cantoni.

Quando la patrimoniale si applica solo ad asset specifici

La Francia aveva un’imposta omnicomprensiva che generava lo 0,2% del Pil ma la ha abolita nel 2017 sostituendola, l’anno dopo, con un’imposta sulla ricchezza immobiliare. Nella rete incappano i residenti francesi i cui asset immobiliari netti in tutto il mondo sono valutati più di 1,3 milioni di euro, ma anche i non residenti i cui asset immobiliari netti situati in Francia sono valutati più di 1,3 milioni. L’imposta varia in base al valore degli asset e può raggiungere l’1,5%.

Anche il Belgio e i Paesi Bassi hanno una patrimoniale su alcuni tipi di asset. In Belgio dal 2021 è in vigore un’imposta sui conti-titoli pari allo 0,15% annuo per i patrimoni investiti superiori al milione di euro. Nei Paesi Bassi, invece, è in corso un dibattito sulle modalità di tassazione che ha coinvolto anche la Corte Suprema.

Come funziona la tassazione sulla ricchezza in Italia

E l’Italia? Secondo i dati della Banca d’Italia e dell’Istat, nel 2023 il patrimonio complessivo delle famiglie italiane ammontava a circa 10mila miliardi di euro, pari a circa 170mila euro pro-capite. Ma non è un mistero (anche a livello empirico) che la distribuzione della ricchezza sia diseguale. Il patrimonio complessivo delle famiglie italiane è cresciuto, a parità di potere d’acquisto, di sette volte dagli anni Settanta a oggi. Ma, come ricostruito dagli economisti Acciari, Alvaredo e Morelli, tra il 1995 e il 2016 la quota di ricchezza detenuta dalla metà più povera degli italiani è crollata dall’11,7% al 3,5%. Una dinamica confermata negli anni successivi: Oxfam fa sapere che a metà 2025 il 50% più povero delle famiglie detiene il 7,4% della ricchezza nazionale. Circa dieci milioni di persone non dispongono di risparmi sufficienti per far fronte a una spesa imprevista di 2mila euro.

Sulla Penisola vigono diverse imposte patrimoniali, alcune nascoste, altre più visibili. I conti li ha fatti la Cgia di Mestre: le imposte patrimoniali che già gravano sui cittadini italiani garantiscono alle casse dello Stato quasi 50 miliardi di euro l’anno (per la precisione 49,8). Un importo che nel 2022 valeva 2,6 punti di Pil. Complessivamente, questa tipologia di prelievo sui beni patrimoniali (siano essi mobili, immobili o finanziari) è composta da una decina di voci: l’Imu/Tasi (22,7 miliardi di euro di gettito nel 2022), l’imposta di bollo (7,7 miliardi), il bollo auto (7,2 miliardi), l’imposta di registro e sostitutiva (6,2 miliardi), il canone Rai-Tv (1,9 miliardi), l’imposta ipotecaria (1,8 miliardi), l’imposta sulle successioni e donazioni (1 miliardo), i diritti catastali (727 milioni di euro), l’imposta sulle transazioni finanziarie (461 milioni) e l’imposta su imbarcazioni e aeromobili (1 milione).

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